ENZO MAIORCA – Cronaca di un record

Un documentario mitico, risalente al 1974, realizzato e raccontato da Gigi Oliviero, che è  l’unico filmato esistente dell’incredibile avventura vissuta a Sorrento, in diretta televisiva, dal grande subacqueo Enzo Majorca durante un o dei suoi celebri tentativi di record di immersione in apnea che si concluse con le celebri “parolacce” televisive.



STORIA DI UNA RIPRESA INCREDIBILE (di Gigi Oliviero)

Oggi vi voglio portare sott’acqua, raccontandovi un altro scoop filmato che il destino mi ha regalato. Siamo nel settembre 1974 e io già da qualche anno collaboravo col grande subacqueo Enzo Majorca per realizzare molti filmati subacquei. Quell’anno Enzo aveva accettato l’invito di un circolo di Massalubrense, sulla Penisola Sorrentina, per effettuare un nuovo tentativo di record sullo scoglio del Vervece, al largo di Punta Campanella.

L’ANTEFATTO
L’occasione era molto particolare, perché per la prima volta al mondo la RAI aveva offerto all’organizzazione di riprendere, anche con riprese subacquee, tutto il record in diretta. Era una fresca domenica di settembre e il programma prevedeva un’oretta di diretta e il tentativo di record intorno a mezzogiorno.
Io naturalmente giunsi il giorno prima sul posto con la mia troupe e, quando raggiungemmo il luogo dell’immersione, capimmo subito che l’occasione, nel bene e nel male, era molto, ma molto particolare.

C’era un grande pontone della Marina, una nave appoggio per le telecamere RAI, decine di persone che si affannavano a preparare le riprese e il campo di gara. Insomma un’atmosfera lontana anni luce dai record semplici e quasi “familiari” che in questi tre anni di collaborazione avevamo documentato. Quando arrivò, Enzo era stranamente teso e nervoso. Non amava il chiasso e la mondanità e quel vedersi come un fenomeno da baraccone evidentemente non gli piaceva. E’ sempre stato, però, un uomo di carattere eccezionale e il solo fatto di aver accettato l’invito gli imponeva di non tradire la parola data.
Le cose cominciarono subito ad andare male. La megastruttura RAI aveva commesso, per ingenuità e anche presunzione, un errore gravissimo, quello cioè di non utilizzare consulenti che conoscessero bene le modalità in cui si svolgeva il tentativo.

Mirarono infatti quasi esclusivamente ad attrezzare il “set” per lo spettacolo, e questo fu un errore catastrofico, almeno per loro.
Il pontone della Marina iniziò a calare in mare il cavo (lungo oltre cento metri) su cui sarebbe scivolata la zavorra di Enzo, accompagnandolo a un lungo sfilare di tubi innocenti che avevano assicurata, in corrispondenza col cartellino indicante la profondità del record, una telecamera subacquea.

Purtroppo il mare era increspato e la corrente molto forte, così che il marchingegno, raggiunti i 50 metri, iniziò ad aggrovigliarsi su sé stesso, rendendo impossibile il posizionamento del cavo di gara. Dopo vari tentativi il tutto fu salpato, per posizionare questa volta solo il cavo della zavorra, rinunciando alla telecamera fissa. Intanto il tempo passava, e il mezzogiorno previsto era stato abbondantemente superato. La curiosità che saliva in maniera esponenziale, però, spinse la RAI a cambiare tutti gli orari di trasmissione, decidendo di prolungare la diretta ad oltranza, fino al momento del record.

Io e la mia troupe, intanto, increduli per quello che stava succedendo, ci eravamo posizionati nella zona per ottimizzare le nostre riprese. Sul pontone c’era l’operatore Aldo Greci, l’assistente e il fonico, mentre io, come il solito, mi ero attrezzato per l’immersione ed ero sceso in acqua per un sopralluogo. E qui cominciarono i problemi, dal momento che i responsabili dell’organizzazione, non appena mi videro in acqua con la cinepresa, mi bloccarono immediatamente, dicendomi che, a causa dell’esclusiva che aveva la RAI per le riprese, io non ero assolutamente autorizzato a fare le mie.

