IL LIBRO (Romanzo di Gigi Oliviero)

 

IL LIBRO” è un romanzo thriller-fantasy in cui l’autore, Gigi Oliviero, ha trasferito tutta la sua lunghissima esperienza di regista documentarista. Un incredibile viaggio intorno al mondo alla ricerca di un qualcosa di terribile, che ci farà visitare alcuni tra i luoghi più affascinanti e misteriosi della Terra.

Il romanzo è pubblicato su Amazon Libri (il link è: https://www.amazon.it/dp/B07RDGRTRN) e si può scaricare Kindle al costo assolutamente promozionale di 2 euro euro, più o meno come un cappuccino… Inutile dirvi che, vi interessasse leggerlo, saremmo felici di avere una vostra recensione (anche se negativa…).

Sotto troverete una breve sinossi e la possibilità di leggere alcuni capitoli.

 

 

 

SINOSSI

Estate 1999. In vacanza con i genitori in Italia, Joan, una bambina di sei anni, trova sulla battigia un libro apparentemente antichissimo. Lo getta per gioco verso il padre che, afferrandolo per una pagina, vi scopre impressa la sua immagine. L’uomo, Peter Talberg, un giovane insegnante di Cambridge, fa analizzare il libro da un archeologo suo amico, Julius Quarry, il quale scopre che quell’oggetto è il più straordinario reperto archeologico della storia.

È stato scritto cento milioni di anni fa, è completamente indistruttibile e contiene le più dettagliate profezie mai scritte, compresa la più terrificante: allo scadere della mezzanotte del 31 dicembre 2005, l’intero Universo scomparirà nel nulla, a meno che la persona illustrata dalla foto (cioè lo stesso Peter) non farà quello che è scritto sull’ultima pagina. Una pagina, però, che manca, strappata di netto, nonostante il libro sia assolutamente indistruttibile.

Da quel momento la vita del protagonista si trasforma in un incubo, aggravato da terribili circostanze che travolgono i suoi affetti più cari per dimostrargli che il libro non mente, e l’uomo, condannato alla solitudine, troverà sulla sua strada figure inquietanti e malefiche, che faranno di tutto per impedirgli di risolvere il diabolico enigma. Cercherà un temporaneo conforto nella relazione con Alicia, una stupenda studentessa, ricca e amorale, che lo travolgerà, con una sensualità sfrenata e trasgressiva, in esperienze erotiche per lui del tutto nuove. Nemmeno lei, però, potrà eviterà il destino di Talberg, che dovrà riprendere la sua corsa alla ricerca della pagina perduta.

Il suo viaggio sarà guidato da indizi precisi, che lo porteranno in luoghi della Terra legati a grandi misteri: le Piramidi egizie, i Moai dell’isola di Pasqua, i riti zoroastriani dell’Iran. Fino al suo coinvolgimento nella tragedia delle Torri Gemelle a New York, durante la quale l’uomo salverà un’altra splendida ragazza, Tessie, che diventerà la sua compagna di vita e di avventura. E solo allo scadere del tempo concessogli, dopo incredibili peripezie in altri luoghi misteriosi – le Piramidi Maya in Yucatan, il Great Blue Hole del Belize, Santorini, Stonehenge e tante altre – Peter si troverà di fronte all’imprevista e sconvolgente soluzione.

 

ALCUNI CAPITOLI DEL ROMANZO

 

LA SCOPERTA

“Non m’acchiappi, non m’acchiappi…” La vocina della bambina risuonava stridula e felice. Era affannata per la corsa a piedi nudi sulla sabbia bianca, ma l’eccitazione del gioco non le faceva pesare la fatica. Dietro di lei, Peter, il padre, la inseguiva sulla battigia della piccola spiaggia di San Domino, simulando una difficoltà inesistente, per permetterle sempre di sfuggirgli quando le braccia tese stavano per afferrarla. “Ti prendo, ti prendo…”

Era una mattina d’estate come tante altre, ma con un pizzico di pace in più. L’aria era tersa. Lontani e vicini, centinaia di gabbiani bianchi volavano come impazziti sopra le due figure sulla spiaggia, eccitati dal risveglio del giorno e dal sole che attirava già, col suo calore, miriadi di pesciolini verso la superficie. I loro stridii, rauchi ed eccitati, così assurdamente simili a quelli dei vagiti infantili, si mescolavano alle grida dell’uomo e della bambina, in un sonoro felice e inconsueto.

Il passo della bimba era sempre più stanco ed incerto, e alla fine lei cadde stremata sulla sabbia umida. Il padre le fu subito addosso, le s’inginocchiò accanto, ansimando a sua volta. “Ah! Ti ho presa!” L’afferrò, stringendola a sé. Lei rise, cercando di svincolarsi, rotolando con l’uomo sulla sabbia. Poi si fermò trafelata. “Basta, mi arrendo!” Per un attimo i due si guardarono complici, respirando con affanno. Intorno, l’atmosfera era divenuta calma. Anche gli uccelli avevano smesso di cantare. Solo la risacca del mare faceva sentire il suo monotono e uniforme sciabordio sulla battigia.

Il bellissimo visino della bambina era indisponente e costellato di miriadi di piccole lentiggini mentre gli occhioni, che dimostravano una brillantezza superiore ai suoi sei anni, erano grandi e blu. I capelli, lunghi e color oro, erano legati scompostamente in una treccina che si andava sciogliendo, mischiata a granelli di sabbia, mentre piccole lacrime di sudore le segnavano le guance rosse per lo sforzo.

Joan, questo era il suo nome, fece un’espressione rassegnata, sbuffò un po’ e poi allargò le braccine, guardandosi attorno. “Papà, perché le tiometée non cantano più?” “Non si chiamano tiometée, amore, si chiamano ‘diomedee. Hanno smesso di cantare perché è sorto il sole.” “Allora cantano solo di notte?” “Certo, ma non  antano, piangono. Piangono la morte di un grande eroe greco che morì su queste isole tanti anni fa.” “Poveretto… E come si chiamava?” “Si chiamava Diomede, ed  ra un eroe grande e molto forte.” “Allora di giorno non piangono mai.” “Ma certo che no, bimba. La leggenda è molto chiara su questo punto. Possono piangere solo  di notte.” “E se un giorno il sole non sorge più, dovranno piangere sempre?”

L’uomo la guardò perplesso, poi le accarezzò i capelli biondi. “Beh, penso di sì…” Si alzò di nuovo. “Vediamo se ora riesci tu ad acchiapparmi!” E fuggì via. La bambina si alzò e ricominciò ad inseguirlo. “Certo che ti acchiappo, vedrai…” Il gioco continuò per un po’. Il padre si fermò di scatto, afferrò della sabbia e fece per gettargliela contro. “Fermati o ti colpisco!” La bimba si bloccò ansimante, si guardò attorno, raccogliendo d’istinto un oggetto posato sulla sabbia accanto a lei. “Provaci, così ti uccido!” L’altro alzò le mani, fingendosi rassegnato. “Va bene, va bene, mi arrendo…” “Allora getta via la sabbia.” Il padre lasciò cadere la sabbia.

La bimba, a tradimento, gli scagliò contro l’oggetto. Era pesante e lei dovette metterci tutta la sua piccola forza per riuscirci. Era un libro aperto, dall’aspetto antico e solenne, come quelli che si immaginano nelle biblioteche di un grande monastero. Le tante pagine si aprirono scompostamente nell’aria, in un surreale balletto aereo. L’uomo, d’istinto, lo afferrò al volo, prendendolo per una pagina. “Vigliacca!”

Stranamente, pur nella forza dell’impatto, quella non cedette neanche di poco. Il volume rimase inerte, appeso al foglio che l’uomo sosteneva con un certo sforzo. Ansimando, Peter gli gettò uno sguardo e rimase di stucco. Fra un groviglio di caratteri assolutamente indecifrabili, spiccava netta un’immagine fin troppo conosciuta, quella di un volto. Il suo volto

L’uomo si immobilizzò, come colpito da un pugno. Non si trattava né di una foto né di un disegno. Era come se l’immagine, che appariva chiarissima, fosse stata forgiata insieme alla pagina stessa e facesse parte della sua trama come una sofisticata filigrana. Peter esaminò sorpreso il volume. Appariva strano, dall’aspetto antichissimo, simile agli antichi tomi medievali, addirittura con una linguetta di metallo incernierata su un lato per bloccarlo. Eppure era perfettamente integro e, malgrado fosse stato raccolto sulla battigia, risultava completamente asciutto, come se il mare non lo avesse sfiorato. Sul frontespizio, rigido e composto di un tipo di materiale scuro simile al cuoio, era incisa un’immagine particolare: un triangolo equilatero inserito in un cerchio. Tutte le pagine, poi, erano scritte fittamente in un idioma incomprensibile e inframezzate da numerose figure. Alcune, a prima vista, abbastanza comuni, altre strane e anch’esse assolutamente indecifrabili.

La bambina si era intanto attaccata alle gambe del padre, cercando di arrivare a guardare il frontespizio del volume. “Papà, papà, che cos’è? Me lo fai vedere?” “Niente, niente. È solo un vecchio libro… Dai, ora andiamo, la mamma ci sta aspettando.” “Okay, vediamo se mi acchiappi un’altra volta.” “D’accordo.” Felice, la bimba lanciò un gridolino e fuggì via. L’uomo richiuse il libro e cominciò ad inseguirla. Le loro voci si allontanarono, mentre intorno le bianche figure delle diomedee continuavano a volare senza pace e la risacca andava lentamente sciogliendo l’impronta lasciata dal libro sulla battigia.

