ASSISI

Assisi è oggi una piccola città posta alle falde del monte Subasio. Il luogo stesso sembra essere stato predestinato all’immensa fama che ha raggiunto nei secoli: il paesaggio è bellissimo e sereno, la storia che traspare dai tanti monumenti ricca e importante, le opere d’arte di splendore eccelso. Eppure la storia della città non ricorda sempre periodi sereni. La leggenda la vuole fondata dal principe troiano Asio (da cui deriverebbe il suo nome, addirittura prima di Roma. Appartenne poi al popolo umbro e quindi agli etruschi, che si combatterono a lungo per il dominio del luogo. Il crescere della potenza romana costrinse i due popoli a coalizzarsi contro il nuovo invasore, ma invano. Con la battaglia di Sentino, infatti, nel 295 a.C., la superiore cultura romana entrò trionfalmente anche ad “Assisium”, rendendo la città più splendida e forte, e arricchendola di bellissimi monumenti, come il tempio di Minerva, il cui pronao si può ancora ammirare nella piazza del comune, accanto al Palazzo del Capitano del Popolo.

Ma una nuova, più forte dominazione, basata sui principi e non sulla spada, avanzava inarrestabile: il Cristianesimo. La nuova dottrina si diffuse a partire dal III secolo. Fu avversata a lungo, con ferocia, e anche Assisi ebbe i suoi primi martiri: Vittorino, Savino e quel Rufino al quale, come vedremo, sarà dedicata la splendida cattedrale. Con la caduta dell’Impero romano la nuova dottrina si affermò stabilmente, come testimoniano le tante chiese che nei secoli hanno abbellito la città: quella abbaziale di San Pietro, la cui facciata romanica risente di influssi gotici….. la chiesa Nuova, di stile barocco, situata accanto alla casa dei genitori di Francesco….. la chiesa di S. Maria Maggiore, che fu la prima cattedrale di Assisi, costruita sui resti di un’antica chiesa paleocristiana.

Ma ci vorrà ancora tempo perché la città raggiunga finalmente la pace. Il Medioevo porterà altri secoli bui di dominazioni e saccheggi e altre battaglie insanguineranno le sue strade: gli Ostrogoti di Totila, i bizantini di Narsete, i Longobardi di Alboino, fino ai Franchi di Carlomagno.

L’alba comunale vide il risorgere della città. Siamo intorno all’anno 1000 e Assisi, prima ghibellina e poi guelfa e papale, combatte aspramente con la vicina Perugia, con battaglie cui parteciperà perfino il nostro Francesco.

Testimonianza dell’epoca è la poderosa Rocca Maggiore, che domina la città, una vera cittadella fortificata che risale all’epoca longobarda e rappresenta un significativo esempio di architettura medievale.

Francesco nacque ad Assisi intorno al 1182. Già il luogo della sua nascita ha del mistico: si tratta di una misera stalla, (l’attuale Oratorio di S. Francesco Piccolino), prima, straordinaria analogia col luogo natale di colui cui il nostro santo ispirerà tutta la sua vita di sofferenza e umiltà, Gesù. Eppure i genitori non erano certo poveri. Il padre, Pietro di Bernardone, era un ricco mercante di stoffe, esponente di quella nascente borghesia per merito della quale si affermarono le libertà comunali.