D’altronde all’epoca ero abbastanza famoso (avevo addirittura scoperto di avere un paio di pagine dell’Enciclopedia del Mare di Folco Quilici dedicate ai miei lavori subacquei!) e, in effetti, potevo davvero essere un pericoloso concorrente anche per la RAI. Peccato che quei signori (che poi erano tutti miei amici) non avessero pensato che io venivo dal cinema vero, e che la mia regola prima era (soprattutto quando la cosa non era ripetibile): prima girare, poi pensare a chiedere il permesso. Salii quindi sulla barca di mio cugino, fingendo di accettare l’imposizione e fui rapidamente dimenticato.

IL “FATTACCIO”
Dopo un pomeriggio intero di preparativi eravamo giunti alle cinque del pomeriggio. L’aria si era incupita e il vento e il mare si erano alzati ancor più.
Qualunque atleta, a questo punto, avrebbe avuto il diritto di rinunciare all’impresa. Ma non Enzo Majorca, che, quando finalmente fu avvertito che tutto era pronto, si liberò della tuta e scese in acqua.
Cosa che feci naturalmente anch’io, immergendomi lentamente. Essendo perfettamente al corrente di come si svolgeva l’immersione, aspettai che Chicchi Carradini, un altro dei collaboratori del team Majorca, gridasse “Zero”, cioè facesse scattare il cronometro dell’iperventilazione, prevista in dieci minuti esatti.

Regolai anch’io il mio orologio su zero e mi immersi accanto al cavo, bilanciandomi intorno ai 7-8 metri. Vedevo da sotto il corpo di Enzo sdraiato sulla superficie, intento ad iperventilarsi, mentre intorno a me numerosi sommozzatori di soccorso e il mio amico operatore subacqueo della RAI Mario Carotenuto scendevano velocemente per aspettare Enzo oltre i 30 metri (credo lo stiano ancora aspettando…).
Quando il mio orologio segnò nove minuti, preparai la mia telecamera. Si trattava di una macchina stagna, la Beaulieu Spirotechnique, un piccolo tubo molto leggero, in quanto non aveva bisogno di una pesante custodia per essere impermeabilizzata. Era una camera 16 millimetri, caricata con uno chassis da 60 metri, che mi garantiva un’autonomia di soli 5 minuti, più che sufficienti, però, a documentare quello che dovevo riprendere.

Per la cronaca era una camera lontana anni luce de quelle attuali, che oggi sono immensamente più piccole, luminose, di grandissima autonomia e soprattutto ultra automatiche. La mia aveva la regolazione del fuoco e del diaframma manuale, il che significava che avrei dovuto riprendere il passaggio di Enzo (che mi sarebbe passato accanto come un proiettile, trascinato da un peso di 30 chili), cambiando fuoco e diaframma. Il tutto naturalmente azionando il mio giubbetto idrostatico per cercare di seguirlo il più possibile e, se necessario, compensare pure la pressione sui timpani. Per una ripresa che si programmava irripetibile era certo una bella responsabilità. Ma ero giovane, molto preparato e assolutamente motivato a farlo.

Feci quindi partire la camera, bloccando il pulsante di messa in moto con un elastico, la puntai verso l’alto e attesi. Allo scadere dei 10 minuti previsti, vidi la figura di Enzo staccarsi dal galleggiante, effettuare una capriola e precipitarsi verso di me. Mi passò accanto a 2-3 metri. Ebbi appena il tempo di seguirlo, svuotare il mio giubbetto, cambiare 6 diaframmi e precipitarmi, pinneggiando come un ossesso, per seguirlo almeno per qualche metro. E lì vidi Bottesini, o almeno il sub che solo la sera sapemmo essere Enzo Bottesini, un bravo subacqueo che all’epoca aveva raggiunto una certa notorietà vincendo una bella somma al Rischiatutto di Mike Bongiorno. Era una visione incredibile: dieci metri sotto di noi un subacqueo stava sdraiato orizzontale, col viso verso il fondo, aggrappato con una mano al cavo dove scorreva il peso di Enzo. Era come se, durante il passaggio di Vettel sul rettilineo di Monza durante il Gran Premio, ci fosse tranquillamente una 500 a fare manovra in mezzo alla pista.