 

LA SPIEGAZIONE

Era notte. Nel suo studio Talberg, col viso distrutto e lo sguardo perduto nel vuoto, premette per l’ennesima volta un tasto di un piccolo registratore a nastro. Le parole di Quarry si sparsero di nuovo per la stanza, ora sicure e serene, ora eccitate e convulse, ora con una punta di terrore nell’intonazione.

“Caro Peter, ti lascio questo messaggio perché non ho molto tempo e ho bisogno di dirti tutto ciò che ho scoperto, affinché tu possa completare l’opera, se non ci riuscissi io. Quando esaminai il tuo libro io intuii immediatamente che ci trovavamo di fronte a un qualcosa di assolutamente straordinario, ma non potevo immaginare di che portata fosse il suo contenuto. Sì, Peter, credo di aver trovato la chiave, o almeno credo di essere riuscito a capire qual è il suo messaggio. Non chiedermi come, spero un giorno di potertelo spiegare.”

 Il viso di Peter era cereo, mentre ascoltava il resto del messaggio.

“Quel libro è la più straordinaria e precisa profezia che sia mai stata scritta. In esso vi è scritta la storia della Terra con una precisione, una conoscenza degli avvenimenti, delle date, dei nomi assolutamente strabilianti. Peter, io so, con assoluta certezza, che quel libro è stato scritto milioni d’anni fa, eppure tutto, tutto quello che vi è descritto, coincide esattamente con quello che è successo sulla Terra fino ad oggi. Tutto, dal Diluvio Universale all’avvento di Cristo, dalla scoperta dell’America alla morte di Hitler. Tutto, compreso il ritrovamento da parte tua. E quello che è più straordinario è che non si ferma lì, ma prosegue, almeno nel nostro immediato futuro. Sì, amico mio, in questo libro c’è scritto il destino dell’umanità anche nei prossimi anni, ed esattamente fino al trentuno dicembre del duemilacinque.”

Quando l’aveva ascoltato per la prima volta Peter era sobbalzato a sentire quella data: 31 dicembre 2005! La stessa data delle profezie di cui gli aveva parlato il suo amico Anthony a Cambridge. Ma anche adesso, a risentirla, un brivido gli percorse la schiena. Intanto la voce affannata di Quarry proseguiva.

 “Non mi chiedere perché proprio quell’anno, non ho finito completamente di decifrarlo, ma credo di poterti anticipare che, allo scadere di quella data, qualcosa di terribile, di mostruosamente terribile avverrà alla Terra, all’Umanità, forse allo stesso Universo, se qualcuno non farà quello che è sicuramente scritto nell’ultima pagina, quella mancante! Sta lì il mistero e la chiave di tutto. Senza quella pagina non sapremo mai se quella data sarà l’ultima per il genere umano…”

Ci fu una pausa, che a Peter sembrò più agghiacciante delle terribili parole dell’amico, la cui voce proseguì con voce rotta dall’emozione e dalla stanchezza.

 “Quel qualcuno, amico mio, sei tu! Non chiedermi perché sei stato tu a dover avere questo tragico destino. Lo so, sarai sconvolto, ma io ho il dovere di dirtelo. Per il momento il mio compito è finito. L’ha deciso lui, questo libro assurdo, che sembra addirittura avere una coscienza… Sì, perché, stranamente, sfogliandolo di nuovo, sull’ultima pagina leggibile, prima di quelle incollate, dove c’è la tua immagine ho decifrato una frase, che avrei giurato non ci fosse fino a ieri. Questa volta scritta in perfetto inglese e dice: ‘Il viaggio verso la verità inizia dove l’enigma è sempre esistito. Sotto il Grande Triangolo c’è la prova di tutto.’ Ovviamente la cosa mi ha lasciato allibito, e ho cercato in tutti i modi di capire come possa essere apparsa.”

Peter continua ad ascoltare con lo sguardo fisso nel vuoto.

“Non sono ancora riuscito a decifrarla, ma ho capito un’altra cosa. Si tratta di un viaggio che il Libro vuole farti fare, diciamo una specie di mostruoso gioco, simile a una caccia al tesoro, in cui dovrai dimostrare la tua abilità nel risolvere gli enigmi che ti saranno posti per riuscire a trovare la pagina mancante, in cui è racchiusa la soluzione. Purtroppo non sono assolutamente riuscito a capire il perché, dopo quella pagina, le altre siano incollate e quindi illeggibili. Sono sicuro, però, che anche quello è un messaggio, che probabilmente sarà svelato solo a te nel corso del tuo viaggio.”

Peter sentì un brivido percorrergli la schiena. Cercò di controllare l’agitazione che lo stava dilaniando e proseguì nell’ascolto.

         “Purtroppo al momento io non posso più aiutarti. L’ho chiuso, per impedire che chiunque possa leggerlo. L’unico che potrà riaprirlo sei tu. Io ora so di essere in pericolo. So che dovrò nascondermi. Tu… e ora anch’io, abbiamo dei nemici terribili, che faranno di tutto per impedirti di trovare la pagina e completare il tuo destino, quindi ti scongiuro di credermi. Ogni fede, ogni pensiero, ogni dogma ha sempre avuto nella Storia un antagonista malvagio. Il Male si è sempre contrapposto al Bene ed è sempre stato compito di pochi Eletti cercare di fermarlo. Ma tu non devi aver paura, Peter, non smettere mai di cercare la verità e di far trionfare il bene, anche se questo potrebbe costarti moltissimo. Quel libro è troppo eccezionale per non pensare che sia vero, e loro lo sanno. Per questo ho dovuto nasconderlo in un posto dove non lo troveranno mai. Non posso dirtelo in questo nastro. Guai se loro lo ascoltassero. Cercherò di fartelo sapere al più presto. In ogni caso ho fatto qualcosa che sicuramente ti aiuterà. Perché tu devi trovare quella pagina, e devi farlo assolutamente prima che scada quella data. Dio, Peter, non so se tutto quello che avverrà nei prossimi anni è davvero così stabilito che non possa essere mutato da nessuno. Quello che so con assoluta certezza è che tu sei l’unico uomo della storia cui sia stato dato il potere, per una volta, di cambiare il destino dell’Universo. Tu hai la chiave, Peter. Usala, per l’amor di Dio!”

 

UN CAPODANNO DI PASSIONE

La piccola Aston Martin di Alicia si fermò sgommando all’ingresso del ponte di Westminster. La ragazza scese, facendosi largo nella folla impazzita che vagava da ogni parte, in una confusione indescrivibile. Si guardò attorno disperata, circondata da gente che vagava dappertutto, urlando e cantando.

Lo vide all’improvviso, accucciato davanti al grande ponte, inginocchiato in terra come un pupazzo spento.  Corse verso di lui, gli si accovacciò accanto e, angosciata, lo abbracciò forte. “Peter, Peter, che ti è successo?”

L’uomo alzò lentamente la testa, si voltò incrociando lo sguardo di Alicia, con lo sguardo assente che non mostrava alcuna emozione. Parlava sconnesso, da ubriaco “Un giorno tutti avranno bisogno di me…. Pure tu glielo devi dire che un giorno, quando saranno vivi… se saranno vivi… avranno bisogno di me…” La ragazza trattenne a stento un groppo di commozione che la prese dentro, si alzò, tirando su l’uomo che continuava a barcollare. Gli prese un braccio mettendoselo sulle spalle e lo trascinò lentamente verso l’auto.

L’acqua bollente cadeva sul capo e le spalle di Peter, seduto nudo sul pavimento della doccia in casa di Alicia. Anche la ragazza era nuda, e lavava con amore e pazienza il corpo affaticato dell’uomo che, lentamente, si stava riprendendo. Nel vapore che riempiva l’ambiente Peter mise lentamente a fuoco il suo bel volto, dapprima sfocato, poi sempre più nitido. “Alicia… sei davvero tu?” “Si, mio piccolo, incosciente prof, sono io. Ti sei preso proprio una bella ciucca.” Lo disse con un groppo alla gola, continuando a pulire, con una spugna colorata, ogni angolo del corpo dell’uomo, senza minimamente provare ad eccitarlo.

Lui era ancora inebetito, anche se la piccola sauna gli stava ridando le forze. “Dove siamo?” “A casa mia, non ti preoccupare, rilassati, è tutto passato.” L’uomo guardò la ragazza, immergendosi nella bellezza dei suoi occhi verdi e provando un grande senso di benessere. La guardò emozionato e felice, incapace di dir nulla. “Grazie, Ali, grazie…” Lei gli mise un dito sulle labbra e lo baciò con tenerezza. “Come sei bella…” disse lui sottovoce, mentre abbracciava il corpo nudo di lei, stringendolo forte.

Peter era sdraiato sul letto, sbarbato e con i capelli in ordine. Lei era inginocchiata accanto a lui, con solo un piccolo tanga colorato addosso, e gli carezzava il petto, come a riscaldarlo. Lui le prese la mano, se la portò alle labbra, baciandola con dolcezza. La ragazza ricambiò, abbassandosi e baciandolo sulle labbra, mentre assorbiva con piacere il suo profumo. Poi si mise a cavalcioni su di lui, si abbassò, strofinando il suo corpo sul suo. L’uomo reagì subito e la ragazza sentì crescere rapida la sua eccitazione. Si rialzò e, con una mano, fece scivolare dolcemente il suo sesso dentro di lei. Lo sentì ingrandirsi e riempirla, con una sensazione potente e appagante. Lui fece istintivamente per muoversi, ma lei gli mise dito sulla bocca come a chiuderla, invitandolo a non muoversi “No, non muoverti. Ora devi riposare un po’. Restiamo così, ti prego, è bellissimo.” Lui la guardò con gli occhi pieni di piacere e si fermò ubbidiente. La accarezzò lentamente, sentendo la vita tornare dentro di sé, e si abbandonò sereno a un sonno ristoratore.

