CYBEROMA: Versione Tedesca

Eine große archäologische Dokumentation über das antike Rom, geschrieben und geleitet von Gigi Oliviero, mit spektakulären 3D-Grafik Rekonstruktionen der wichtigsten Monumente.



Nel II sec. d.C. Roma era una città immensa per l’epoca, con oltre un milione di abitanti, attiva e caotica, bellissima e regale: la vera capitale del mondo antico. Il cuore della città era la zona che stiamo sorvolando e che corrisponde a quella oggi occupata dai resti del Foro Romano, dei Fori Imperiali, del Palatino e del Colosseo. Qui si svolgeva la vita pubblica della città, si riuniva il Senato, si celebravano i grandi processi pubblici, si organizzavano imponenti spettacoli. E qui vivevano gli imperatori, i potenti della Terra di allora.

Il TABULARIUM era l’Archivio di Stato della Roma Repubblicana. In questi ambienti erano conservati tutti i grandi segreti della politica del tempo.

L’edificio era l’unico palazzo di età repubblicana giunto sino a noi e fu eretto da Quinto Lutazio Catulo nell’83 a.C., durante la dittatura di Silla. Il palazzo, inserito nella collina del Campidoglio, era costruito interamente in tufo e peperino ed era articolato in più piani. La galleria del primo era divisa in settori, ognuno dei quali era coperto con una volta a padiglione e si apriva verso l’esterno con un’arcata inquadrata da semicolonne doriche. L’architrave sovrastante era in travertino ed era sormontata da un fregio dorico a metope e triglìfi. Il piano superiore, crollato durante il Medioevo, doveva essere molto spettacolare, e consisteva in una galleria alta 13 metri e sorretta da 12 possenti colonne corinzie.

Potrà sembrare strano, ma in quest’area della Roma antica, a due passi dal palazzo imperiale e dove si svolgevano le funzioni pubbliche dello Stato, i romani venivano anche a giocare. Per esempio accanto alla BASILICA GIULIA, dove si trattavano importanti cause, che attiravano molto il popolino, sempre in cerca di notizie piccanti e scandalistiche. E poiché le pause fra un’udienza e l’altra erano molte e lunghe, per ammazzare il tempo, erano state incise sui gradini scacchiere e modelli di giochi vari, che possiamo ammirare ancor oggi. Il nome “Basilica” non deve trarci in inganno. Le basiliche romane non avevano niente a che vedere con le grandi chiese cristiane che verranno. Erano solo monumentali edifici, destinati per lo più a compiti pubblici, primo fra tutti l’amministrazione della giustizia. Il popolo romano, pur così “civile” (per l’epoca di cui parliamo), era straordinariamente litigioso e le aule dei tribunali non bastavano mai.

L’edificio era di dimensioni davvero imponenti: 5 navate, divise da 36 pilastri di mattoni rivestiti in marmo! La grande sala centrale (lunga più di 80 metri) era circondata da due portici successivi che, in modo certo inconsueto, erano del tutto privi di muri su tre dei quattro lati, affacciandosi direttamente sull’ esterno. Qui operava il tribunale dei centumviri, e, grazie a varie tende e tramezzi (che dividevano ingegnosamente in più locali l’ampio spazio), si riuscivano a trattare anche 4 cause contemporaneamente.

Le udienze erano pubbliche e, soprattutto quando erano coinvolti personaggi famosi, il popolo accorreva a frotte a vederli. Con una calca e una confusione che possiamo facilmente immaginarci.

La CURIA era la sede del celebre Senato Romano, qualcosa di simile al nostro Parlamento. Anche questa era stata eretta da Cesare ed era un luogo importante per la vita della città. In questa zona del Foro, infatti, si svolgevano varie cerimonie sacre e vi si eseguivano, talvolta, perfino le condanne a morte. L’edificio era austero e maestoso. La facciata era decorata, nella metà inferiore, da lastre marmoree e nella parte alta da un bugnato di stucco che imitava il marmo. In essa si aprivano tre grandi finestre e una grande porta di bronzo. I posti a sedere erano solo 300, contro un’assemblea che contava 600 membri, divisi su tre ordini di palchi sovrapposti. Ciò fa supporre che le assemblee plenarie (quelle che si svolgevano in occasioni straordinarie) fossero affollate e caotiche come non mai! Quello che vediamo oggi è molto simile a come doveva apparire l’ambiente dopo l’ultimo rifacimento dovuto a Diocleziano, ed è frutto di un recente restauro, effettuato negli anni Trenta per eliminare le aggiunte medievali, che avevano trasformato il luogo in una chiesa dedicata a S. Adriano. Tutta la sala era maestosa, anche se abbastanza semplice. Era alta più di 20 metri e pavimentata in marmo. Nelle pareti si aprivano delle nicchie, inquadrate da colonnine poggianti su mensole e destinate a contenere statue. E’ qui che, in epoca repubblicana, furono prese le grandi decisioni che portarono Roma a dominare il mondo.