Era assolutamente impossibile, eppure lui era lì. Ricordo ancora che cercai di urlare qualcosa, prima di assistere all’inevitabile impatto.
Enzo era naturalmente come ubriaco per la lunga iperventilazione, quindi non lo vide proprio (anche perché era l’ultima cosa che potesse aspettarsi) e quando prese con la fronte le bombole in alluminio dell’altro, si bloccò di colpo, assolutamente incredulo. Mollò la zavorra, che per un pelo non fracassò la testa dello stesso Bottesini e, voltandosi, si diresse verso la superficie.
Io naturalmente feci lo stesso, inseguendolo per continuare a riprendere quella che già intuivo come una ripresa davvero eccezionale.

La sorpresa che provarono gli spettatori (compreso il pubblico televisivo che, sapemmo in seguito, era stato da record di ascolti) fu davvero grande.  La gente aveva visto solo Majorca iperventilarsi per dieci minuti, poi staccarsi, capovolgersi e sparire nel blu. Tutti sapevano che sarebbe riapparso col cartellino del record non prima di 2 minuti e mezzo. Vederlo uscire dopo appena trenta secondi, paonazzo in volto, fu davvero uno shock per tutti, soprattutto quando echeggiarono, urlate, le sue prime parole: “Chi è quel coglione di merda?!!!”. E giù una gran bestemmia…

Sorrido ancora all’idea che in quel momento io fossi l’unico ad aver ripreso (per di più di nascosto) quello che era successo. E non sapevo ancora che il mio scoop sarebbe diventato travolgente proprio grazie all’ultimo errore che fece la super regia della RAI a Roma, allorché, udendo bestemmiare in diretta (per di più nel 1974!), la prima reazione fu quella di chiudere l’audio. Lasciando quindi gli spettatori ad osservare quel subacqueo che, improvvisamente era riemerso e, senza udire niente, urlava, sbracciandosi come un pazzo.

Vidi con gelida soddisfazione che il mio operatore stava riprendendo il tutto dalla barca, e che soprattutto il fonico, con la cuffia in testa, stava tranquillamente registrando tutto. Bravi, ragazzi.
A quel punto sbucò dall’acqua Antonio Pugliese, un fotografo genovese pazzo, il quale, urlando, gridò: “L’ho visto, l’ho visto! C’era uno sotto, aveva un tubo in mano!…”. E in effetti, rivedendo in seguito il filmato, Bottesini aveva davvero una grande lampada a forma di tubo in mano… straordinariamente simile alla mia cinepresa subacquea. Fu assolutamente naturale che, in quegli attimi di confusione, all’immediata caccia all’untore che scattò automatica, un capitano dei carabinieri, vedendomi con un tubo in mano, mi apostrofasse con autorità: “Che fa lei, cosa ha fatto a Majorca?”.

​Io naturalmente pensavo solo a continuare la ripresa di Enzo che, salito sulla barca, continuava ad urlare la sua giusta rabbia con parole di fuoco, e risposi distrattamente: “Nulla, capitano, io non ho fatto nulla, c’era un subacqueo attaccato al cavo… Enzo lo ha urtato in pieno…” “E chi è?” “Questo non lo so, non l’ho riconosciuto, ma comunque stia tranquillo, perché sta tutto documentato qui dentro”. E indicai col viso la camera. Fu la sua risposta che mi sorprese davvero: “Faccia subito vedere!” Era una castroneria troppo grossa perché io non lo mandassi al diavolo, nuotando verso Majorca che continuava il suo giusto show.

Fui uno dei primi a sapere chi era stato l’autore del fattaccio. Risalendo sulla barca di mio cugino Paolo, infatti, lui mi chiese subito “Ma che ha fatto Bottesini?” “Come fai a sapere che è stato Bottesini?” “Perché è salito subito su una barca qui accanto ed è partito a razzo verso terra. Aveva proprio la faccia di uno che ha combinato un guaio, un guaio grosso…”.
Beh, in effetti il guaio l’aveva proprio combinato, almeno al record di Enzo, anche se, col senno di poi, avremmo tutti stabilito che quell’innocente errore si sarebbe trasformato in un avvenimento che sarebbe stato ricordato per decenni.