La loro casa era al centro della città, a due passi dall’attuale Piazza del Comune. Il ragazzo ebbe l’educazione dei giovani ricchi del tempo: apprese il latino e a far di conto e, ancora adolescente, fu introdotto dal padre, con ottimi risultati, nella sua attività. D’altronde il giovane Francesco aveva tutto ciò che poteva farne il “principe” delle brigate giovanili della città: era ricco, bello, dotato di viva intelligenza e di un animo gentile e generoso. Primeggiava nei conviti, nelle gare poetiche e perfino nell’arte delle armi. Ma sempre denotando gentilezza d’animo e grande rispetto per il prossimo. Il meraviglioso ambiente in cui viveva, poi, stimolava sempre più il suo amore per la natura, quella natura che diventerà il centro del suo mondo mistico, che gli ricorderà continuamente, in ogni essere vivente, la straordinaria presenza di Dio. La storia, poi, si mescola alla leggenda: la prima premonizione al futuro del santo la troviamo rappresentata in una delle tavole degli affreschi di Giotto, realizzati nella Basilica Superiore di Assisi. Un uomo semplice riconosce nel giovane Francesco un futuro santo e in segno di venerazione stende ai suoi piedi un mantello. Gesto che il giovane ripeterà di lì a poco, quando, incontrato un cavaliere di nobile casato, ma povero, egli non esiterà a spogliarsi delle sue vesti per coprire l’altro. Ma in lui già si radicava l’ansia di una vita diversa, prospettatagli da segni sempre più evidenti: lunghe malattie che interrompevano le smanie di glorie guerriere, sogni premonitori, fino al momento magico di San Damiano.

Siamo nel 1206. Dopo un ennesimo sogno premonitore, Francesco si ritira a pregare in solitudine in questo luogo (al tempo solo una diroccata cappella fuori città) e ode una voce uscire dalle labbra di un crocifisso, una voce che cambierà il suo destino: “Francesco, ripara la mia casa che, come vedi, va in rovina”. È il momento magico della conversione. Ansie, tormenti, dubbi svaniscono nell’animo del giovane, che con un ardore nuovo, si getta alla ricostruzione della cappelletta malandata, preludio alla restaurazione morale che la Chiesa attendeva e che il Cristo gli aveva in realtà espresso con quel simbolico messaggio. Oramai la decisione era presa, il suo destino era già indicato per l’eternità. Con la prevedibile disperazione dei genitori, il ragazzo si spoglia dinanzi al padre a al Vescovo dei suoi vestiti, rinunciando, in questa drammatica forma, ad ogni bene terreno e, vestito solo di una misera veste di lana di pecora, inizia la sua grande opera di predicazione. Eccolo, il nostro Francesco, nell’immagine certo più realistica tramandataci dall’iconografia della storia. Quella realizzata da Cimabue in un suo affresco celebre, la Maestà. Ha 25 anni, ha rinunziato a una vita agiata e apparentemente felice, ha deciso di vivere nella povertà più assoluta eppure la sua espressione trasmette una meravigliosa serenità. Saranno naturalmente momenti difficili per lui, ma non resterà a lungo solo. Presto nasceranno i seguaci, una piccola corona di amici e fratelli che accetteranno di dividere con lui gli unici beni di cui sono rimasti proprietari: la fede e l’amore.

La prima dimora della nostra piccola comunità fu il luogo occupato oggi dal maestoso Santuario di Rivotorto, una località ai piedi di Assisi che prende nome da un tortuoso ruscello che vi scorre vicino. Oggi il Santuario è una meta ricercata di preghiera e affollata di pellegrini, ma un tempo doveva risultare il luogo ideale per una comunità di fraticelli che avevano fatto della povertà, dell’umiltà e della preghiera la loro fede di vita.

Qui Francesco si ritirò con i suoi primi amici, restandovi fra il 1209 e il 1210, in un ambiente misero e affascinante, ancor oggi chiamato “Tugurio” e conservato, come monumento nazionale, all’interno della chiesa che lo ricoprì alla fine del ‘500.

Il soggiorno di Rivotorto è fondamentale per la storia del movimento francescano. Qui, infatti, fu scritta la prima regola, approvata oralmente da papa Innocenzo III nel 1209, nel corso di un celebre viaggio a Roma dei fraticelli. L’avvenimento è ricordato in un altro mirabile affresco di Giotto: il papa e i prelati sovrastano in altezza i frati inginocchiati e penitenti, e sembrano abbagliarli con la sontuosità dei gesti e delle vesti, ma gli sguardi denotano incredulità e ammirazione per l’umiltà e la grandezza morale che traspaiono dal viso del santo.