Alicia lo vide addormentarsi lentamente, lo guardò con dolcezza, poi si sollevò e restò incantata ad ammirarlo nudo. Era davvero un bell’uomo, col corpo asciutto ma tonico. Gli scivolò accanto, accarezzandogli il petto. Ora appariva rilassato e sereno e lei sorrise felice prima di appisolarsi, pregustando il piacere che quel magnifico corpo le avrebbe dato più tardi.

Peter si svegliò alcune ore dopo. Mise a fuoco l’ambiente che lo circondava, ora immerso in una calda luce di penombra, e ricordò vagamente quello che gli era successo. Poi sentì il corpo caldo e invitante della ragazza che dormiva accucciata al suo fianco, vestita solo dei suoi lunghi capelli d’oro ed ebbe un sussulto nel vederla così nuda e meravigliosamente serena.

La ragazza appariva come una statua modellata da un artista che non esiste. Una creatura immaginata, non reale, dove ogni angolo del corpo, ogni curva della pelle esplodevano di bellezza, e dove la nudità, eccitante ma così straordinariamente casta, sembrava programmata da qualcuno che aveva voluto vantare la sua capacità di saper creare qualcosa capace di produrre, magicamente, una nuova vita.

Peter si alzò e si mise in ginocchio ai suoi piedi, iniziando a sfiorare con le dita la pelle morbida e pulita di lei, che reagì, nel sonno, con un brivido di piacere che la fece girare supina, facendogli ammirare tutta la sua bellezza di donna. L’uomo, allora, iniziò con perizia a massaggiarle i piedi, le gambe, risalendo verso il sesso, esibito senza vergogna, che si intravedeva sotto il piccolo triangolo di peli biondi e che non esprimeva alcuna volgarità, ma l’immagine di uno scrigno sacro, nato per creare la vita attraverso il richiamo di un desiderio senza fine. Lo superò lentamente, risalendo sul ventre bianco e piatto, con una carezza che provocò un brivido di piacere fisico alla ragazza. Le accarezzò i seni prosperosi e straordinariamente sodi nella loro giovinezza, dominati dai capezzoli scuri che reagirono al suo tocco delicato, facendole inarcare la schiena ed emettere piccoli lamenti. Poi, lentamente, sfiorandole la pelle, abbassò di nuovo una mano, iniziando ad accarezzarle il sesso lentamente fino a vedere il suo magnifico corpo reagire sensualmente e il suo respiro aumentare d’intensità.

Il tocco che gli arrivò sulla schiena lo fece sussultare. Ebbe quasi paura a voltarsi, come se la cosa potesse di colpo far svanire un’atmosfera e un insieme di sensazioni che lo stavano travolgendo. Un altro corpo nudo si era appoggiato alla sua schiena, facendogli sentire morbidi e caldi seni sulla pelle. Poi una mano iniziò a toccarlo, mentre una bocca gli sfiorava un orecchio e l’altra mano sfiorava la sua guancia, voltandola lentamente verso di lei per permetterle di accostare le labbra sulle sue.

Peter si lasciò completamente andare alla nuova sorpresa e tutto il suo corpo accondiscese senza condizioni alle abili mani di quella creatura misteriosa e nuda che era entrata in un’atmosfera già irreale. Chiuse gli occhi, emozionato, mentre Susan, sorridendogli con lo sguardo un po’ brillo, gli mordicchiava provocante un labbro, infilava maliziosa la lingua nella sua bocca, e con una mano che sembrava venire dal nulla accarezzava il suo petto, scendendo verso il suo sesso eccitato, mentre, con l’altra, prendeva dolcemente la mano dell’uomo, portandosela lentamente in mezzo alle gambe, per guidarlo alla ricerca dei misteriosi punti che le promettevano piacere. Il ragazzo era completamente in trance. Intuì, più che vedere, Alicia sotto di lui che si alzava lentamente, avvicinava il viso a Susan, baciandola dolcemente sulle labbra, per poi abbassarsi, maliziosa e complice, per contribuire ad eccitarlo. L’orgasmo arrivò violentissimo. Stremato e appagato, il ragazzo cadde supino, come abbandonato, mentre le due ragazze, sorridendo, si guardarono complici, scostandosi da lui e iniziando a baciarsi e a toccarsi appassionatamente.

L’ultima immagine che ebbe fu quello di due meravigliosi e giovani corpi femminili che, avvinghiati ed eccitati, cercavano solo di dare e ricevere piacere.

 

TESSIE E LA TRAGEDIA DELLE TORRI GEMELLE

Peter camminava come un automa sulla West Street, la grande strada che costeggia la parte occidentale di Manhattan, arrivando alle due immense Torri Gemelle. Intorno a lui la vita della città era come sempre, anche di prima mattina, caotica e coinvolgente, come se non dormisse mai.  Il solito traffico, l’aria appesantita dallo smog, i mille personaggi che rendono quella città particolare: coppiette di ciclisti vestiti come dovessero partecipare al Tour de France, ragazzini che volteggiavano fra le auto sui loro pericolosi skateboard. Un’umanità apparentemente coinvolgente, ma in realtà anonima e distratta dalla sua routine quotidiana.

Era uscito prestissimo dal suo albergo, l’Holiday Inn, vagando per le strade di Lower Manhattan in preda a un’angoscia indicibile. La certezza di quello che stava per accadere superava qualsiasi paura, diventando terrore puro, unito all’impotenza di non poter fare nulla per evitarlo. Il suo maledetto libro non aveva mai sbagliato. Le sue terribili previsioni si erano abbattute su di lui e su quello che lo circondava con una precisione e un’ineluttabilità spietata. Aveva la certezza che il disastro che aveva previsto stava per realizzarsi.

Appena giunto in albergo, il pomeriggio del giorno prima, aveva provato a chiamare le autorità della città: il Comune, la polizia, i Vigili del Fuoco. Tutti gli avevano risposto con educata professionalità, assicurandogli che avrebbero preso in considerazione la sua denuncia e che ci avrebbero pensato loro. Aveva capito subito che di fronte a un allarme così catastrofico, nessuno gli avrebbe dato retta. E il panico, mescolato a una rabbia impotente, lo aveva avvinghiato, devastandogli la mente.

Le due immense Torri gli apparvero all’improvviso. Gettò uno sguardo al suo Rolex Oyster d’acciaio. Segnava le otto e diciannove. I due edifici apparivano giganteschi e sembravano davvero arrivare al cielo. Quando entrò nella Torre Sud, come ubriaco, la hall era invasa da una folla variegata e indistinta. Chi andava a lavorare si dirigeva agli ascensori, che salivano e scendevano senza sosta, mentre molte altre persone, impiegati, turisti, fornitori, personale di sicurezza, addetti alla manutenzione, passavano veloci o facevano la fila ai banchi delle informazioni.

Peter si avvicinò ad una guardia giurata che stazionava a uno degli ingressi. La afferrò per le braccia, ansimando. “Mi aiuti, la prego, fra poco succederà qualcosa di terribile. Mi faccia parlare con la sicurezza…” l’altro lo guardò con un’aria di sufficienza. “Prego, signore, la sicurezza sono io. Come posso aiutarla?” “Le ho detto che tra poco succederà una catastrofe, deve far evacuare subito tutti!” L’agente, molto abituato ai mitomani, mantenne una calma professionale. “Si calmi, signore, se ha qualche rimostranza da fare può chiedere alla reception di contattare il personale addetto alle emergenze.” “Ma non capisce che non abbiamo tempo? Fra pochi minuti qui ci saranno migliaia di morti, lo vuol capire o no?” L’altro continuò a restare calmo, alzando gli occhi al cielo. “Ho capito, signore, ha certamente ragione, ma si rivolga alle informazioni, prego.” E, con fare educato, ma deciso, staccò da sé Talberg e si allontanò.

Peter rimase immobile, le braccia abbandonate, lo sguardo perso e un senso d’angoscia che saliva sempre più violento dentro di lui. Come un automa si diresse a passi incerti verso il banco delle informazioni, scavalcando molte persone in fila, che ovviamente protestarono subito. “Ehi, ma dove credi di andare?… L’hai vista la fila…? Ma chi è quello…?” L’addetta al banco vide la faccia stravolta dell’uomo che, spostando, senza neanche vederlo, la persona con cui stava parlando, le si presentò col viso terreo. “Mi aiuti, la prego, sta per succedere qualcosa di terribile… deve far evacuare il palazzo!” La ragazza, seria e professionale, non si fece coinvolgere dalla situazione, evidentemente abituata a simili evenienze. Si rivolse gentile verso Peter, mentre, con gli occhi, lanciò un messaggio complice a due guardie di sorveglianza, che si avvicinarono lentamente alle spalle dell’uomo. “Stia tranquillo, signore, grazie per la segnalazione, ora ci pensiamo noi.”

Peter capì che l’altra non aveva minimamente creduto al suo avvertimento. Un panico maggiore lo invase. “Lei non ha capito. Sto parlando di una catastrofe. Fra qualche minuto qui rischieranno tutti di morire!” I due agenti arrivarono alle spalle di Peter, lo presero con calma, ma molto decisi, per le braccia e lo portarono via. “Prego, signore, non si preoccupi, ci pensiamo noi. Venga, l’accompagniamo fuori.” Peter era completamente impazzito. Guardò ancora, concitatamente l’orologio al polso: le otto e ventotto. Iniziò a balbettare senza controllo. “Dio, è finita… finita…”

Di colpò si iniziò a sentire il rumore di un aereo in avvicinamento, che divenne sempre più forte, fino a trasformarsi in un boato immane, senza senso, che sconvolse l’aria della grande sala. Tutto tremò, come in un terribile terremoto, che bloccò le decine di persone che continuavano a vagare per la hall, incapaci di capire quello che stava succedendo. Molti caddero a terra, altri restarono immobili, invasi da un terrore improvviso. Dappertutto esplosero grida isteriche incontrollate. Peter si divincolò dalle forti braccia delle guardie, le quali, sorprese anche loro dal rumore dell’esplosione, non gli dettero più retta. “Nooooo….!!!”