Il TEMPIO DI VESTA era il luogo dove era conservato il fuoco sacro. Era costituito da un podio di circa 15 metri di diametro rivestito di marmo, al centro del quale era posta la cella, circondata da colonne corinzie. Al suo interno era posto un tripode su cui ardeva il fuoco perennemente acceso. Il tetto era conico e aperto nel centro, per permettere l’uscita del fumo. Il delicato compito di conservare il fuoco sacro era affidato a 6 fanciulle, scelte in tenerissima età fra le famiglie patrizie.

Erano le Vestali, le componenti dell’unico collegio sacerdotale femminile romano, la cui fondazione risale addirittura alle origini di Roma. Anche Rea Silvia, infatti, la mitica madre di Romolo e Remo, era una vestale di famiglia reale. Esse dovevano restare in attività per 30 anni, conservando la verginità, pena la morte. In cambio godevano di mezzi finanziari e di prestigio immensi; avevavo posti d’onore negli spettacoli e tombe poste all’interno della città. L’usanza voleva addirittura che fosse concessa la grazia a un condannato a morte che si fosse imbattuto in una di loro! Al centro del grande edificio dove abitavano le Vestali era situato un grande giardino rettangolare, circondato da un portico colonnato a due piani. Sotto il portico erano sistemate le statue delle Vestali Massime, cioè le decane del collegio. Tutt’intorno, poi, sorgevano le stanze, la cucina e numerosi bagni, dotati di impianti di riscaldamento. Un ambiente decisamente di lusso rispetto all’austerità dei nostri conventi…

La casa e il Tempio delle Vestali erano forse i luoghi più riservati di Roma, eppure la zona che li circondava era quella più frequentata dal popolo romano. I Fori, infatti, nacquero con un preciso piano urbanistico, che tendeva a creare centri di interesse comune, dove il popolo potesse partecipare alla vita pubblica. Erano quindi luoghi molto ambiti dai potenti dell’epoca, che vedevano in essi la possibilità di manifestare e celebrare al massimo il loro potere. Non ci si deve quindi meravigliare che personaggi come Cesare e molti imperatori spendessero cifre immense per acquistare i terreni ed edificarvi superbe costruzioni.

Anche il grande Augusto, il primo imperatore di Roma, volle edificare un suo Foro. Esso, anzi, nacque da un voto fatto molti anni prima alla vigilia della battaglia di Filippi, quella in cui in cui morirono Bruto e Cassio, gli assassini di Cesare. Il FORO DI AUGUSTO fu inaugurato nel 2 a.C. Non era maestoso come quello che costruirà Traiano, ma era dominato da uno splendido tempio, dedicato a Marte Ultore, cioè vendicatore. Tutto il complesso nacque come centro rappresentativo, destinato a glorificare l’imperatore e la sua potenza.

Qui si riuniva il Senato per le dichiarazioni di guerra e di pace, sul suo altare i governatori consumavano sacrifici prima di partire per le provincie, qui inoltre venivano innalzate le statue dei generali vincitori e le cariatidi che simboleggiavano le nazioni sottomesse. Le dimensioni del Tempio erano notevoli, come dimostrano tre delle 8 enormi colonne corinzie originarie che sono giunte fino a noi, alte ben 15 metri! Il tempio era sede dei sacerdoti di Marte, che vi celebravano vari riti, ed era anche utilizzato dai senatori per custodire, in apposite casseforti, i loro beni.

Dovremo aspettare, però, un altro secolo per veder realizzato il più imponente e spettacolare dei Fori Romani: quello di TRAIANO. Quando il grande imperatore decise di edificare un complesso che oscurasse in grandiosità tutti i precedenti, il primo problema fu quello di trovare lo spazio adatto. Tenendo fede al suo carattere di ferro (col quale aveva portato l’Impero al massimo della sua espansione), Traiano non esitò per questo a far sbancare un’intera collina, quella che divideva il Campidoglio dal Quirinale.