L’approvazione papale della regola portò nuovo vigore al movimento, la cui fama andò rapidamente crescendo, insieme ai primi miracoli.

Ammiriamo quelli affrescati nel ciclo giottesco della Basilica Superiore, come il Miracolo della Sorgente, opera mirabile per la composizione degli spazi. L’assetato beve con avidità l’acqua fatta sgorgare dal santo, due frati e uno stanco asinello assistono increduli all’avvenimento. L’estasi del Santo, infine, che ringrazia il Signore, spinge lo sguardo verso l’alta rupe, che a sua volta sembra portare direttamente al Cielo.

Nella tavola della cacciata dei demoni da Arezzo assistiamo, con particolare evidenza, alla rivoluzione giottesca del paesaggio: il Santo, inginocchiato, ordina a Frate Silvestro di scacciare i demoni dalla città. Bellissima la policroma geometria delle mura e delle case di Arezzo, dipinte con accesi dettagli cromatici che accentuano la tridimensionalità della scena. La tavola successiva ricorda il viaggio fatto nell’anno 1219 in Egitto, per predicare il Vangelo. Arrestato dal sultano il santo sfida i suoi sacerdoti ad entrare nel fuoco con lui per dimostrare qual è la vera fede. Bellissimi i visi degli infedeli, che come al solito denotano tutto il significato della scena: odio per il nemico ma anche curiosità, ammirazione e timore. Nella predica davanti al papa Onorio III è bellissima l’immagine del papa che, con un atteggiamento inconsueto e espressivo, ascolta attento l’eloquio del semplice frate, facendoci capire di aver intuito la sua grandezza. E infine la scena più celebre, la predica agli uccelli, dove tutto il sereno paesaggio ci ricorda l’amore sconfinato che Francesco portò per la Natura e tutte le creature viventi, viste sempre come rappresentazione continua della presenza di Dio.

Fu proprio l’irresistibile amore per la natura a spingere Francesco a crearsi degli angoli solitari, dove vivere momenti di intensa vita ascetica.

Uno dei più celebri è l’Eremo delle Carceri, un antico oratorio, isolato in una meravigliosa posizione sul monte Subasio. Fu donato al santo dai frati benedettini, e lui vi si recava spesso per accrescere la sua formazione spirituale. Oggi la visita all’eremo permette di entrare profondamente nello spirito francescano. Tutto qui promana pace e misticismo: il coretto, dove si elevavano inni al Signore…. le misere celle per le poche ore di riposo… il refettorio comune, rimasto com’era 800 anni fa… e infine il celebre leccio secolare dove il santo predicava con gioia agli uccelli.

Un’altra statua, immersa in un bellissimo paesaggio ci accompagna fuori Assisi, in un altro luogo caro al Santo. Siamo sul monte della Verna, dove Francesco era solito recarsi fra un pellegrinaggio e l’altro per meditare, in solitudine e preghiera. Oggi il luogo è divenuto un ricco santuario, frequentato da pellegrini attratti dal ricordo e dalla fama del messaggio francescano, ma tanti angoli sono rimasti come allora, evidente testimonianza di un passato mistico e affascinante. Ecco il misero giaciglio scavato nella roccia dove il santo riposava… le stradine dove passeggiava… gli strapiombi dove precipitò il demonio che l’aveva sfidato. E fu proprio in occasione di una di queste visite, nel 1224, due anni prima della sua morte, che il santo ottenne finalmente il premio divino che aveva tanto agognato, l’imposizione delle stimmate.

Un altro personaggio incrocia in maniera obbligata la vita di San Francesco: Chiara. Era una fanciulla di ottima famiglia assisana, di una cultura solitamente esclusa alle donne del tempo. Leggeva e scriveva in latino ed aveva ricevuto dalla madre Ortolana una profonda educazione religiosa.