L’uomo si precipitò fuori del grattacielo, si voltò verso l’alto e vide che la sommità dell’altra Torre, quella Nord, era una un mare di fiamme che esplodevano dalle finestre. La stessa, lugubre immagine del disegno di Nostradamus! Il primo aereo aveva compiuto la sua catastrofica azione suicida. L’uomo rimase inchiodato a guardare la scena come un manichino inerte. Poi cadde in ginocchio, mettendosi la testa fra le mani, quasi a non voler sentire l’urlo che gli esplodeva, incontenibile, da dentro: “NOOOOO!!!”

E dopo un attimo di sorpresa che sembrò un’eternità, scoppiò il panico. Dal cielo cominciarono a piovere detriti di fuoco sulla gente in strada che, urlando, scappava a piedi dovunque. Le prime auto iniziarono a scontrarsi, mentre quelle che seguivano frenavano per evitare quelle davanti, diventate un muro invalicabile. I clacson suonavano all’impazzata, mescolandosi alle urla inconsulte della gente che scappava da ogni lato. Nella più celebre e organizzata città della Terra era appena scoppiato l’inferno.

Andando controcorrente, Talberg avanzò come un disperato verso la grande torre ferita. Urtava persone di ogni tipo, che non gli badavano, cercando solo di allontanarsi il più possibile. Nella spaventosa confusione che lo circondava, iniziò a sentire le sirene. La polizia, i vigili del fuoco stavano accorrendo senza paura verso quel misterioso e spaventoso accadimento. Ma Peter non ascoltava nulla. Avanzava come un automa, come a voler compiere degli atti di cui non si rendeva neanche conto. Forse per fermare, con il pensiero, l’incubo che stava devastando di nuovo la sua vita.

Giunse all’ingresso dell’altra torre ferita, spinse la porta a vetri, scontrandosi con decine di persone atterrite che cercavano di uscire per trovare rifugio lontano da lì. Ma lui continuò ad avanzare, come meccanicamente, gli occhi divorati dal terrore e con la consapevolezza irreale di non potersi fermare. Una donna, con un bambino in braccio, cadde proprio davanti a lui. Si chinò immediatamente, sollevando la creaturina che piangeva disperatamente, con un fiotto di sangue che gli scorreva da una piccola ferita alla fronte. La madre, terrorizzata, si alzò con affanno, si precipitò a strappare il piccolo dalle mani dell’uomo e scappò via.

Una signora anziana, poco più in là, era sdraiata in terra, gli occhi pieni di lacrime e chiamava qualcuno sottovoce, in maniera irreale. “Francis, Francis, dove sei? Aiutami…” Peter cercò di sollevarla, ma lei urlò dal dolore. Aveva sicuramente una frattura. L’uomo si guardò intorno e vide due vigili del fuoco, nelle loro caratteristiche e colorate uniformi grigie e gialle, entrare di corsa nell’androne. Li chiamò con quanta forza aveva in gola. “Qui! Venite! Questa donna è ferita!” I due lo videro, gli si avvicinarono rapidamente, sollevarono la donna. Uno dei due si rivolse all’uomo. “È ferito, signore? Ha bisogno di aiuto?” “No, no, grazie. Pensate a lei, io sto bene.” I due si fermarono ad aiutare la donna, mentre Peter continuava, come un automa, a dirigersi verso gli ascensori. Quelli gli si aprirono davanti, scaricando una marea di persone urlanti che gli passò accanto senza curarsi di lui, correndo verso l’uscita.

Fu allora che la vide. Indistinta, simile a un agghiacciante fantasma di morte, un’alta figura di donna, vestita completamente di nero, gli apparve fra la folla che, urlando, fuggiva da ogni parte. Sentì quasi sulla pelle il suo sguardo malefico e un brivido di terrore lo scosse. La dama velata che tormentava tanto i suoi pensieri, era lì. Restò immobile a guardarlo, poi, lentamente, come galleggiando nell’aria, arretrò lentamente fino a sparire nella calca sempre più caotica.

Poi vide l’altra. Non avrebbe mai saputo dire perché lo colpì proprio quella figura. Forse perché, fra centinaia di persone che correvano terrorizzate dovunque, era la sola quasi ferma. Poco più in là, all’ingresso delle scale di sicurezza, una giovane figura femminile avanzava con evidente difficoltà, barcollando, aggrappata al mancorrente. Peter le corse accanto, giusto in tempo per non vederla cadere. Era una ragazza giovanissima, dai lunghi capelli corvini, col viso insanguinato e gli occhi sbarrati dal terrore. Lei non lo guardò nemmeno. Sentì solo la sua presenza e vi si aggrappò istintivamente. Singhiozzava convulsamente, senza lacrime. Peter cercò di rassicurarla. “Ehi, ehi, mi senti? Ce la fai a camminare?”

L’altra lo guardò con gli occhi sbarrati, incapace di rispondere. Lui le afferrò il viso, scuotendolo. “Ce la fai a muoverti? Rispondimi!” La ragazza lo guardò sbigottita, poi fece di sì con il capo. Peter le mise un braccio sulle spalle e, faticosamente, la trascinò verso l’uscita, mentre tutto il mondo, attorno a lui, sembrava sempre più impazzito. Peter uscì dal palazzo, trascinandosi dietro la ragazza quasi esanime. Si appoggiò un attimo ad un lampione a riprendere fiato, cercando di stimolare l’altra, che sembrava completamente incosciente. “Dai, apri gli occhi, ce la fai, ti prego…” La ragazza mostrò di riprendersi, anche se appariva davvero stressata. “Che è successo? Dove siamo?” Peter cercò di calmarla. “Non ti preoccupare, ora è finita. Cerca di camminare, andiamo via da qui.” Lei lo guardò assente, anche se con un barlume di riconoscenza, poi sembrò farsi coraggio. Si sollevò faticosamente sulle gambe e, sempre appoggiandosi a Peter, lo seguì mentre si allontanavano dalla torre che, sulla cima, continuava a bruciare.

Intorno il caos aumentava. La gente che scappava dovunque si incrociava con i mezzi dei pompieri e le ambulanze che accorrevano da ogni parte, in un inferno di sonoro fatto di urla e sirene, mentre l’aria, avvelenata dal fumo di un incendio inarrestabile, era sempre più irrespirabile. Con la forza della disperazione Peter continuò ad allontanarsi dalle Torri, trascinando con sé la ragazza che, per fortuna, aveva cominciato a collaborare, muovendosi con maggiore indipendenza. Si scontrarono quasi con alcuni pompieri che si fermarono a soccorrerli. “Vi serve qualcosa? State bene?” Peter li tranquillizzò con voce rotta. “Sì, sì, stiamo bene, pensate agli altri…” Poi, un pensiero terribile. “Attenti, anche l’altra scoppierà. Portate via tutti… State attenti…” Ma in quell’inferno nessuno poteva sentirlo né tanto meno credergli.

Quando credette di essere abbastanza lontano, Peter si fermò, cadendo a sedere su un marciapiede, con la ragazza stremata che gli scivolò praticamente addosso. Era ansimante, per la fatica e la paura. Prese a respirare più velocemente per ossigenarsi e lentamente si calmò. Lanciò uno sguardo attorno. L’ambiente era surreale. Sullo sfondo la Torre sfregiata continuava ad eruttare fiamme e fumo altissimi, mentre, attorno a lui, la vita normale si era come fermata di colpo. Le strade erano invase da macchine ferme di traverso, molte con gli sportelli aperti e senza conducenti, evidentemente scappati per la paura, mentre i mezzi di soccorso, a sirene spiegate, cercavano di farsi largo in quel caos totale. Dappertutto la gente continuava a correre terrorizzata, urlando.

Peter non sentì neanche i rumori. Lentamente si volse verso la ragazza al suo fianco e per la prima volta la vide bene in volto. Sembrava molto giovane e aveva il viso sporco di polvere mista a piccoli rivoli di sangue che le usciva da piccole ferite alla fronte e alla bocca. Malgrado questo, vide subito che era molto bella. Aveva un leggero vestito a fiori e il suo corpo, aggrappato a lui per cercare protezione, gli trasmetteva una sensazione di grande calore. Istintivamente le scoprì la fronte dai capelli che le erano caduti sugli occhi, tirò fuori un fazzoletto e iniziò a pulirle il viso, cercando di scuoterla. “Ehi, ci sei sempre?” L’altra aprì gli occhi, realizzando che il peggio era passato e lo guardò con un sorriso forzato. “Tu chi sei?” “Io sono Peter… Allora, va meglio?” L’altra fece un cenno di sì con la testa e si tirò su. “Ma che è successo?” “Non lo so, credo sia stato un attentato. Un aereo ha colpito una delle Torri Gemelle.” “Com’è possibile un incidente simile?” “Non credo sia stato un incidente, e non credo nemmeno che sia finita.” Istintivamente l’uomo dette ancora una volta un’occhiata al suo orologio. Segnava le otto e cinquantadue. Si stacciò dalla ragazza, scattando in piedi. “Dio, è quasi l’ora… devo andare!” Lei si sollevò lentamente, guardandolo senza capire. “Che vuol dire che è quasi l’ora? L’ora di che? Ma che sta succedendo?” Lui si girò, la prese per le spalle, scuotendola. “Fra pochi minuti un altro aereo colpirà la seconda Torre. Devo fare qualcosa… Devo far scappare tutti…”

Lei lo guardò ammutolita. Una pattuglia di vigili del fuoco passò accanto a loro. Peter gli si precipitò contro, urlando. “Per l’amor di Dio, dovete far evacuare tutti subito. Un altro aereo colpirà l’altra Torre… crollerà tutto! Vi prego, fate qualcosa…” I pompieri lo guardarono in maniera strana. Uno di loro si fermò, cercando di calmarlo e invitando i colleghi a proseguire. “Stia calmo signore, ora ci siamo qui noi, è tutto sotto controllo…” Peter sembrava un invasato, e iniziò a urlare come un pazzo. “No, voi non capite, stanno per crollare, dovete andare via… via…” Il pompiere si svincolò dalle mani dell’uomo che lo trattenevano e lentamente andò a raggiungere i suoi colleghi. “Stia tranquillo, Stanno arrivando le ambulanze, è tutto ok.” Peter si immobilizzò, completamente impotente. “No, fermatevi… perché non mi credete?”

