GUAPPARIA (dal musical “Storia di una magia)

Sono innumerevoli le canzoni dedicate alla “guapparia”, la società di uomini d’onore d’un tempo, che mascheravano arroganza e violenza con un discutibile senso dell’onore. La più celebre di tutte è però questa “Guapparia”, scaturita dalla penna immortale di Libero Bovio (che come stile di vita, indipendente e ribelle, detestò sempre coloro che mascheravano viltà e codardia dietro la violenza) che traccia un ritratto indimenticabile del ‘guappo’ che vede tramontare il mondo pseudo-eroico che era teatro delle sue gesta. Accanto a lui, i compagni di bravate stavolta piangono dinanzi all’amore vero che lo consuma.
E’ una serenata-tammurriata, musicata in maniera perfetta da Rodolfo Falvo, che contribuì a rendere il pezzo (giustamente celeberrimo) una specie di addio a una Napoli di maniera, in cui anche il gelido guappo sa riacquistare, per merito dei sentimenti, una nuova umanità adatta ai tempi che cambiano.
La donna del “guappo” è stata infedele e l’uomo, per l’affronto subito, non si sente nemmeno degno di appartenere all’onorata società. Ha tracannato un bicchiere di vino, ha ingaggiato una piccola orchestra e, sotto il balcone chiuso, urla parole di disperazione. Ma ben presto tutta la boria del giovane si scioglierà in un singhiozzo, accompagnato dalla solidarietà degli amici.


LO SPETTACOLO
La canzone è tratta da uno splendido spettacolo musicale, “STORIA DI UNA MAGIA”, interpretato da un gruppo di giovani artisti napoletani, “I Girovaghi dell’Arte
“.
Il lavoro, scritto e diretto da un geniale autore napoletano,  Egidio del Giudice, ripropone, in chiave musicale, una delle più antiche e sentite feste di Napoli, quella, appunto, di “Piedigrotta”, che risale addirittura al 1200, anche se, da secoli, ha perso lentamente Il valore “popolare” da cui nasceva, per spegnersi inevitabilmente con l’avvento del progresso.


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​Il poeta: LIBERO BOVIO
(Napoli, 1883 – 1942)

Quando Libero Bovio passava per le tumultuose strade di Napoli, in carrozzella, era fatto segno a dimostrazioni di affetto e di ammirazione. Pochi erano quelli che non si accorgevano del suo passaggio. Con l’immancabile sigaro tra le labbra e le grosse mani appoggiate al pomo bianco del bastone, lo si vedeva assorto nei suoi pensieri a tirar su mentalmente, quartine, ritornelli, sonetti, scene teatrali, novelle Un amore infinito per Napoli, un continuo sospirare per l’amata Maria, una pena per l’umanità depressa ed avvilita, una gioia per l’infinito dono della vita, erano le corde più toccate dal suo genio. E come l’ispirazione affluiva limpida alla sua anima, così la battuta di spirito affluiva spontanea alle sue labbra. Dalla canzone al teatro, e viceversa, al un comune filo ispiratore, Libero Bovio si muove in un continuo stato di grazia che gli consente di dar vita a figure palpitanti di umanità, siano esse scolpite a tutto sesto o soltanto abbozzate. Sono figure tratte da una dolente, piccola borghesia; sono i protagonisti di avvenimenti che si srotolano tra vichi e piazzette dei quartieri più popolosi della città. E questa folla di figure, emergenti in un desiderio di riscatto oppure tuffate nell’accettazione di una abiezione ancestrale, trova in Libero Bovio una dimensione nuova, cioè quella dimensione che soltanto la poesia può dare. Figura indimenticabile la sua. Produsse centinaia di canzoni e animò con la sua genialità case editrici e compagnie di prosa che portavano in giro per l’Italia i suoi lavori teatrali e quelli di altri autori, quali Di Giacomo, Russo, Murolo, Netti, ecc. Per oltre trentacinque anni combattè e vinse le più belle battaglie d’arte. Poi, un male imperdonabile lo confinò in casa, fino a quando, presàgo del proprio destino, non lesse alla sua dolce compagna – la buona signora Maria – il suo ultimo canto: Addio a Maria.