L’opera fu immensa, considerando che il livello del colle spianato (come riporta un’iscrizione posta alla sua base) corrisponde all’altezza della celebre Colonna che svetta ancor oggi sui resti del Foro: ben 30 metri! La spesa dovette essere enorme, ma fu pagata, sembra, con i proventi del bottino ricavato dalle vittoriose campagne militari dell’imperatore. Il foro di Traiano, concepito in modo da somigliare a un accampamento militare romano, è costruito intorno ad un’immensa piazza, lunga 300 metri e larga 185. Per la sua imponenza, esso divenne subito uno dei principali centri amministrativi della città. Vi si promulgavano leggi, vi si accoglievano delegazioni straniere, vi si svolgevano conferenze, cerimonie imperiali e religiose.

Gioiello del Foro è la celebre COLONNA (detta appunto Traiana), che era destinata a conservare, in un’urna d’oro, le spoglie del grande imperatore. All’interno è cava e una scala a chiocciola permette di raggiungerne la sommità, che oggi è adornata da una statua di San Pietro, mentre all’epoca, era naturalmente occupata da una statua raffigurante l’imperatore. La colonna è completamente avvolta da un fregio in rilievo lungo oltre 200 metri, lungo il quale si snoda una straordinaria rappresentazione di scene delle due guerre combattute vittoriosamente da Traiano contro i Daci, un fiero popolo che abitava l’attuale Romania. Davvero un “film di marmo”, come fu definita da Italo Calvino, un vero capolavoro della scultura di ogni tempo che ci permette di rivivere, come in un meraviglioso documentario antico, le varie fasi della campagna. All’epoca la colonna era circondata da alcuni edifici, un grande tempio dedicato a Traiano e due biblioteche, dalle cui finestre sarà stato certo possibile ammirare più da vicino le scene istoriate.

Ma l’edificio più importante che chiudeva la piazzetta era la BASILICA ULPIA, opera del grande architetto Apollodoro di Damasco. La Basilica era la più grande di Roma. Misurava infatti ben 170 metri per 60

La costruzione era divisa in tre parti, la superiore delle quali era decorata da un immenso fregio a rilievo che rappresentava i trionfi di Traiano. Ma proviamo a entrare… L’interno, davvero grandioso, era diviso in cinque navate e ritmato da quattro ranghi di colonne: quelle della navata centrale erano in granito… mentre le altre erano di cipollino. In alto, un grande fregio scolpito rappresentava Vittorie in atto di sacrificare tori o di adornare candelabri con ghirlande. Il pavimento era splendido e alternava armoniosamente dischi e rombi di marmo verde e rosso. Il soffitto, invece, era ricoperto da lamine di bronzo.

Anche questa basilica non aveva funzioni religiose. Le cerimonie religiose di massa, nella Roma pagana, si tenevano all’aperto, mentre, come abbiamo già visto, edifici come questo erano luoghi d’incontro e rappresentanza, destinati soprattutto a funzioni giudiziarie, ma anche a cerimonie d’altro tipo, come quella destinata all’affran-cazione (cioè la liberazione) degli schiavi, che veniva per l’appunto svolta in un ambiente adiacente alla Basilica.

La più famosa delle basiliche giunte fino a noi è certamente quella costruita nei primi anni del IV secolo da un mediocre imperatore romano, MASSENZIO, al cui nome, comunque, resterà legata nei secoli la fama dell’edificio. Fu Costantino (che lo aveva destituito dopo la battaglia di Ponte Milvio del 312) a completarlo in maniera superba. La costruzione occupava un’area di 100 metri per 65, all’incirca le dimensioni di uno stadio di calcio. Per sorreggere le enormi crociere della navata centrale furono costruiti ingegnosi sistemi di contrafforti, mentre il tetto era ricoperto di tegole e coppi.

All’interno si accedeva tramite un solenne portico posto sul lato sud, costituito da quattro grandi colonne di porfido, poste alla sommità di una scalinata. La navata centrale era alta più di trenta metri ed era ricoperta da tre immense volte a crociera, poggianti su colonne alte quasi 15 metri. Come altri grandi monumenti romani, l’immensa mole della costruzione ne fece, fra il Medioevo e il Rinascimento, una delle cave di materiale edilizio più saccheggiate dell’antica Roma: perfino l’ultima di queste colonne fu prelevata, nel 1613, da papa Paolo V, per essere deposta nella piazza di S. Maria Maggiore, dove spicca ancor oggi. Il lato nord della navata si concludeva con un’abside, affiancata da due colonne, nella quale si aprivano varie nicchie per statue, inquadrate da colonnine poggianti su mensole scolpite.