Come se il mondo rallentasse, Peter voltò la testa verso l’alto e vide una scena che gli gelò il sangue. La sagoma inconfondibile di un aereo di linea si dirigeva in maniera innaturale verso la torre ancora integra, fino ad infilarsi, come un ago malefico, nelle finestre degli ultimi piani, dalle quali, un attimo dopo, uscì una vampata di fuoco spaventosa. A questo si unì un’esplosione sonora anche più terribile della prima. La ragazza, istintivamente, si aggrappò di nuovo a lui, affondandogli il viso nel petto. Peter la abbracciò, cercando di proteggerla il più possibile, mentre continuava a guardare, col cuore in fiamme, una scena apocalittica.

Il caos e il terrore erano divampati incontrollabili. La gente scappava in tutte le direzioni, urlando, mentre il coro di sirene tutt’attorno perforava il cervello. Peter si alzò lentamente, trascinando con sé la ragazza che singhiozzava terrorizzata in maniera incontrollabile. Un’ambulanza si dirigeva verso di loro. Peter si trascinò in mezzo alla strada, alzando un braccio e gridando in maniera isterica. “Aiuto!! Aiuto, aiutateci!” Il mezzo si fermò, ne scesero di corsa una coppia di infermieri giovani, che presero la ragazza, oramai quasi inerme, staccandola da Peter. “Vieni, sta’ tranquilla… come ti chiami?” La ragazza rispose come in trance “Tessie.”

Un infermiere, molto professionale, prese con dolcezza la ragazza, cercando di rassicurarla “Vieni, Tessie, sta’ tranquilla, ora ti portiamo in ospedale. Andrà tutto bene, vedrai.” La ragazza si fece portar via, barcollando. Senza dir nulla girò un attimo la testa verso Peter, come a lanciargli uno sguardo di riconoscenza. L’uomo alzò un braccio in segno di saluto. “Pensate a lei, io sto bene.” L’altra infermiera, una ragazza di colore in carne, dal viso rotondo e simpatico, lo accarezzò sul braccio, cercando di aiutarlo. “Va tutto bene? Vuoi venire anche tu?”

Peter la guardò allucinato, mentre i suoi colleghi caricavano la ragazza nell’ambulanza. “No, pensate a lei. Io devo avvertire gli altri. Moriranno tutti, non è ancora finita.” L’infermiera lo guardò in maniera enigmatica e lo lasciò, dirigendosi verso il suo mezzo. Peter ebbe solo la forza di gridarle: “Dove la portate?” L’altra rispose velocemente: “Al Lower Manhattan Hospital…” E salì velocemente sull’ambulanza, che ripartì a sirene spiegate.

Come un automa Peter, incurante del corpo che gli implorava una tregua dal dolore e dallo stress provato, si voltò di nuovo verso i due immensi edifici da cui uscivano spaventose fiamme, fece qualche passo, come volesse andare verso di loro, ma una visione apocalittica lo fermò: una delle due grandi torri si stava afflosciando come un burattino senza vita, sgretolandosi letteralmente sotto il suo sguardo, avvolta da un’immensa nuvola di detriti e di polvere. Peter non ebbe il tempo per riflettere sulla spaventosa visione. La nuvola nera si dirigeva a una velocità folle verso di lui.

L’uomo reagì come un animale ferito. Capì il pericolo mortale, si guardò attorno e, senza pensarci due volte, corse forsennatamente verso un portoncino che si apriva sul lato di un palazzo, tuffandosi letteralmente dentro di quello. La nuvola di polvere lo raggiunse e proseguì inarrestabile lungo la strada. Solo una piccola parte penetrò nel vano in cui si era rifugiato l’uomo, facendolo tossire in maniera incontrollabile, ma lasciandolo miracolosamente vivo.

Non si rese conto di quanto tempo passasse. Quando si scosse dal torpore che lo aveva invaso, si rimise faticosamente in piedi e uscì di nuovo sulla strada, dove sembrava essere scesa la notte. Si mise il fazzoletto sul volto, tossendo, e si allontanò faticosamente dalle torri agonizzanti, ripetendo fra sé, come un automa che ha perso il senno: “Cadrà anche l’altra… anche l’altra… andate via…” Ma nessuno, ovviamente, poteva sentirlo.

E fu allora che lo stress terribile e le ferite di cui ancora non provava dolore lo sopraffecero. Si afflosciò sulla strada, cadendo come un peso morto, mentre poco lontano, un altro, immenso grattacielo, si stava sbriciolando su sé stesso, cadendo da mezzo chilometro di altezza e inghiottendo migliaia di persone che lo abitavano. E poi fu tutto buio intorno a lui.

 

L’AGGRESSIONE

La lezione al centro di Thomas era stata interessante come sempre. I ragazzi avevano ascoltato la relazione del loro maestro, poi erano intervenuti, in maniera democratica e spontanea come sempre, parlando e discutendo con interesse e passione. Alla fine Tessie aveva salutato tutti ed era uscita per prendere la metro che la riportava da Peter.

Fuori l’aria era molto fredda e una vaga nebbia ricopriva la strada. La ragazza si rimboccò il bavero del cappotto sul collo e si avviò a passo rapido. Non sentì arrivare i due uomini, alle sue spalle. Il primo l’avvinghiò, tirandole dietro le braccia per immobilizzarla, mentre l’altro l’afferrava per il collo, mettendole una mano sulla bocca per non farla urlare. La sorpresa fu totale, come il terrore che invase la ragazza come una scarica elettrica.

I due agirono con velocità e precisione, trascinando di peso la ragazza verso un’auto ferma nei pressi. La gettarono sul sedile posteriore come un sacco, brutalmente, poi salirono anche loro e partirono sgommando. Tessie si sentì perduta, incapace di reagire e persino di gridare. Cominciò a tremare per la paura, balbettando tra sé. “Chi siete? Che volete da me?”

L’uomo accanto a lei, un energumeno con una barba incolta e i capelli raccolti a treccia sulla schiena, le sferrò un violento manrovescio sul viso. “Sta zitta, troia!” La ragazza provò un dolore acuto e sbarrò gli occhi per la sorpresa e il terrore che cominciò a scuoterla. Iniziò ad ansimare, incapace di muoversi e persino di urlare. Si rannicchiò su sé stessa, iniziando a piangere in silenzio. I due uomini parlavano concitatamente in una lingua sconosciuta, mentre l’auto percorreva le vie di Londra velocemente. Dopo un tempo che sembrò non finire mai l’uomo alla guida chiese qualcosa all’altro dietro e lui rispose qualcosa come “Dopo Wimbledon…”

Tessie, sbarrando gli occhi, intravide, dal finestrino la grande sagoma di uno stadio, con un poster immenso con raffigurato un tennista che giocava. Dopo poco l’auto si fermò. I due delinquenti scesero, tirando brutalmente fuori Tessie. Quasi sollevata da terra, la ragazza fu trascinata verso un edificio che nel buio si intravedeva a malapena, ma che aveva l’aspetto di una fabbrica abbandonata.

Dentro, i due accesero una luce al neon blu, che rendeva l’atmosfera irreale e inquietante e gettarono la ragazza sul pavimento. L’uomo con la barba si accovacciò davanti a lei, guardandola con uno sguardo terribile. Le accostò una mano a una guancia, accarezzandola in maniera volgare, poi scese sul seno, afferrandone uno e stringendolo fino a farle male. Lei lanciò un urlo di dolore che non smosse l’altro, anzi, sembrò eccitarlo. Sempre stringendole un seno, l’uomo si avvicinò al suo viso, sorridendo crudelmente e parlandole con un accento fortemente straniero.

“Strilla, strilla, puttana, qui nessuno ti sentirà.” E, sempre brutalmente, le afferrò la camicetta, strappandola via. L’uomo guardò la ragazza seminuda, poi, con fare sadico le afferrò il reggiseno, strappandolo con brutalità. Tessie lanciò un altro urlo di terrore, al quale lui rispose con un altro schiaffo violentissimo che fece quasi svenire la ragazza che, completamente inebetita dal dolore e dalla paura, balbettava fra sé e sé frasi sconnesse. “Vi prego, non fatemi del male… che volete da me? Vi prego…”

Ma i due non le davano retta, sghignazzando nella loro lingua sconosciuta. L’uomo con la barba afferrò il viso della ragazza, alzandolo verso di lui, mentre, infilava l’altra mano sotto la sua gonna, accarezzandole le gambe. Avvicinò la faccia al viso terrorizzato di lei, che sentì con ribrezzo l’orribile odore che emanava. La sua espressione ora era spaventosa. “Hai fatto male a farti scopare dal tuo professorino. Ora sarai tu a portargli il nostro messaggio.”