​Il musicista: RODOLFO FALVO
(Napoli. 1873 – 1937)

L’entusiasmante avventura di Rodolfo Falvo ha inizio nel 1898 quando, poco dopo la morte del padre, ufficiale superiore di artiglieria, decide di abbandonare l’ufficio alle Regie Poste per andare a raccogliere fama ed applausi fra le quinte e le ribalte dell’allora furoreggiante caffè concerto napoletano. Fa il cantante, qualche volta il duettista, nella ricerca di una propria personalità fra le tante stelle dell’epoca. Nel disegno della sua vita, però, la silhouette del cantante non è destinata a prendere corpo. Infatti, sullo sfondo, si nota una seconda figura che, sia pure ancora confusamente, suggerisce ben altre dimensioni. Il disegno, così abbozzato, prende a delinearsi nella sua definitiva stesura nel 1904, allorché Falvo ha occasione di musicare dei versi di Libero Bovio. E’ la sua prima vera canzone: “Napulitana”; ed è anche uno schietto successo che segna la data di nascita di autentico musicista. Ormai, non è più il caso di parlare di un’attitudine; c’è, invece, da prendere atto di una incontenibile vocazione. E Falvo, sempre con la collaborazione cordiale e affettuosa di Bovio, incomincia a comporre canzoni su canzoni. Così, ad ogni Piedigrotta il  pubblico aspetta impazientemente le novità di Falvo, sicuro com’è che la sua attesa non adrà delusa. Ecco allora splendidi pezzi: “Uocchie  c’arraggiunate”, su versi di Falconi Fieni, “Viato a me!” con Bovio, “Tarantelluccia”, con Murolo. Passa qualche anno e, nel 1911, accade che la Poliphon prenda l’iniziativa di riunire, sotto un’unica insegna, i maggiori poeti e musicisti di Napoli. Falvo, ovviamente, è tra i primi ad essere scritturato. Tra le sue mani passano versi di Di Giacomo, Russo, Bovio, Califano per trasformarsi in canzoni che sono altrettante stupende pagine musicali. C’è in quelle note tanta ricchezza e varietà di temi che potrebbero dare gloria non ad uno solo, ma a numerosi musicisti. La città, e con essa tutta Italia, canta: “Guapparia”, “‘O mare ‘e Margellina”, “Tammurriata palazzola”. Alla vigilia dello scoppio della prima guerra mondiale, Falvo e Bovio scrivono “Canzone Garibaldina”, un esaltante inno che affonda le radici direttamente nelle vicende passionali di quegli anni. La Poliphon, ch’è una casa editoriale tedesca, ritiene di scorgere nella canzone un’intenzionale presa di posizione a favore un conflitto tra la Germania e l’Italia, cosicchè i due autori, nella consapevolezza di non poter più continuare a lavorare in quell’organizzazione, decidono di passare tra le file della napoletanissima La Canzonetta. Falvo, ed è un segno di chiara notorietà, fu affettuosamente chiamato “Mascagnino”, perchè con il maestro livornese, aveva in comune molte cose: le pieghe dei capelli, la linea del naso il gran bisogno di fumare, e l’eterno sigaro tra i denti. Ma soprattutto, come Mascagni, aveva un’esuberanza, anzi un impeto musicale che, fissati su carta, facevano delle partiture un nobile documento d’anagrafe artistica, facilmente identificabile anche se privo di nome e cognome.


GUAPPARIA
(Falvo – Bovio, 1914)


Scetáteve, guagliune ‘e malavita…
ca è ‘ntussecosa assaje ‘sta serenata:
Io sóngo ‘o ‘nnammurato ‘e Margarita
Ch’è ‘a femmena cchiù bella d”a ‘Nfrascata!

Ll’aggio purtato ‘o capo cuncertino,
p”o sfizio ‘e mme fá sèntere ‘e cantá…
Mm’aggio bevuto nu bicchiere ‘e vino
pecché, stanotte, ‘a voglio ‘ntussecá…

Scetáteve guagliune ‘e malavita!…

E’ accumparuta ‘a luna a ll’intrasatto,
pe’ lle dá ‘o sfizio ‘e mme vedé distrutto…
Pe’ chello che ‘sta fémmena mm’ha fatto,
vurría ch”a luna se vestesse ‘e lutto!…

Quanno se ne venette â parta mia,
ero ‘o cchiù guappo ‘e vascio â Sanitá…
Mo, ch’aggio perzo tutt”a guapparía,
cacciatemmenne ‘a dint”a suggitá!…

Scetáteve guagliune ‘e malavita!…

Sunate, giuvinò’, vuttàte ‘e mmane,
nun v’abbelite, ca stó’ buono ‘e voce!
I’ mme fido ‘e cantá fino a dimane…
e metto ‘ncroce a chi…mm’ha miso ‘ncroce…

Pecché nun va cchiù a tiempo ‘o mandulino?
Pecché ‘a chitarra nun se fa sentí?
Ma comme? chiagne tutt”o cuncertino,
addó’ ch’avess”a chiagnere sul’i’…

Chiágnono sti guagliune ‘e malavita!…

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