L’interno era poi completato da due ali laterali, ognuna composta di tre ambienti, coperti da potenti volte a botte cassettonate. Il pavimento era splendidamente decorato con marmi policromi, mentre sui due ordini di piani erano aperte enormi finestre per l’illuminazione dell’ambiente. Nell’abside della navata centrale, infine, era situata una colossale statua seduta di Costantino, che aveva, probabilmente il corpo in bronzo, e la testa, le mani e i piedi di marmo. Per dare un’idea delle sue dimensioni, si pensi che la sola testa (oggi conservata in Campidoglio), è alta quasi tre metri!

Fu dopo la violenta fine di Nerone che la nuova dinastia degli imperatori Flavi decise di ridare ordine a Roma e all’Impero. In questo periodo, quindi (cioè la seconda metà del I secolo d.C.), Vespasiano iniziò, sul colle PALATINO, la costruzione di quella che doveva diventare la più grandiosa reggia della romanità. Già esisteva, in quel luogo, la casa abitata da Augusto, che proprio sul Palatino era nato, ma la costruzione che venne alla luce dovette risultare una delle dimore più splendide di tutta la romanità. Il grandioso complesso fu progettato da un architetto celebre del tempo, Rabirio, e comprendeva due parti distinte: la DOMUS FLAVIA, che era destinata alla rappresentanza, e la Domus Augustana, la vera residenza dell’imperatore e del suo seguito.

Si trattava di una costruzione immensa e di spettacolosa ricchezza, che fece dire allo scrittore satirico Marziale (che pure non risparmiava velenose frecciate alla società romana) che la sua vista costituiva “una delle cose più belle del mondo, una mole colossale composta di sette monti uno sull’altro, che giungevano a toccare il cielo”! Qui per quasi quattro secoli, vissero gli imperatori, anche quando la capitale fu spostata altrove. Questo era la facciata della Domus Flavia, l’ala del palazzo destinata alla rappresentanza, dove l’imperatore accoglieva ospiti e delegazioni. Gli ospiti entravano attraverso un ambiente adibito a corpo di guardia dei pretoriani, la guardia privata dell’imperatore. Era poi in questa splendida sala che l’imperatore accoglieva gli omaggi dei salutatores: amici, cortigiani, ospiti vari (fra cui gli ambasciatori). Era la cosiddetta “aula regia”, un edificio a forma di tempio, che evocava un’architettura sacra e arredata, possiamo bene immaginarlo, con una sfarzo senza pari. Gli ospiti particolari, poi, passavano in un vasto peristilio, circondato da un colonnato in marmo numidico, cioè giallo con venature rosse. Questo grande salone all’aperto era abbellito al centro da una vasca ottagonale, nella quale un labirinto di muretti creava un bell’effetto geometrico.

Dal peristilio, infine, gli ospiti di riguardo accedevano ad un’altra sala,, che si identifica con il triclinio, cioè la sala da pranzo, denominata “Cenatio Jovis“.

Tutto l’ambiente era di uno sfarzo che è facile immaginare. Il pavimento era costituito da splendidi marmi policromi sotto il quale (come molti altri ambienti del palazzo), scorreva, in un’apposita intercapedine, dell’aria calda, che garantiva un perfetto riscaldamento. E qui appunto i sovrani, che di solito si sistemavano in una loggia soprelevata, per poter dominare tutto il consesso, offrivano sontuose cene agli ospiti di riguardo.

Il TEMPIO DI VENERE E ROMA fu progettato personalmente dall’imperatore Adriano, che lo inaugurò nel 135 d.C. Ma l’opera non dovette piacere al grande architetto Apollodoro (il creatore del Foro di Traiano), che osò criticare apertamente l’imperatore. La cosa gli costò cara, in quanto Adriano, secondo l’uso del tempo, lo fece dapprima esiliare e quindi uccidere. Con le sue eccezionali dimensioni (145 metri per 100) era il più grande tempio di Roma. Unico esempio nell’architettura romana, il tempio era costituito da due celle orientate in senso opposto, con le pareti di fondo adiacenti. Il motivo doveva essere simbolico, rappresentando l’accostamento della dea Roma alla grande progenitrice della città e dell’Impero. L’immagine doveva essere insieme possente e spettacolare: era infatti l’unico tempio ad avere ben 10 immense colonne di marmo sul frontale, che sorreggevano volte decorate a cassettoni stuccati, mentre splendidi pavimenti in marmo policromo completavano l’insieme. La forma del tempio è tipicamente greca, secondo la moda ellenizzante del periodo adrianeo. Sui lati lunghi del podio, due doppi colonnati recingevano l’area sacra, aprendosi al centro in due propilei.