L’EPILOGO
Per correttezza occorre dire che Bottesini (che, certo ingiustamente, divenne da quel momento simbolo di chi commette una coglioneria) non era affatto un dilettante, ma un istruttore di secondo grado assistente dello stesso Duilio Marcante, quindi un ottimo subacqueo. La RAI stessa gli aveva affidato il compito di effettuare una radiocronaca subacquea, fornendolo di una maschera gran facciale con dentro inserito un microfono. Si era, lo ripeto, negli anni ’70, e la tecnologia dell’epoca era quello che era, quindi il microfono era collegato alla superficie da un lungo cavo, che limitava molto i movimenti dell’operatore. L’attesa, la stanchezza e la forte corrente avevano spinto Enzo ad attaccarsi un attimo al cavo di Majorca, ma purtroppo lo aveva fatto nel momento sbagliato, in quanto l’atleta gli era arrivato all’improvviso alle spalle.

Per la cronaca, la sera all’hotel Tramontano di Sorrento, sbollita la grande rabbia, tutti i giornalisti poterono assistere alle scuse che un Bottesini distrutto gli rivolse, e che Majorca, tornato ad essere il signore di sempre, ingoiò con un abbraccio.
A me invece arrivò una telefonata da un giornalista di un noto settimanale che (non chiedetemi come abbia fatto a saperlo) mi offriva una cifra notevole per l’epoca (mi sembra 4 o 5 milioni) se gli avessi dato quattro fotografie entro la mattina dopo. Ci avrebbero fatto la copertina citando naturalmente il mio nome. Oggi, con le telecamere digitali, sarebbe una passeggiata, ma allora giravamo con la pellicola. Avrei quindi dovuto portarla allo stabilimento di Roma, farla sviluppare, stampare, estrarre le foto, fare l’internegativo eccetera. Una cosa impossibile, soprattutto un sabato sera a Sorrento.

I lati positivi della cosa furono però, come dicevo, vari, Nessuno l’ha mai saputo, ma mentre si celebrava la pantomima della superficie, sul fondo, a cento metri di profondità, era scoppiato un dramma. Un giovane carabiniere di soccorso, infatti, era entrato in ebbrezza di profondità (uno stato alterato di euforia che colpisce spesso chi respira azoto a forte pressione) e, credendo di colpo che fosse lui a dover fare il record, aveva strappato il cartellino che Majorca avrebbe dovuto portare in superficie, aggredendo per di più Nuccio Di Dato (uno dei grandi assistenti di Enzo) che solo per la sua abilità ed esperienza era riuscito a trascinarlo verso la superficie, bloccando il suo stato confusionale. La cosa quindi significava che se Majorca fosse giunto sul fondo, non avrebbe trovato il cartellino da strappare, e in più poteva essere aggredito (in apnea e a cento metri di profondità!) da un subacqueo in piena ebbrezza.

Altro lato positivo fu la diretta televisiva che, malgrado tutto, risultò uno spettacolo nuovo, emozionante ed ebbe un ascolto altissimo (anche se risultarono patetiche le giustificazioni che Paolo Valenti, il telecronista, dette al pubblico giustificando l’improvvisa mancanza di audio come un guasto tecnico, cosa che apparve davvero risibile a tutti).

Ma chi ne uscì vincitore fu proprio la mia troupe, che riuscì a realizzare un documentario (“Cronaca di un record”) assolutamente unico. Malgrado i mezzi impiegati e i soldi spesi, in pratica nessuno vide l’impatto subacqueo e sentì quelle che sarebbero diventate per anni delle parolacce “storiche”, cosa che viceversa gli spettatori televisivi poterono rivedere grazie alle mie immagini che, per una vera beffa del destino, mi furono comprate due mesi dopo proprio dalla RAI, che pure mi aveva vietato di girarle…
Enzo Majorca realizzò il suo record di 87 metri, sempre a Sorrento, una settimana dopo. Questa volta senza clamori e senza televisione (tranne naturalmente la mia cinepresa). Fu un record tragico, in quanto uscì dall’acqua esanime, in sincope, e fu salvato davvero per miracolo.

Per anni, evidentemente molto colpito da quello che era successo, fermò le sue immersioni (non prima di aver deposto la statuina di una Madonnina sul fondale dello scoglio del Vervece), fino a concludere la sua magnifica carriera nel 1988, quando strappò il suo ultimo cartellino a 101 metri di profondità. Quello che, con onestà, ha riconosciuto essere il suo limite umano.

Oggi Enzo non c’è più, ma credo che, da Lassù, continui ancora a sorridere, pensando al beffardo destino che ha voluto che diventasse nel mondo il più famoso subacqueo di ogni tempo proprio grazie all’unico record che non riuscì a conquistare.


 

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