ERA DE MAGGIO (Elena Bonelli)

Era de maggio” è sicuramente una delle più belle e note canzoni napoletane di sempre. Si gratta di una meravigliosa poesia di Salvatore Di Giacomo, il più grande poeta napoletano del passato, autore di indimenticabili successi, come “‘E spingule grangese” e la mitica “Marechiaro“. Un testo bellissimo che fu musicato da un grandissimo musicista tarantino, Mario Pasquale Costa.
I versi sono quelli di una canzone d’amore. Nella prima parte viene narrato l’addio, durante il mese di maggio, tra due amanti, i quali si ripromettono di ritrovarsi negli stessi luoghi, ancora a maggio, per rinnovare il loro amore. La seconda parte della canzone è incentrata sul nuovo incontro tra i due.


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Il poeta: SALVATORE DI GIACOMO
(Napoli. 1860 – 1934)

E’ sicuramente il più grande poeta che Napoli abbia mai avuto, ed uno dei più grandi di tutta la letteratura moderna italiana. Con lui il dialetto napoletano diventa finalmente lingua ed assurge definitivamente nel campo del’arte. Fu uomo coltissimo ed elegante, scrittore, narratore, romanziere e poeta di versi sublimi e appassionati, che ci hanno dato (dopo essere stati musicati da grandissimi altri artisti), alcune delle più belle canzoni della storia napoletana. 
Bastino per tutte la celeberrima “Marechiaro” (che pure egli non amò mai, ritenendola una sua opera minore), “Era de maggio”, “‘E spingole frangese”, “l’appassionata”,  “Catarì”.
Eppure egli non scrisse mai direttamente versi destinati alla musica. In lui la poesia era già di per sè musica. Iniziò frequentando la facoltà di  medicina, ma ben presto, abbandonata l’università, divenne cronista dei principali quotidiani cittadini e si dedicò per tutta la vita alla creazione di opere indimenticabili.

Il grande poeta napoletano amò moltissimo questi versi, cui è legato un simpatico aneddoto. Di Giacomo aveva inviato la poesia al grande musicista Pasquale Mario Costa (l’autore di “Catarì” e “‘A frangesa”), appuntando, in calce al manoscritto, la frase: “Mario, ma quant’è bella!”. Dopo due giorni arriva a casa Di Giacomo, a Napoli, un rotolo di musica. Sotto, la firma di Costa e la postilla: “Salvatò, e chesta manch’è scema!” (cioè: neanche questa è da buttar via…). 
E in effetti la canzone risultò di una bellezza e una fama tali da ammaliare perfino il grande Riccardo Wagner (che nel Golfo di Napoli, soprattutto a Ravello, era di casa), il quale, incantato dalla canzone che gli aveva fatto ascoltare un posteggiatore (un tal Giuseppe Di Francesco), non esitò a portarsi in Germania lo sconosciuto (e sicuramente sbigottito…) “artista”.

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Il musicista: PASQUALE MARIO COSTA
(Taranto, 1858 – 1933)

Nacque lontano da Napoli, a Taranto, quello che sarebbe divenuto un vero colosso della canzone napoletana, Pasquale Mario Costa, un musicista al quale dobbiamo straordinari successi musicali. Appartenente ad una famiglia di musicisti, compose le sue prime romanze mentre frequentava il Conservatorio di S. Pietro a Majella.. Fu Martino Cafiero, uno dei più stimati giornalisti napoletani dell’epoca, che gli propose di musicare una poesia di Salvatore Di Giacomo – allora alle prime armi -: Nannì (1882). Il successo non fu immediato, ma a distanza di pochi mesi scoppiò come una bomba e tutta Napoli cantava la canzone che, vincolando i due artisti in una amicizia cordiale, segnava l’inizio di una collaborazione che doveva dare al mondo i più bei canti di Napoli e alla canzone stessa nuovo impulso e nuova formula. 
A ventitrè anni aveva riscosso grandissimi successi alla Corte di Spagna con la sua Napulitanata, che gli valse altresì la Commenda dell’Ordine di Isabella la Cattolica ed una fotografia dell’Infante Donna Eulalia. Aveva una bella voce di tenore leggero e quando nei salotti cantava la sua romanza da camera Serenata medievale, o le sue canzoni in voga. accompagnandosi al pianoforte, conquistava immediatamente presenti. Scrisse, talvolta, lui stesso versi efficaci, anche se non perfetti, per le sue musiche. Fra queste composizioni, sei o sette, si ricorda: ‘A frangese, che, cantata dalla parigina Armand Ary, al Circo delle Varietà, mandò in visibilio i napoletani e, nello spazio di pochi mesi, fu tradotta in numerose lingue per l’esecuzione in Europa e in America. 
Sposò la napoletana Carolina Sommer, bellissima figlia del noto antiquario-fotografo di piazza Vittoria. Visse a lungo a Londra e a Parigi, dove compose la pantomima Hisfoire d’un Pierrot, replicata centinaia e centinaia di volte, ma che gli fruttò solo 366 lire, avendo ceduti tutti i diritti ad un editore di Parigi. Morì a Montecarlo col desiderio di rivedere Napoli, la città che lo aveva visto studente, che lo aveva ospitato per oltre vent’anni nei più eleganti salotti, e che gli aveva decretato la celebrità: la città che lo avrebbe annoverato fra i suoi più grandi figli adottivi.


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NAPOLI. NA’!

Il video della canzone è tratto dal film “NAPOLI.NA’!, diretto da Gigi Oliviero e interpretato da Elena Bonelli.
Una splendida carrellata sulla musica napoletana, con tutte le più celebri canzoni napoletane interpretate da Elena nei luoghi del golfo dove nacquero e sono ambientate.
Completa il cast Egidio del Giudice e un bellissimo gruppo di giovanissimi ballerini napoletani.
ERA DE MAGGIO

Era de maggio e te cadéano ‘nzino,
a schiocche a schiocche,
li ccerase rosse…
Fresca era ll’aria…e tutto lu ciardino
addurava de rose a ciento passe…
Era de maggio, io no,
nun mme ne scordo,
na canzone cantávamo a doje voce…
Cchiù tiempo passa
​e cchiù mme n’allicordo,
fresca era ll’aria e la canzona doce…
E diceva: “Core, core!
core mio, luntano vaje,
tu mme lasse, io conto ll’ore…
chisà quanno turnarraje!”
Rispunnev’io: “Turnarraggio
quanno tornano li rrose…
si stu sciore torna a maggio,
pure a maggio io stóngo ccá…
Si stu sciore torna a maggio,
pure a maggio io stóngo ccá.”

E só’ turnato e mo, comm’a na vota,
cantammo ‘nzieme lu mutivo antico;
passa lu tiempo e lu munno s’avota,
ma ‘ammore vero no, nun vota vico…
De te, bellezza mia, mme ‘nnammuraje,
si t’allicuorde, ‘nnanz’a la funtana:
Ll’acqua, llá dinto, nun se sécca maje,
e ferita d’ammore nun se sana…

Nun se sana: ca sanata,
si se fosse, gioja mia,
‘mmiez’a st’aria ‘mbarzamata,
a guardarte io nun starría !
E te dico: “Core, core!
core mio, turnato io só…
Torna maggio e torna ‘ammore:
fa’ de me chello che vuó!
Torna maggio e torna ‘ammore: 
fa’ de me chello che vuó “

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