L’incontro con Francesco, che ella udì predicare nella chiesa di San Giorgio, durante la Quaresima del 1212, radicò definitivamente in lei la decisione di votarsi alla vita monastica. Qui la vediamo rappresentata in una stupenda tavola (attribuita a un “Maestro di Santa Chiara”) che descrive la sua vita ed è conservata nella basilica a lei dedicata ad Assisi.

A soli 17 anni Chiara rifiutò di sposare un nobile pretendente, fuggì di casa e, accompagnata dalla nutrice, si recò alla Porziuncola, la cappelletta dove i frati si ritiravano a pregare. Francesco l’accolse e, secondo la tradizione pervenutaci, le tagliò i lunghi capelli e le fece indossare, al posto dei ricchi abiti, una ruvida tonaca legata alla vita da una corda.

Quindi la fanciulla pronunciò i voti di povertà, castità e obbedienza e riconobbe Francesco come suo superiore. Il padre fece di tutto per riavere la figlia, ma lei fu irremovibile. Si ritirò con altre consorelle (cui si aggiunsero nel tempo la madre e le due sorelle nel convento di San Damiano (ampiamente restaurato, come abbiamo visto, dallo stesso Francesco) dove fondò l’ordine delle Clarisse, vivendo per oltre 40 anni in clausura e preghiera.

All’interno sembra ancora aleggiare la silenziosa vita delle monache: il bellissimo chiostro dove passeggiavano in silenzio… il refettorio, con gli stessi tavoli consunti di allora, dove un vaso di fiori ricorda il posto occupato dalla santa… la cappella col crocifisso che aveva parlato a Francesco tanti anni prima… l’oratorio e il coro dove le monache pregavano in comune, elevando canti al Signore… un’altra piccola cappella… e infine lo spoglio dormitorio, dove la santa, stremata dalle privazioni di una vita di penitenza, morì l’11 agosto 1253. Fu canonizzata da papa Alessandro IV nel 1255 e due anni dopo iniziarono i lavori per la costruzione di una grande basilica a lei dedicata, dove, nel 1260, furono trasportate le sue spoglie. La basilica di Santa Chiara è una delle più importanti chiese della città. Artisticamente è in stile gotico, costruita ad imitazione della basilica superiore di San Francesco. Alla sinistra della facciata furono aggiunti, nel ‘300, per necessità statiche, tre grandi archi rampanti, che non turbano affatto l’equilibrio estetico della facciata, ma anzi la personalizzano dandole un aspetto caratteristico.

La vita di Francesco si era consumata molti anni prima. Stremato anch’egli dalle privazioni, dalle penitenze, dai continui pellegrinaggi oltre che dalle ferite delle stimmate, il santo si ritirò sempre più spesso nella misera e quieta chiesetta della Porziuncola, divenuta col tempo il luogo di culto del piccolo ordine. Dal ‘500 la cappella è stata inglobata in una monumentale chiesa, Santa Maria degli Angeli, una delle più grandi basiliche del mondo.

All’epoca di Francesco la chiesa era circondata da una porzione di bosco (da cui forse deriva il suo nome) e per la pace e la quiete che ispirava fu amata in modo totale dal santo.

Qui, nel 1208, ascoltando il vangelo, egli comprese più chiaramente la sua vocazione” qui Chiara ricevette l’abito religioso della penitenza” sempre nei suoi pressi, in una visione, Francesco ottenne da Gesù stesso l’indulgenza plenaria del “Perdono di Assisi” per tutti coloro che, confessati e comunicati, avessero visitato la chiesa.

Sempre qui il santo stabilì i principi del suo ordine, cercando sempre di tenerlo unito in base ai principi fondamentali di amore, povertà, obbedienza e castità che erano stati i cardini della sua nascita.

L’interno della cappellina è rimasto com’era tanti secoli fa. Entrarvi provoca una commozione intensa, come se la visione delle povere pietre, più volte risistemate dai frati stessi, ci riportasse, in un magico volare indietro nel tempo, in una dimensione di misticismo e pace totale.