Tessie lo guardava ansimando, col terrore che le percuoteva ogni angolo del corpo. “Quale messaggio…?” “Questo!” Le urlò lo schifoso essere, colpendola con un altro violentissimo schiaffo in viso. La ragazza cadde su sé stessa, con un fiotto di sangue che iniziò a uscirle dal naso e una tosse che la comprimeva. L’uomo la guardò con occhi feroci e senza alcuna pietà. “Dì al tuo amichetto che se non ci darà il suo libro, cominceremo a fare a pezzettini il tuo grazioso corpicino, prima di finire con lui.” Lei lo guardò allucinata, respirando affannata. “Quale libro? Noi non abbiamo nessun libro…” Un altro terribile schiaffo fece saltare la testa della ragazza, che si accasciò inerte. “Lo sai di quale libro parlo. Dovete consegnarcelo aperto, se non vuoi morire con grande dolore.”

Tessie era quasi incosciente, col viso inondato di lacrime. Guardava fissa nel vuoto, continuando a balbettare senza senso. “Non lo so, non ho nessun libro… quale libro? Non lo so…” “Va bene, l’hai voluto tu.” disse l’uomo, stringendole con forza una coscia. La ragazza lanciò un altro urlo di dolore mentre l’altro, spietato, le afferrava la gonnellina, strappandola via e allargandole con brutalità le gambe. Lei, sconvolta dal terrore cercò di ribellarsi, con le lacrime che le uscivano a singulti. “No, vi prego… no… non mi fate del male… non ho nessun libro… vi prego…”

Poi sentì altre mani che le tenevano le gambe allargate, mentre l’uomo con la barba le strappava con violenza anche le mutandine, mettendole brutalmente una mano sul sesso. La ragazza urlò disperatamente, sentendo lo schifo dell’uomo che la violentava, ridendo insieme all’altro. In stato di semincoscenza, restò ancora cosciente, ma incapace di fare qualsiasi cosa per ribellarsi alla terribile violenza.

Come in un film dell’orrore, i due uomini iniziarono a brutalizzarla in ogni modo, senza nessuna pietà. La ragazza era in stato di semincoscenza e balbettava parole scommesse “No, vi prego, vi prego…” Poi uno di loro si accovacciò davanti al suo viso. Lei vide l’orribile immagine dell’uomo che le sbatteva sotto gli occhi un tubo metallico, ridendo in maniera sguaiata. “Questo ti piacerà, vedrai…” E si abbassò, spalancandole le gambe. Lei provò di colpo un dolore terribile al ventre e urlò, urlò disperatamente, finché il buio la avvolse come un angelo liberatore.

 

YUCATAN: LO SCIAMANO

Quando la grande piramide a gradoni di Calakmul emerse dalla foltissima vegetazione, l’eccitazione e l’entusiasmo pervase tutto il gruppo. Gli studiosi restarono ammutoliti a guardare l’immenso monumento, sentendo la grande storia dietro le sue enormi pietre. La piramide era in realtà costituita di due grandi costruzioni, quasi una sopra l’altra, tutte costituite in gradoni attraversati da immense scalinate, in uno straordinario buon stato di conservazione. Quello che colpiva era la natura che le circondava, quasi a ghermirla e a nasconderla in una vegetazione lussureggiante e sconfinata. Il tutto posto in cima a una collinetta, l’antica acropoli della città, appunto, che la faceva emergere sulla foresta, permettendo una visuale immensa sull’oceano di verde che si estendeva fino all’orizzonte.

Il gruppo, molto eccitato, si fermò, organizzando un piccolo campo. Tutti ovviamente erano indaffaratissimi e Peter, lentamente, si isolò, riposandosi e tirando fuori il libro. Come preso da una premonizione, lo sbloccò con la mano, aprendolo fino alle pagine incollate. Ebbe un tuffo al cuore quando, come sperava, si accorse che un’altra pagina si era staccata, diventando leggibile.

Eccitatissimo, l’uomo si guardò attorno, per accertarsi di essere solo, poi iniziò a scorrere lentamente la pagina. Sembrava simile alla precedente, dove già aveva visto il disegno della Piramide che ora aveva davanti, ma un particolare lo colpì subito. Circa al centro dell’immensa scalinata centrale, c’era un piccolo disegno, simile a un sole, con al centro un viso con la bocca spalancata dalla quale usciva la lingua e, accanto, un piccolo numero: 73. L’uomo rimase a guardare il disegno poi, come prendendo una decisione, chiuse il libro e cominciò a salire i gradini della grande scalinata centrale, contandoli. Giunto al settantatré, si guardò attorno, cercando un qualcosa che somigliasse al disegno. Ma le pietre erano completamente prive di rilievi.

Peter allora iniziò a camminare lungo il gradino e, giunto alla fine, lo vide. Seminascosto da un accenno di vegetazione, era scolpito in basso un disegno molto simile a quello del libro. Il cuore dell’uomo cominciò a battere, mentre si inginocchiava e, con timore, appoggiava la mano sul volto al centro del sole, spingendo dolcemente. Per qualche attimo non successe nulla, poi, di scatto, una parte della scalinata iniziò a muoversi, ruotando come una porta affacciata nel buio dell’interno. Peter si guardò istintivamente attorno per vedere se qualcuno si era accorto della cosa, ma erano tutti intenti a vagare per il grande monumento. L’uomo, allora, si infilò rapidamente nell’apertura, sparendo all’interno. Dentro, l’apertura proseguiva in una piccola galleria che finiva nel buio più assoluto. L’uomo accese una piccola torcia che aveva con sé e, facendo un gran respiro, si avviò lungo la galleria.

Avanzò lentamente nell’ambiente irreale, che pian piano si allargava fino a diventare una stanza e poi un grande ambiente, una sala immensa. Peter gettò il fascio di luce intorno, scoprendo che le pareti erano completamente intarsiate di disegni, figure, scritte strane, simili a geroglifici. Infine, sul fondo, un’altra sorpresa inaspettata. Un forte raggio di luce, proveniente da una fessura del soffitto, attraversava l’oscurità dell’ambiente per illuminare una specie di altare, sovrastato da un immenso quadro appeso alla parete.

Peter si avvicinò lentamente, scoprendo che l’altare, in realtà, era un grande sarcofago, completamente intarsiato di rilievi composti di scritte e figure di ogni tipo. Tutt’intorno erano appoggiati una miriade di contenitori, ricolmi di oggetti preziosi; oro, argento, pietre. Un tesoro inestimabile. Si trattava senza dubbio della misteriosa tomba di Yuhknoom Ch’een II.

Peter restò a bocca aperta di fronte a quello che vedeva, poi alzò lentamente lo sguardo sul quadro alla parete. Si trattava di un grande disegno raffigurante una sfera, la Terra, sovrastata da due Lune, una nell’atto di precipitare su di essa, e l’altra sorretta, a mo’ di mitico Atlante, da una figura umana. Tutt’intorno, il firmamento, costellato di stelle disposte in uno strano modo e, in mezzo ad esse, due mani, prive di corpo, nell’atto di porgere un libro. Un libro identico al suo, su cui era impresso, evidentissimo, il marchio del triangolo cerchiato. Peter ripassò più volte il fascio della torcia sul disegno, parlando fra sé. “Era giusto, era giusto. Questa è un’altra tappa… ma qual è la prossima, quale, per l’amor di Dio?”

Il rombo arrivò improvviso, a tradimento. Tutto cominciò a vibrare, pareti, pavimento. Prima lentamente, poi sempre più velocemente, mentre un cupo, agghiacciante rimbombo di terremoto si alzava, inquietante e inarrestabile. Lo sguardo di Peter si trasformò in terrore, mentre l’istinto lo portò a voltarsi e a correre verso il corridoio dal quale era entrato. Cadde più volte, rialzandosi, divorato dalla paura, mentre la torcia gli cadde dalle mani, spegnendosi. La scena piombò nel buio, in fondo al quale appariva un piccolo foro di luce.

Ora il rombo del terremoto era spaventoso e tutto crollava attorno a lui. Peter riuscì ad uscire, assistendo a una scena apocalittica. Tutta l’immensa piramide si stava sgretolando sotto la scossa fortissima e immensi massi cadevano dovunque dall’alto. Udì le grida degli amici che scappavano dappertutto e anche lui, impazzito dal terrore, si precipitò verso il fondo della scalinata. Negli ultimi gradini cadde rovinosamente. Provò un dolore fortissimo alla spalla, ma non si fermò. Si rialzò zoppicando e riuscì ad allontanarsi dalla piramide che stava collassando su sé stessa, tuffandosi nella vegetazione per allontanarsi il più possibile. Infine cadde esausto in terra, rannicchiandosi contro un albero con le mani a proteggersi la testa e il cuore che sembravano scoppiargli dentro.   Poi il nulla e la pace dell’incoscienza.

Riaprì gli occhi, mettendo lentamente a fuoco l’immagine sfocata che gli apparve. Era nel pieno della giungla tropicale. Ora l’aria era calma e il terribile boato del sisma si era trasformato nel classico rumore musicale e indecifrabile della foresta. Su tutto aleggiava una leggera nebbia, che rendeva sfumata la visione. L’uomo aveva dolori e ferite dappertutto. Si mosse lentamente per controllare il suo corpo, e capì che non doveva avere ferite gravi.

Si alzò lentamente, guardandosi attorno. Tutti i suoi amici erano spariti. Della stessa piramide non si intravedeva traccia. Tutto intorno a lui era giungla. L’angoscia lo attanagliò di nuovo e rimase per diverso tempo immobile, a guardarsi attorno attonito, come a cercare una soluzione. Poi lentamente, si incamminò come un automa, urlando i nomi degli amici. “Diego!! Leonard!! Dove siete? Rispondete…!” Ma gli unici rumori erano quelli della foresta che lo stava inghiottendo.

Camminò per ore, vagando verso il nulla, incapace di ragionare, sperando solo che tutto quello fosse un assurdo incubo. Poi di colpo, una visione assolutamente imprevista. La fitta boscaglia terminò di colpo su una radura ampia, pur se circondata dappertutto dagli alberi. E, immagine davvero inaspettata, una capanna, costruita con rami e foglie.

