DUJE PARAVISE (Ciccio Capasso)

Una simpatica canzone napoletana, scritta dal grande E. A. Mario e interpretata da un bell’artista di Napoli, Ciccio Capasso.
Racconta di due posteggiatori che, in visita in Paradiso, vengono presi dalla nostalgia della loro Napoli e dicono a San Pietro che vogliono tornare nella loro città perché hanno capito che quella è il loro Paradiso…


L’interprete: CICCIO CAPASSO
Ciccio Capasso è stato uno dei pochi interpreti che abbia saputo affrontare il repertorio tradizionale napoletano con una chiave interpretativa unica e originale, priva di orpelli e retorica e senza ricalcare schemi già collaudati. 
La sua attività artistica inizia nel 1973 con Leo de Berardinis e Perla Peragallo, nomi tra i più importanti nel panorama del teatro sperimentale italiano. 
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Con Leo e Perla, Ciccio Capasso lavora al Teatro Regio di Parma, al Carignano di Torino, al San Ferdinando di Napoli, al Verdi di Salerno, al Morlacchi di Perugia, al Giacosa di Ivrea, al Comunale di Città di Castello ed ancora in moltissimi teatri d’Italia ed in Europa. 

Dopo qualche anno, sempre con Leo e Perla, a Parigi la Compagnia riscuote un enorme successo di critica e di pubblico, ed infatti a Parigi la compagna è invitata per la seconda volta a rappresentare l’Italia al Teatro Mondiale delle Nazioni 1976-1977. Nel 1980 si dedica esclusivamente alla Canzone Classica Napoletana d’autore di cui è un attento cultore e studioso oltre che un raffinato interprete.
​Dopo qualche anno, sempre con Leo e Perla, a Parigi riscuote un enorme successo di critica e di pubblico, ed infatti a Parigi la Compagnia è invitata per la seconda volta a rappresentare l’Italia al Teatro Mondiale delle Nazioni 1976-1977. Nel 1980 si dedica esclusivamente alla Canzone Classica Napoletana d’autore, di cui è un attento cultore e studioso oltre che un raffinato interprete.
Ciccio Capasso è stato anche compositore di canzoni, con versi quasi sempre in dialetto, forma a lui più congeniale ed espressiva.
Nel 1988 è stato uno dei maggiori protagonisti nelle “Serate allo storico Caffè Gambrinus di Napoli”, ideate e condotte da Giuliana Cesarini.
Nei suoi concerti-recital ha interpretato i brani di autori ignoti che hanno segnato nell’Ottocento l’epoca d’oro della canzone napoletana. Il suo repertorio è stato vastissimo. Gli autori che ha presentato sono, tra gli altri, Mercadante, Di Lasso, Vinci, F. P. Tosti, Di Giacomo, Viviani, Bovio, Nicolardi, Russo E.A. Mario, Murolo, Gambardella, Staffelli, Cannio, Denza, G.B. De Curtis, Galdieri, Falvo, Totò. 

​E’ scomparso, dopo una lunga malattia, nel 2014.

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L’autore: E. A. MARIO

Pseudonimo di Giovanni Ermete Gaeta (Napoli, 1884-1961), E. A. Mario è una delle figure fondamentali della moderna musica napoletana.

Nacque in un classico “vico” di Napoli, nella zona più poplare della città, in una modesta famiglia. I padre era barbiere e la madre casalinga. Tutti vivevano nel retrobottega del barberia del padre.

In giovinezza frequentò un personaggio mitico della cultura di Napoli, il commediografo e poeta Eduardo Scarpetta, genitore di Eduardo de Filippo e dei suoi fratelli.

Si legò in seguito al celebre editore milanese Bideri, al quale dovette cedere per necessità (una grave malattia della moglie) i diritti delle sue opere, dalle quali ricavò ben poco rispetto alla loro fama e diffusione.

Malgrado fosse musicalmente autodidatta e strimpellasse solo il mandolino, è’ autore di innumerevoli successi, dalla celebre “Tammurriata nera” alla mitica “Canzone del Piave”.

Agli esordi, troviamo che il poeta si firmava,  in chiare lettere, con nome e cagnome vero: Giovanni Ermete Gaeta. Egli si sentiva, ed aspirava, ad essere poeta in lingua e dedicava i suoi versi a Carducci, a Mazzini. Poi ci fu, come dire, un piccolo incidente. La sua “Canzone a Mazzini” non piacque a Mario Rapisardi, acceso mazziniano, che gli dedicò una “dolce rampogna”. Il poeta, allora, prese a rivolgere la sua musa principalmente verso la poesia dialettale e adottò, nel 1905, lo pseudonimo che doveva diventare famoso in tutto il mondo: E. A. Mario.