E fu qui, la notte del 3 ottobre 1226, che il santo spirò, inneggiando a “sora Morte”, dopo essersi fatto deporre sulla nuda terra e aver raccomandato ai suoi seguaci di non abbandonare mai quel luogo, ritenuto il cuore e la vita del suo messaggio.

La fama di Francesco e del suo ordine, già estesasi in tutta Europa durante la sua vita, esplose nel mondo subito dopo la sua morte. Fu il papa Gregorio IX, proprio ad Assisi a canonizzarlo nel 1228, dopo solo due anni dalla morte. In quell’occasione il papa consacrò anche l’altare della cattedrale di San Rufino, la cui costruzione era iniziata quasi un secolo prima, che divenne così la cattedrale di Assisi.

La chiesa, bellissima, è in stile romanico-umbro, anche se la lunghezza dei lavori, affidati a molte mani diverse, la fanno apparire esteticamente abbastanza disomogenea. Molto interessante comunque è la facciata, con i superbi leoni stilofori posti a guardia del portale, che simboleggiano il Cristo che abolisce il sacrificio pagano, cruento e umano e il sacrificio ebraico rappresentato dal capro espiatorio.

Molto bello anche il rosone centrale e la lunetta del portone centrale, che rappresenta Cristo in trono, fra il sole e la Luna: simbolo di Cristo Re e Sommo Sacerdote, luce nelle tenebre.

Il possente campanile, infine, è degno completamento alla facciata ed è stato fondato su una robusta costruzione romana.

L’interno conserva ancora il fonte battesimale in cui furono battezzati Francesco e Chiara. Ma il desiderio di conservare il ricordo del santo con un monumento degno del suo pensiero, e che per di più accogliesse in modo adeguato le sue sacre spoglie spinsero i suoi più stretti seguaci a dare inizio, immediatamente dopo la morte, alla costruzione di una monumentale basilica.

Fu probabilmente Frate Elia da Cortona, il Ministro Generale dell’Ordine, a iniziarne la costruzione, in un luogo che era chiamato “Colle dell’inferno”, poiché vi venivano giustiziati i condannati a morte. Nome che, in seguito, venne modificato in “Colle del Paradiso”, per il fatto di conservare le spoglie del santo.

Il complesso architettonico della Basilica comprende due chiese sovrapposte, di cui quella inferiore fu considerata inizialmente la cripta della più vasta chiesa sovrastante, e per questo voluta più raccolta e sobria, adatta a ricevere le spoglie di Francesco.

La partecipazione popolare all’impresa, che si prospettava gigantesca, fu enorme. Il terreno fu ceduto da ricchi abitanti della città e il lavoro delle maestranze così intenso che la chiesa inferiore poté accogliere le spoglie di San Francesco appena due anni dopo l’inizio della costruzione.

Nella chiesa inferiore si entra da un solenne portale gotico, sovrastato dal bellissimo campanile in stile romanico. Tutta la costruzione è in pietra rosa del Subasio, la stessa utilizzata per costruire, ancor oggi, gli edifici della città, che ha così mantenuto nei secoli un’armonia estetica davvero unica. Entrati nella chiesa ci accoglie subito un’immagine di Francesco, che sembra invitare il visitatore ad ammirare l’ambiente.

La costruzione è a una sola navata, di stile romanico, nella forma del tau greco, così cara a Francesco, poiché, con la sua forma, simboleggia la Croce. La navata centrale è sovrastata da possenti volte ribassate, poggiate su bassi pilastri, ed è completamente immersa in una mistica penombra. Ciò che colpisce immediatamente è la straordinaria ricchezza di decorazioni e affreschi che ricoprono le pareti e i soffitti Non c’è praticamente un solo centimetro quadrato che non sia stato sfruttato per illustrare centinaia di scene sacre e della vita del santo.

In fondo alla navata spicca l’Altare maggiore. Alzando lo sguardo sopra l’altare, si ammirano quattro celebri vele: pitture allegoriche iscritte negli angoli della volta. Il Vasari le attribuisce a Giotto, ma la moderna critica preferisce attribuirle ad un ignoto “Maestro delle vele”.