Questa è l’abside dove era posta la statua della Dea; le pareti sono scandite da grandi colonne di porfido. Altre colonne più piccole, inquadrano invece delle nicchie destinate ad altre statue. Il pavimento, particolarmente ricco e spettacolare era composto di splendidi marmi policromi. Il soffitto in cassettoni stuccati, e il catino dell’abside, infine, rendono davvero l’ambiente solenne e spettacolare.

L’ANFITEATRO FLAVIO, voluto dall’imperatore Vespasiano e inaugurato nell’80 d.C. dal figlio Tito, era il cuore della città ed era destinato a divenire, per la sua imponenza, il simbolo stesso della grandezza di Roma.

Per edificarlo ci vollero centomila metri cubi di travertino, una carovana di oltre 200 carri al giorno che, per 5 anni consecutivi, fecero la spola dalle lontane cave di Tivoli. Eppure i suoi costruttori riuscirono a completare la ciclopica opera in soli otto anni! Per magnificare il monumento non si badò a spese. L’anello esterno è alto quasi 50 metri ed è costellato da centinaia di archi, ognuno dei quali era adornato da una statua.  La cura, anche estetica, degli sconosciuti architetti che lo concepirono, si notava anche dai diversi stili in cui erano lavorati i capitelli delle semicolonne che chiudevano gli archi dei tre primi piani: stilizzato dorico il primo, elegante ionico il secondo e raffinato corinzio il terzo. Ma è il momento di entrare anche noi. Lo spettacolo sta per cominciare… L’interno era veramente grandioso, all’altezza della sua fama. Le dimensioni sono eccezionali, se rapportate all’epoca. E’ di forma ovale e il diametro maggiore dell’ellisse misura 188 metri contro i 156 di quello minore. Le volte delle scalinate erano dipinte in oro e porpora, gli anditi lastricati in marmo e decorati da innumerevoli mosaici; le pareti divisorie addirittura incastonate con pietre preziose, mentre le tende e i cuscini erano in seta.

L’anfiteatro poteva contenere oltre 50.000 spettatori seduti, i quali, in caso di emergenza, potevano defluire all’esterno in pochissimi minuti!

L’immensa cavea era divisa in quattro ordini di gradinate, tutte accuratamente numerate e suddivise per categorie sociali: Un particolare curioso è che le donne occupavano la parte più alta delle gradinate, forse per evitare il più possibile una promiscuità che poteva preludere a gravi disordini.

Ancor oggi delle iscrizioni ci attestano i posti riservati ai vari gruppi sociali. Nonostante le dimensioni, la visuale era perfetta da ogni ordine di posti, mentre un’alta rete proteggeva gli spettatori da eventuali assalti degli animali feroci.

Tutto l’anfiteatro, infine, veniva coperto, nei giorni di sole, da un immenso “velarium”, che provvedeva a garantire ombra e fresco a tutti gli spettatori. Il suo dispiegamento rappresentava uno sforzo grandioso, anche se la sua dinamica è avvolta dal mistero. Probabilmente un grande anello metallico era sollevato da centinaia di corde, che facevano perno su aste poste alla sommità del perimetro esterno. Su questo poi venivano svolte delle grandi “vele” di tessuto, con una grandiosa operazione collettiva, effettuata da oltre mille espertissimi marinai.

E mentre gli spettatori si scaldavano, eccitandosi alle imprese di celebri gladiatori, al di sotto dell’immensa pedana di legno ricoperta di sabbia, che formava l’arena, un drammatico e frenetico mondo sotterraneo organizzava il prossimo spettacolo.

Può sembrare incredibile (se rapportato a una tecnologia che disponeva, come motore, unicamente di braccia umane) che potessero essere custodite e gestite insieme una moltitudine di belve feroci, le quali venivano convogliate a gruppi in montacarichi e scivoli, per farle giungere, terrorizzate, fin dentro l’arena. Animali che, una volta raggiunto il loro inevitabile destino, venivano trascinati via ed eliminati con altrettanta efficienza e organizzazione. E per garantire questa imponente organizzazione, tutta l’arena era circondata da innumerevoli locali adibiti ad ogni servizio: dalle caserme dei gladiatori alle armerie, ai depositi, oltre naturalmente ad un ospedale e all’inevitabile obitorio… Quello che invece forse i romani non videro mai furono proprio i tanto ricordati martirii di cristiani, che in quest’arena non furono mai sacrificati. Lo furono invece migliaia di gladiatori, ma si trattava di veri professionisti della guerra e della morte, che spesso diventavano veri e propri idoli delle folle ed erano gelosamente protetti dai loro allenatori per i quali potevano risultare delle vere e proprie miniere d’oro.

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