A proposito di questa decisione, scriveva al suo fraterno amico, Alessandro Sacheri, giornalista a Genova: Ho cambiato nome, non mi chiamo più Ermete, mio buon Alessandro: mi chiamerò Mario, perché anche diventando un canzoniere, mi propongo di essere un cavaliere della canzone come il grande mazziniano fu cavaliere della democrazia: e di quello che fui serberò le iniziali dei nostri due nomi: mi chiamerò dunque E. A. Mario. In lui si nascondevano non uno, ma dieci artisti, alimentati dallo stesso cervello e dallo stesso cuore, e tutti presenti in una più che unica esuberante individualità fisica. Artisti che poi cedevano, ciascuno a sua volta, parte di sè all’animatore numero Uno: E. A. Mario.

L’attività di questo poeta-musicista è stata vulcanica. L’arte del poeta fu davvero fiamma e fuoco: fuoco che bruciava sempre più dentro, fiamma ch’era sempre più viva, a dispetto degli anni che si accavalla-vano l’uno sull’altro. Fin dai primi passi fu segnato dal tocco inconfondibile del Genio che gli fu compagno assiduo per tutta la vita, e più gli diventava fedele quanto più gli anni passavano, quasi come se il Poeta non se ne avvedesse nemmeno, preso nella euforia di una intramontabile giovinezza. E fu solo negli ultimi mesi della sua vita che, – per le troppe sofferenze sfociate in una pietosa immobilità – la sua attività si fermò.

Ma i suoi occhi vivi e intelligenti esprimevano tutto, la sua mente lucida e serena intuiva tutto! Fino a pochi mesi prima, però, la versatilità del Nostro erompeva ed aveva propaggini estese e profonde in tutti i campi ove l’arte detta il Suo verbo. Un articolo di analisi storica o di esegèsi letteraria? E v’era la sua firma. Una novella di colore o di pura fantasia? Ed era firmata E. A. Mario. Una polemica ove occorreva spezzare una lancia in difesa del nostro dialetto? Ed a piè di pagina la firma era sempre la stessa. Una lirica di squisita fattura od una canzone toccante o piena di brio? E la sigla si ripeteva ancora, brillante: E. A. Mario…

Per E. A. Mario la Poesia è stata un Vangelo, un atto di fede senza fine, una dedizione continua ed assoluta. L’artista è come un sacerdote a cui il sacrificio dà più passione e più fervore, a seconda della gravità ch’esso comporta. Per questo, nella storia della letteratura napoletana, il nome di E. A. Mario rimarrà un fenomeno di produttività feconda, una delle più grandi testimonianze artistiche mai prodotte dall’arte di Napoli.


DUJE PARAVISE

Duje viecchie prufessure ‘e cuncertino,
nu juorno, nun avevano che fá.
Pigliájeno ‘a chitarra e ‘o mandulino
e, ‘nParaviso, jèttero a suná:
– Ttuppe-ttù… – “San Pié’, arapite!…
ve vulimmo divertí…”
“Site ‘e Napule?! Trasite!
e facitece sentí…”
“V’avimm”a fá sentí doje, tre canzone,
ca tutt”o Paraviso ha da cantá:
Suspire ‘e vase…Museca ‘e passione…
Rrobba ca sulo a Napule se fa… 

E ‘a sera, ‘nParaviso, se sunaje
e tutt”e Sante jèttero a sentí…
‘O repertorio nun ferneva maje:
“Carmela, ‘o Sole mio, Maria Marí’…”
“Ah, San Pié’, chesti ccanzone,
sulo Napule ‘e ppò fá…
arapite stu barcone:
‘A sentite ‘sta cittá?… 

E, sott”o sole e ‘a luna, vuje sentite
sti vvoce, ca só’ voce ‘e giuventù…
Si po’ scennite llá, nun ‘o ccredite?!
Vuje, ‘nParaviso, nun turnate cchiù!…” 

Ma, doppo poco, da ‘a malincunía
‘e viecchie se sentettero ‘e pigliá:
Suffrévano nu poco ‘e nustalgía
e, a Napule, vulèttero turná:
“Mo, San Pié’, si permettite,
nuje v’avimm”a salutá…”
“Site pazze! Che dicite?
Nun vulite restá ccá?!”
“Nuje simmo ‘e nu paese bello e caro
ca tutto tène e nun se fa lassá:
Pusìlleco, Surriento, Marechiaro… 

‘O Paraviso nuosto è chillu 

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