Al pari della costruzione, il richiamo del nome di Francesco provocò immediatamente un accorrere ad Assisi dei più grandi artisti del tempo, che fecero a gara per creare, in pochi anni, un complesso di affreschi e opere d’arte che hanno pochi eguali al mondo.

L’insieme è di una ricchezza visiva spettacolare, dove tanti artisti diversi hanno miracolosamente composto un’opera di un’unitarietà stilistica e religiosa davvero unica. Tutti i dipinti, fra l’altro, sono (al pari di quelli che ammireremo nella basilica superiore), inseriti con perizia nelle varie strutture architettoniche, tanto da far sparire quelli alla vista, inglobandoli sapientemente nelle scene rappresentate.

Innumerevoli le opere d’arte che affrescano le pareti della basilica. Abbiamo già ammirato la Maestà di Cimabue, situata nel transetto di destra, dove spiccano i delicati e bellissimi volti della Madonna e degli angeli, con accanto la celebre immagine del frate che la tradizione vuole essere il più veritiero ritratto di S. Francesco.

Sempre nel transetto destro troviamo due celebri affreschi di Giotto: la natività, una splendida composizione, dove la scena è serena e felice. Solo Giuseppe appare pensoso in un angolo. Il bambino è ritratto due volte, sulle ginocchia della madre e, sotto, con altre due donne che si accingono a fargli il bagno. Curatissimi i gruppi di angeli, ritratti con funzioni diverse: alcuni cantano al Signore, altri parlano coi pastori, altri  ancora adorano il bambino e la Vergine.

Ugualmente celebre è la “Fuga in Egitto”, scena lirica, distesa, narrativa, con personaggi ridotti all’essenziale e molti particolari che vivacizzano tutta la rappresentazione.

Come sempre in Giotto, il paesaggio è parte integrante del racconto: i monti sembrano declinare verso il gruppetto di santi, perfino gli alberi s’inchinano alla maestà di Gesù. Dietro, una delle due figure spinge l’asino, quasi a voler affrettare il passo, mentre anche uno dei due angeli che accompagnano il corteo, si volge indietro, come a temere l’arrivo di Erode.

Scena di straordinaria drammaticità è la “Strage degli innocenti”, dove ogni personaggio partecipa in maniera diversa alla tragedia dell’evento: le madri, sconvolte dal terrore e la disperazione… i soldati, costretti a compiere controvoglia un orrendo misfatto… l’agghiacciante mucchio di piccoli corpicini massacrati.

Celebre capolavoro di Pietro Lorenzetti è la Madonna dei Tramonti, con la figura della Vergine accostata a San Francesco e San Giovanni Evangelista. La freschezza dei volti, la delicatezza delle linee, la grazia dei colori, in rilievo sul fondo d’oro fanno di quest’opera uno dei brani più noti e commoventi della pittura italiana e certo una delle più suggestive di tutta la Basilica. Molte le teorie per spiegare il celebre e curioso gesto della mano della Madonna. La più nota vuole che il Bambino chieda alla madre chi l’abbia amato di più e la Vergine indichi, con il dito della mano, per l’appunto San Francesco.

Il transetto sinistro è dominato da un’altra scena indimenticabile di Lorenzetti: la Crocifissione, opera viva e palpitante: il cielo blu profondo fa da sfondo alla tragedia” miriadi di angeli volano impazziti in preda a un dolore indicibile, lo sguardo è centrato sul corpo del Cristo, ai cui lati, per la prima volta in occidente, appaiono i ladroni.

Notevole suggestione, infine, ha uno dei primi affreschi della Basilica, la “Predica agli uccelli”, delicata e semplice opera di uno sconosciuto “Maestro di San Francesco”.

Usciamo dalla Basilica Inferiore attraverso un bellissimo chiostro rinascimentale, dovuto al mecenatismo del papa francescano Sisto IV, che lo fece costruire nella seconda metà del ‘400.

