iCorti: TIZIO E CAIA

 

Titolo: TIZIO E CAIA

Regia: Irene Franchi

Con: Stefano Abati, Annalisa Foà

Fotografia: Petur S. Jonsson


Prodotto da: LIBERA UNIVERSITA’ DEL CINEMA DI ROMA (L.U.C.) – Via di Villa Belardi, 44 – 00154 Roma – Tel. 06.45434932 – 349.7123993

La Scuola nasce nel 1983 dalla volontà di alcuni cineasti che hanno fatto la storia del Cinema come Cesare Zavattini, Alessandro Blasetti, Leonviola e Sofia  Scandurra, per formare nuovi registi del cinema professionale.

Da anni la LUC, oggi diretta da Fiorenza Scandurra, si occupa di formare ragazzi giovani nel campo cinematografico permettendo loro di provarsi, sbagliare, correggersi e riuscire, collaborando con i docenti al nostro unico obiettivo:”formare un regista!”. Una scuola pratica dove “IL CINEMA S’IMPARA FACENDOLO”, sotto la guida di docenti, tutti professionisti, che operano da oltre trent’anni nel settore cinematografico e televisivo.

Tra i nostri docenti annoveriamo alcuni vincitori di importanti premi, come il David di Donatello, il Leone d’Oro di Venezia e alcune Nomination all’Oscar.

                                        ​www.universitadelcinema.it –  info@universitadelcinema.it   –  Vai al promo della Scuola 

               Sofia Scandurra         


   


Foto

Il giudizio di GIGI OLIVIERO


Il corto è la seconda parte di una trilogia realizzata da una bravissima allieva della scuola, Irene Franchi (gli altri sono “Voglia di esserci” e “L’ultima voglia”). E’ sicuramente meno importante degli altri due (a entrambi i quali, come avrete visto ho dato 5 stelle!), ma dimostra ancora una volta la straordinaria fantasia dell’autrice, unita a una capacità tecnica che, proprio perché dissacra ferocemente tutti i canoni classici (dalla fotografia alle inquadrature, dalla quasi mancanza di dialogo ai tempi, dalle sfocature ai rallenti esasperati) dimostra, oltre che un coraggio da leonessa, che quando c’è il talento, uno se ne può altamente fregare dei canoni classici. D’altronde oramai giovani e meno giovani, autori e spettatori hanno da anni disintegrato quelle che, ai miei tempi, erano alcune leggi ferree del mestiere di regista.

Ricordo ancora quando, in una lezione all’Università Pro Deo di Roma (un’altra ottima scuola di cinema), il docente (il celebre regista Luigi Zampa) ci spiegò, con la severità che lo contraddistingueva, la legge del “divieto di scavalcamento di campo”. Questa prevedeva che, facendo un esempio semplice di due attori che parlano guardandosi di fronte, l’ambiente poteva essere diviso in due parti, corrispondenti a un lato e l’altro di una immaginaria linea che li univa. Una volta scelta una delle due zone, qualsiasi altra inquadratura non avrebbe mai dovuto “scavalcare” quell’immaginaria linea, altrimenti ci sarebbe stata una confusione totale di sguardi. Se cioè, inizialmente un attore guarda a “destra macchina”, cioè a destra dello spettatore, riprendendolo dopo aver scavalcato il campo avrebbe significato che il suo sguardo sarebbe stato rivolto dal lato opposto, confondendo quindi le carte.

Oggi tutti sanno (basta vedere un qualsiasi sceneggiato TV) che “scavalcare il campo”, spesso anche brutalmente, fra un’inq. e l’altra, non è solo permesso, ma addirittura obbligatorio, visti i nuovi canoni diciamo “estetici” cui è abituato lo spettatore moderno. E allora, chi ha ragione? La mia risposta, da vecchio cineasta, sarebbe sicuramente che avevano ragione i miei grandi maestri dell’epoca. Ma il buon senso, l’esperienza e diciamo pure un pizzico di saggezza che vien fuori per l’età mi ha convinto che l’unico ad aver ragione è sempre lo spettatore. Se quello che vede gli piace, ha ragione il regista, qualunque guazzabuglio tecnico faccia, se non gli piace, non ci sono regole che tengano. Il film è fallito.

Tornando all’analisi del nostro corto mi ha lasciato interdetto il contenuto, che mostra un uomo e una donna che, alla fermata dell’autobus, senza conoscersi, cominciano a scoprire toccandosi e guardandosi in ogni angolo del corpo. Questa volta mi è sembrato troppo provocatorio e sopra le righe, anche se lo stile della regista emerge chiaramente, soprattutto nell’esaltare lo spaventoso e alienante ambiente urbano che circonda (senza minimamente guardarli, giudicarli o aiutarli) i protagonisti della storia. Non do quattro stella al film perché manca completamente un finale che dia un guizzo in più a un racconto (fra l’altro troppo lungo) questa volta davvero sopra le righe.

VOTO: **


 

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