Come un automa, l’uomo si avvicinò barcollando. L’apertura che fungeva da porta era aperta e Peter, come ipnotizzato, vi entrò lentamente. L’interno era semplice e povero, da eremita. Un piccolo tavolo, un giaciglio, poche suppellettili primitive. Sul pavimento uno spesso tappeto di pelli. Tutto era nella penombra. Peter sbatté gli occhi per abituarsi alla differenza di luce, e scorse il vecchio. Era seduto, o meglio accovacciato in terra, in un angolo, voltando le spalle all’entrata. L’uomo non produsse il minimo rumore camminando sullo spesso tappeto, eppure il vecchio gli parlò come l’avesse sentito da tempo. “Entra, non temere. Qui non c’è nessun pericolo.”

L’uomo rimase di sasso, poi avanzò lentamente, fermandosi al centro della capanna, mentre il vecchio si voltava lentamente. Aveva i classici lineamenti dell’indio sudamericano. La carnagione era olivastra e l’abbigliamento quello classico di un antico sacerdote maya: un gonnellino colorato sopra un perizoma di pelle, il torso nudo addobbato di una grande collana, bracciali intrecciati ai polsi e un enorme copricapo adornato di splendide penne coloratissime. L’espressione del viso, solcato da profonde rughe che rendevano l’età indecifrabile, era ascetica e misteriosa, gli occhi neri e profondi. C’era un che di mistico nella sua figura. Il vecchio si alzò lentamente, poi tese un braccio verso di lui. “Siedi, Peter Talberg. Sii il benvenuto nella mia dimora.” Peter sgranò gli occhi. “Ma… ma tu conosci il mio…”  Gli occhi del vecchio si illuminarono. “Come potrei non conoscerti? Sono quattrocento anni che ti aspetto!”

 

BELIZE: IL BLUE HOLE

Le due figurine di Peter e José bucarono di nuovo la superficie della grande voragine sottomarina pinneggiando velocemente verso il basso. Questa volta senza fermarsi ad ammirare lo straordinario panorama sottomarino che li circondava. L’acqua tornò a farsi torbida, ma Peter proseguì senza paura, facendo ogni tanto un cenno all’altro, che gli rispondeva con un okay con la mano. Poi tornò a esaminare la parete, in cerca di un’apertura. La trovò. Una macchia nera che spariva all’interno della parete. L’uomo ebbe un attimo di indecisione, poi vi si inoltrò, sparendo completamente all’interno. Josè alle sue spalle si guardò intorno, poi lo seguì, inghiottito dalla parete rocciosa a sua volta. Dentro, il buio fu rotto dai due fasci di luce, che cercavano disperatamente qualche segno. Ma la grotta era molto più grande di quel che appariva all’esterno. Peter puntò il fascio di luce sul suo profondimetro. Il display segnava 62 metri.

Poi, nel buio allucinante, iniziò, lontano, il rumore. Un rumore strano, dapprima vago, poi sempre più forte, come un respiro o un rantolo. Qualcosa di indecifrabile. I visi dei due uomini denotavano la grande tensione mentre la paura cominciava a impossessarsi del corpo in un fremito incontrollabile. Pur tuttavia essi avanzarono ancora, come attratti da una misteriosa forza.

L’ambiente si era allargato ed era sempre più chiaro, stranamente illuminato da una fonte invisibile. Appariva come un’ampia grotta, con una volta circolare che ricordava una grande cattedrale, da cui pendevano lunghe stalattiti, striate di colori fantastici. Peter si bloccò, si guardò intorno, attonito, colpito dalla solenne maestosità che mostrava il luogo. Intanto continuava sempre più forte il poderoso sospiro, che invadeva ora tutto l’ambiente, facendolo quasi vibrare. Peter si voltò verso Josè, che dava chiari segni di paura e faceva ampi cenni di tornare indietro. Ma Peter non se ne curò e riprese ad avanzare, lento ma sicuro, verso il centro dell’immensa grotta.

Improvvisamente scoprì la pietra. Al centro della grotta, una roccia squadrata emergeva dal fondo, come un grande piedistallo. L’uomo si avvicinò, mentre il rumore del respiro si faceva sempre più acuto. Le lanciò un’occhiata e restò di stucco. Davanti ai suoi occhi, sulla superficie levigata come uno specchio, era scolpita, nettissima, una figura oramai nota: quella della piramide dentro a un sole. L’uomo si aprì freneticamente il corpetto della muta, tirò fuori il ciondolo che gli aveva dato lo sciamano e che aveva appeso al collo, e lo accostò all’incisione sulla roccia. Avevano la stessa, identica forma.

Nel frattempo il rumore cupo di fondo era andato alzandosi, fino a diventare fortissimo. Su questo si sovrappose, in maniera agghiacciante, un urlo vero, seppur soffocato. Un urlo lanciato da un uomo sott’acqua. Peter si voltò e uno schizzo di sangue gli riempì il viso d’orrore. Accanto a lui stava sfilando lentamente la sagoma di un immenso squalo bianco, che trascinava, fra le mascelle, il corpo senza vita di Josè.

L’uomo fu pervaso da un senso di orrore e di nausea insieme. Istintivamente si ritrasse al riparo del piedistallo, seguendo atterrito le evoluzioni dello squalo, che girava lentamente intorno a lui, finendo di divorare il povero corpo morto. Peter aveva gli occhi sbarrati per l’orrore della scena, eppure si riavvicinò alla sommità della roccia, accostò l’amuleto al disegno scolpito su quella, ve l’appoggiò. L’amuleto venne letteralmente inghiottito e, come fosse stato azionato un interruttore magico, il grande respiro che era continuato fino allora, cessò di colpo, dando luogo a un sibilo acuto, sempre più acuto, fino a diventare insopportabile.

Peter si portò le mani alle orecchie, cercando di non sentirlo, iniziando a urlare attraverso l’erogatore. Vide l’ambiente illuminarsi sempre di più, accorgendosi con orrore che gli strumenti, che portava assicurati ai polsi, scoppiavano violentemente.

Come scossa da una forza terribile, la grande roccia cominciò a vibrare paurosamente, mentre la luce diventava sempre più accecante, più bianca, più abbagliante. Peter si portò le mani a coprirsi il viso, l’erogatore gli sfuggì di bocca e tutto l’ambiente esplose di colpo, l’acqua defluì nel nulla, lasciando lui inginocchiato in un ambiente magicamente asciutto, a urlare disperatamente senza controllo, prima di essere travolto dal sonno dell’incoscienza.

 

IL TRADIMENTO

Fuori albeggiava, ma Tessie era sveglia da un pezzo, con le mani dietro la testa, lo sguardo assente fisso al soffitto e il cervello confuso fra pensieri e ricordi che, nel buio e nel silenzio della notte, le erano apparsi come fantasmi, arrampicandosi e aggrovigliandosi nella sua mente, in un contrasto di emozioni che non riusciva a districare.

Dopo aver fatto l’amore, lui le aveva accarezzato il viso sorridendole, come a ringraziarla delle sensazioni che gli aveva fatto provare e lei, per un attimo, si era sentita di nuovo meno sola, illudendosi di poter essere di nuovo felice.

Si alzò a sedere nel letto, col respiro un po’ affannato e si girò a guardare il suo compagno, che dormiva nudo e sereno. Era davvero un bell’uomo e non dimostrava di avere quasi cinquant’anni. I capelli, lisci e brizzolati, incorniciavano un viso maturo e bello, con i segni del tempo che avevano accresciuto il suo fascino. Il corpo, malgrado l’età, era asciutto e muscoloso, con dei piccoli, inevitabili rotoletti sui fianchi che lei aveva spesso deriso, prendendolo in giro, ma che contribuivano a farlo apparire una persona adulta e matura.

Lo guardò con tenerezza, mentre si girava lentamente, dormendo sereno. Oltre che un bell’uomo era una persona colta e positiva, che le aveva insegnato molto della vita e del lavoro che faceva. Era un ottimo archeologo e uno splendido maestro, severo e comprensivo, sempre pronto a spronare chi voleva correre e a riprendere severamente chi non avesse il coraggio di farlo.

Ricordò con tenerezza la sera, a New York, che lo aveva presentato a Peter, nel ristorante italiano, dopo la tragedia delle Torri Gemelle. Lui, Thomas, era il mentore di tutto il gruppo di studenti e aveva capito subito, con un pizzico di invidia, che la ragazza si era infatuata di quel professorino elegante e timido che il destino aveva portato sulla sua strada.

Lei ovviamente non aveva capito la velata reazione di gelosia che l’uomo aveva provato per il nuovo arrivato e per l’entusiasmo con cui lei l’aveva presentato agli amici. D’altronde fra loro non c’era assolutamente niente e lui, anche per l’età, si era sempre contenuto nel dimostrare l’attrazione che provava per quella ragazzina bellissima e straordinariamente positiva, nella vita e negli studi.

Poi erano tornati a Londra e lui aveva capito che Peter aveva vinto. Aveva accettato la cosa con amarezza, ma grande maturità, senza mai far capire alla sua bellissima allieva la delusione provata per la sconfitta.

Erano passati i mesi. Lei aveva ripreso a frequentare i suoi corsi, raccontandogli della felicità con cui stava vivendo la sua storia col ragazzo, l’emozione di essere diventata l’assistente di un grande scienziato, dei suoi sogni e delle sue incertezze. Si confidava con lui come un padre amato e comprensivo, felice di riversargli la sua felicità e le sue inquietudini. Soprattutto quando, pur senza entrare nel minimo dettaglio, lei gli aveva fatto capire che quell’uomo venuto dal nulla non era un ragazzo qualsiasi, ma conservava un segreto terribile e indecifrabile.