Non è il solo della Basilica. Un altro chiostro, adibito un tempo a cimitero dei frati è altro luogo di serenità e pace. Accanto un bellissimo giardino affacciato sulla campagna umbra e sovrastato dalla mole della Basilica.

Il complesso delle Basiliche di Assisi si ingrandirà, nel tempo, con il Sacro Convento, una costruzione monumentale eretta nell’arco di vari secoli e che rappresenta la naturale prosecuzione dell’immagine delle due chiese verso la pianura. Con la sua possente struttura esso costituisce, nel contempo, una simbolica fortezza posta a protezione della salma del santo e delle sue idee.

La Basilica superiore fu costruita in circa 30 anni e consacrata da Innocenzo IV nel 1253. Uno splendido monumento in stile gotico destinato a diventare, nei secoli, uno dei centri del cattolicesimo mondiale, oltre che uno straordinario museo di opere d’arte.

L’esterno è semplicissimo, privo di decorazioni, quasi a voler sottolineare la semplicità francescana e fungere solo da porta d’ingresso verso la straordinaria ricchezza artistica e spirituale che ci accoglierà all’interno.

Pochi luoghi, crediamo, possiedono il fascino, la bellezza e la mistica perfezione dell’interno della Basilica Superiore di Assisi. L’immagine che accoglie il visitatore stimola subito una profonda emozione.

L’interno è costituito da un’unica, immensa navata, di splendore e luminosità abbaglianti, che contrastano nettamente con la penombra della chiesa sottostante. Ogni angolo dello sguardo e riempito da immagini, figure, colori splendenti, che avvolgono le pareti, la volta, ogni angolo delle strutture architettoniche.

Le colonne, gli archi, le volte a crociera perdono quindi la loro fredda funzione di sostentamento statico, per “entrare” letteralmente nel racconto visivo. Il tutto risulta un’immagine immensa, che dilata a dismisura le dimensioni pur ragguardevoli del tempio, permettendo di affacciarci in maniera straordinariamente realistica su paesaggi e personaggi che parlano direttamente al cuore e alla mente.

Qui lavorarono i più grandi artisti del ‘200 e su queste pareti è rappresentata l’opera che costituisce la più grande mutazione che la pittura occidentale abbia avuto: quella apportata da Giotto.

Il grande pittore toscano, appena trentenne, lavorò ai 28 quadri che compongono il ciclo della vita di San Francesco dal 1297 al 1299, attuando una vera rivoluzione rispetto alla vecchia tradizione pittorica, nata intorno al IV secolo d.C. e rimasta pressoché immutata fino al ‘200.

Tradizione legata a schemi figurativi prefissati e ripetitivi, dove prevaleva la figura umana quasi sempre avulsa dall’ambiente circostante e dipinta sempre in un piatto schema bidimensionale.

Giotto, viceversa, rende l’immagine plastica e le figure umane vive e passionali, che mostrano gesti naturali e sempre indicativi dell’emozione dei personaggi.

Inserisce poi il paesaggio in maniera reale e tridimensionale, contornando i protagonisti di architetture sontuose e che sembrano emergere dal dipinto. Il risultato finale è stupefacente: non si ammirano più semplici immagini affrescate, ma un panorama immenso e vivo, che annulla letteralmente le dimensioni reali della chiesa, immergendoci, in un magico salto temporale, nella vita e negli ambienti vissuti dal grande Santo. Il tutto in un clima di misticismo dolce e coinvolgente.

Sullo sfondo meravigliose vetrate colorano di mille riflessi la luce che penetra all’interno. Costruite nella metà del ‘200 da artisti tedeschi, francesi e italiani, le 28 finestre originali, oltre che ad essere le più antiche d’Italia, costituiscono un complesso assolutamente unico per quel che riguarda la ricchezza di argomenti rappresentati, dei colori utilizzati, delle tecniche di costruzione raffinatissime.