Poi era accaduto il disastro. Prima la sua aggressione, poi la partenza di Peter, i contatti con lui sempre meno frequenti, i mesi che passavano. E, dopo l’ultima telefonata interrotta dal Belize, il nulla. Aveva atteso per un anno e mezzo di risentirlo, sperando sempre in un miracolo. Si era confidata con Aloisius che, come il solito, l’aveva consolata e protetta come un padre, cercando in tutti i modi di aiutarla, utilizzando tutte le sue importanti amicizie. Ma lui sembrava essere sparito nel nulla. Fino alla conferma che le aveva dato Barrymore. L’ispettore si era fatto risentire più volte, con la scusa di indagare sugli aggressori di Peter, ma in realtà per cercare di rompere quell’evidente muro di omertà che Peter stesso, e in seguito anche Tessie, avevano alzato davanti a lui.

Quando la ragazza andò a trovarlo, sconvolta, implorandolo di indagare sulla scomparsa del compagno, lui si era addirittura intenerito per l’amore che lei dimostrava. Si era fatto dare tutti gli indizi utili sui luoghi che ultimamente aveva visitato il giovane, seguendo le sue tracce in Messico e poi in Belize. E fu da quel lontano, piccolo Paese che era arrivata la notizia che sembrava chiudere il caso. I colleghi americani avevano confermato che le ultime notizie del professore riguardavano un’immersione fatta con un marinaio locale nel Blue Hole, del quale erano stati ritrovati resti umani divorati da uno squalo.

La scomparsa totale del professore, quindi era stata considerata una dichiarazione di morte, per annegamento o per lo stesso destino del suo compagno d’immersione. Per la polizia del Belize il caso, dopo alcune settimane, era stato chiuso con una dichiarazione di morte presunta. Una sentenza senza speranza. La sua storia da sogno con Peter era finita per sempre.

La disperazione, inevitabilmente, si era col tempo trasformata in rassegnazione, anche se il ricordo di lui continuava, implacabile, a tormentarla. Non era più stata con un uomo, anche se le proposte certo non le mancavano. Ma aveva voluto essergli fedele a tutti i costi, anche se la gioventù e il naturale desiderio che provava all’idea del sesso, tornavano impietosi a tormentarla di notte, quando si masturbava, piangendo e pensando a lui.

Si era rituffata nel lavoro e nei nuovi progetti di studio, sforzandosi di dimenticare, aiutata da Aloisius, che aveva capito il suo dramma ed era felice di distrarre quella ragazza così di talento che gli era oramai entrata nel cuore. Dopo la prima spedizione a Santorini, ne era seguita un’altra, l’anno successivo, e fra pochi mesi sarebbe partita per l’ultima volta verso l’isola greca per finire il lavoro con l’archeologo.

In tutto quel tempo Thomas le era stato molto vicino. Le aveva dimostrava affetto e stima, l’aveva aiutata, incoraggiata, parlandole con maturità e comprensione, quando lei, istintivamente, sfogava con lui i suoi turbamenti e le sue angosce. Mille volte l’aveva sfiorata e persino accarezzata con tenerezza, e lei aveva, pian piano, dimostrato quanto gradisse la sua compagnia e la sua vicinanza fisica.

Erano passati due anni dalla scomparsa di Peter, quando, la sera prima, era accaduto il fatto. Al termine della lezione, nel pieno di un fortissimo temporale, lui si era offerto di accompagnarla a casa e lei aveva accettato. Si erano già bagnati prima di arrivare alla macchina, e avevano riso insieme nel vedersi con i capelli scompigliati dalla pioggia.

Davanti casa sua, lui aveva fatto il galante, cercando di proteggerla con un piccolo ombrello, ma il vento gliel’aveva quasi strappato dalle mani e la pioggia aveva fatto il resto. Mentre lei apriva la porta, lui era rimasto immobile, incurante della pioggia, a guardarla con uno sguardo speciale. Era stato un attimo e lei gli aveva proposto di entrare per asciugarsi. Si erano ritrovati in casa abbracciati senza neanche accorgersene, le bocche incollate e le mani curiose e ingorde che si frugavano a vicenda i corpi.

Si erano spogliati con frenesia, cadendo nudi e ancora bagnati sul letto. Lui aveva sfogato anni di desiderio con una passione e una voluttà che avevano inebriato la ragazza. Con una dolcezza e un desiderio immenso le aveva accarezzato lentamente il corpo nudo, attraversando tutti i punti più erotici, le labbra, il seno, le gambe, senza fretta e senza essere volgare. Quando era arrivato al sesso, la sensazione le aveva fatto sbarrare gli occhi, provocandole un orgasmo fortissimo solo con le dita di lui che la sfioravano. Poi era esploso l’amore passionale. I corpi che si ricercano affannosamente, la fusione di due anime e un solo desiderio comune, mentre il piacere esplode inarrestabile e primitivo, in un rito eterno e immutabile. L’avevano fatto tutta la notte, senza alcun pudore e imbarazzo, come fossero amanti da sempre e lei era rimasta ubriacata dalla spregiudicatezza che aveva provato e che lui, con esperienza, aveva saputo agevolare.

Con l’alba, però, inevitabilmente, era scoppiato il rimorso e lei stava lì, accucciata sul letto, a mordicchiarsi le unghie col cervello in fiamme. La straordinaria e improvvisa eccitazione che aveva provato le sconvolgeva ancora i sensi, ma l’inarrestabile sensazione di colpa che la ghermiva non le lasciava scampo. Aveva iniziato a piangere sommessamente, ripensando con un brivido a Peter e al tradimento che, pur senza nessuna colpa, sentiva di avergli fatto. Si rese conto che quello che stava facendo non era amore, ma solo un’egoistica voglia di tornare a vivere. E così il destino che l’aveva oramai legata a Peter, che le appariva sempre più feroce man mano che si avvicinava la data maledetta, unito all’impossibilità di poter raccontare la verità a Thomas, la fecero di colpo ricadere nella disperazione.

D’altronde era sempre più convinta di far parte anche lei del malefico gioco che aveva sconvolto la vita dell’uomo che continuava ad amare e questo non le permetteva di dimenticare. Anzi, ora che lui era scomparso, si sentiva come investita dal dovere di proseguire la sua opera. Non sapeva come, ma sentiva che il destino l’avrebbe aiutata a capire. Si voltò istintivamente a guardare il compagno che dormiva sereno e capì che, pur ammirandolo infinitamente, non avrebbe mai potuto amarlo come Peter. Si alzò lentamente, indossò un paio di piccoli short jeans e una maglietta casual e andò in cucina a preparare la colazione: bacon, uova, porridge e latte. 

Sentì il suo profumo prima di sentire le sue mani che le cingevano la vita da dietro e la sua bocca che le dava un bacio sul collo. “Ciao, bambina, buongiorno…” Lei rimase immobile, imbarazzata. “Ciao… Sto preparando la colazione…” Lui sentì la rigidezza della ragazza e la lasciò. Lei finì rapidamente di preparare e mise tutto sul tavolo della cucina. Restarono qualche minuto in silenzio, mangiando lentamente. Fu lui a capire e a rompere il ghiaccio. “Mi dispiace tanto, Tessie, non avrei dovuto farlo. Spero solo di non averti fatto del male…” Glielo disse con calma e maturità, senza mostrare risentimento o rabbia, e questo acuì i sensi di colpa della ragazza, che oramai la squassavano inarrestabili.

Lei abbassò gli occhi e riprese a piangere lentamente, quasi vergognandosi. Lui allungò le mani su quelle di lei, che gliele strinse quasi a fargli male. “Non è colpa tua, Thomas, ma non riesco ancora a essere serena. Tu sei un uomo meraviglioso e non ti meriti le mie paure e le mie angosce. Hai avuto una pazienza infinita con me e te ne sarò sempre grata. Mi hai trasmesso cultura, emozioni, un affetto vero, ma non posso dividere la mia vita intima con una persona che non amo totalmente. Mi dispiace, mi dispiace tanto… Quanto vorrei che esistessi solo tu al mondo.”

Il pianto si trasformò in un singhiozzo senza freni e la ragazza si mise le mani sul volto. Si alzò girandosi di spalle, come a nascondersi. Lui, paziente, le si avvicinò da dietro, le sfiorò i capelli con una carezza, parlandole sottovoce, quasi vergognandosi. “Non potrai mai capire quanto ti abbia desiderata e quanto oggi mi senta in colpa per non poterti dare quello che vuoi. Dovrei odiarlo, quel bastardo, per averti lasciata sola, ma io voglio una sola cosa, Tessie, la tua felicità. Sei una creatura meravigliosa e sarebbe stato un sogno poter dividere la mia vita con te. Però so che, se ti amo veramente, devo lasciarti andare, e non sai quanto mi costa dirtelo.”

Lei si voltò lentamente, guardandolo negli occhi, con le lacrime che le colavano sul viso. Era di una bellezza straordinaria e l’uomo sentì una fitta al cuore a vederla così vicina e così lontana. Riuscì a controllarsi, le accostò una mano alla guancia, asciugandole con le dita le lacrime, mentre le sorrideva amaramente. “La bambina che conoscevo un tempo oramai si è fatta donna, e penso che tu non abbia più bisogno di me. Oramai sei diventata grande, anche nel lavoro e non posso insegnarti nient’altro. Con Quintermann ora hai un maestro molto più bravo di me. Sappi però che in qualsiasi momento della tua vita tu abbia bisogno di qualcosa, io ci sarò sempre.” Lei lo abbracciò di slancio. “Grazie, Thomas, perdonami…” Lui le accarezzò i capelli per l’ultima volta, sapendo però che la sua mente vagava lontano.

 

 

 

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