Alle spalle dell’altare, nel braccio sinistro del transetto, scopriamo la “Crocifissione” di Cimabue, sicuramente una delle opere più celebri della storia dell’arte mondiale, anche se l’alterazione nel tempo del bianco d’argento usato dal pittore (dovuta all’umidità) ha reso il dipinto un gigantesco “negativo” pittorico, senza però intaccarne la possente forza espressiva.

Ma torniamo alla maggiore attrattiva della basilica: mastodontico ciclo degli affreschi di Giotto che ricoprono i due lati della navata.

Il ciclo di affreschi si rifà alla “Legenda Major” di San Bonaventura, scritta sulla traccia di quanto tramandato da Tommaso da Celano, il più autorevole biografo di San Francesco, che aveva narrato la sua vita rifacendosi alla vivissima tradizione orale del popolo di Assisi e del racconto dei confratelli che avevano conosciuto il Santo.

Il ciclo segue praticamente tutta la vita di Francesco e inizia a destra dell’altare, volgendo le spalle all’entrata.

Già nel “Sogno alle armi” l’architettura del palazzo, che rappresenta il sogno del santo, sembra volerlo far uscire dalla parete, in una prepotente ricerca di spessore.

Il gioco di inserimento scenografico continua nel “Sogno di Innocenzo III”. Anche qui la struttura architettonica della sontuosa camera papale e dello stessa Basilica che il santo sorregge (ovvio simbolo legato alla ricostruzione della Chiesa in crisi) è potente e accurata.

Nella “Visione del carro di fuoco” la figura del frate addormentato con la testa poggiata alle mani è un’idea bellissima e dolce, mentre particolarmente realistica è l’espressione e l’articolazione della mano del frate al centro del disegno. Anche nella “Visione dei seggi celesti” spiccano le geometrie prospettiche delle sedie, che “escono” letteralmente fuori dal dipinto con forza e incisività.

Nell'”Estasi di San Francesco” colpisce viceversa l’effetto fosforescente della nuvola che sostiene il santo…  mentre nell'”Istituzione del Presepe di Greccio” il pittore ci immette direttamente all’interno di una chiesa, di cui non vediamo le pareti, ma solo parte degli arredi.

Anche qui la ricerca di tridimensionalità è evidente nell’immagine del leggio e nel crocifisso in alto, che non è un’immagine sacra, ma un oggetto di cui si vede solo il retro, inclinato verso l’invisibile navata e fermato a una trave con una corda.

Nella “Morte del signore di Celano” è ancora una volta un oggetto a colpirci, quasi più delle figure: la tavola imbandita, coperta dalla candida tovaglia, i cui lembi penzolano dai bordi del piano, mostrando le due bande ricamate col “punto Assisi” (eseguito ancor oggi in città(c) in uno straordinario effetto ottico di rilievo. È forse nell'”Apparizione a Gregorio IX” che appare l’indicazione “spaziosa” più bella e sofisticata di tutto il ciclo: la preziosa stoffa sospesa sopra il letto del papa che, pur “volante” e retta da alcuni tiranti, mostra chiaramente un pur leggero peso.

Spettacolare anche “Il pianto delle Clarisse”, che fa parte degli ultimi affreschi, cui sembra che Giotto non partecipasse completamente, lasciando ampio spazio ai suoi allievi. Ma la mano del maestro è evidente nel viso del santo, sereno anche nella morte, nell’accurata descrizione degli abiti delle clarisse e soprattutto nella straordinaria facciata di San Damiano.

Il corpo di San Francesco fu deposto sotto l’altare Maggiore della Basilica Inferiore il 25 maggio 1230 e da allora milioni di pellegrini gli hanno reso omaggio. In un luogo semplice a affascinante come fu tutta la sua vita. Un luogo dove, chi vorrà, potrà sempre ascoltare le semplici, immense parole con cui il più grande poeta dello spirito di ogni tempo grida ancora al mondo il suo eterno messaggio d’amore.

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