IRAN: Nain

Regia: Gigi Oliviero – Stefano Carbone


Situata nel cuore del grande deserto centrale, Nain è una cittadina apparentemente anonima. Un pugno di case semplici e polverose, un vecchio castello diroccato, alcune semplici moschee. Una vita che scorre sempre uguale e monotona, scandita da ritmi antichi e immutabili. Il monumento più celebre della città è un’antichissima moschea, la Masjed-e Jame, risalente all’inizio del periodo islamico, ma che presenta elementi appartenenti a periodi diversi: alcune strutture del X secolo, e il minbar (la cella che indica la Mecca) aggiunto solo nel XIV secolo. Notevole anche l’uso, semplice ma innovativo, delle decorazioni in stucco.

   

La legge islamica vieta di rappresentare nei luoghi sacri i volti e le figure umane, anche se appartenenti a divinità, quindi l’arte musulmana si è da sempre espressa nella decorazione colorata e suggestiva, fatta soprattutto di mosaici e piastrelle abbaglianti e colorate. Vista sotto quest’ottica, quest’arte (certo insolita per noi, abituati da sempre a legare l’arte alle figure e alle decorazioni realistiche e umane) assume una suggestione unica, che, se guardata con attenzione, rivela una grande fantasia e abilità nel creare forme armoniose e di splendido impatto visivo.


   

Le bambine indossano i loro piccoli shador come un gioco vezzoso, senza far trasparire alcun imbarazzo o reazione di rifiuto. Per loro quell’abito non è una condanna, ma un vanto. Siamo giunti fin qui, però, non solo per ammirare un’altra bella moschea. Questo luogo infatti è uno dei centri più importanti del paese per quel che riguarda un’attività entrata oramai nel mito: la fabbricazione dei tappeti.  E’ un’arte antichissima e nobile, tramandata di madre in figlio come una religione, un’arte cui aggrapparsi per sopravvivere, ma anche svolta con la consapevolezza e l’orgoglio di partecipare alla creazione di qualcosa di magico e meravigliosamente perfetto.


   

Non c’è casa, infatti, dove non esista un grande telaio a una parete, accanto al quale, ininterrottamente, lavorano tutti i membri della famiglia, dalla nonna ai bambini. Sono proprio i bambini a colpire il visitatore in Iran. Al di là della bellezza, pure notevole, quello che li rende unici è la correttezza di comportamento e la straordinaria grazia innata, ereditata da millenni di grande civiltà.

All’interno delle case gli unici oggetto di arredamento sono solo splendidi e favolosi tappeti. Su una parete, immancabile, spicca poi un grande telaio, cui lavorano ininterrottamente tutti i membri della famiglia. Le bambine partecipano con grande impegno all’opera comune, dimostrando una serietà e un’abilità incredibili. Senza incertezze scelgono il filo del colore giusto e lo inseriscono, con un piccolo nodo, nel punto esatto. Ogni tappeto ha naturalmente il suo modello, ma apparentemente nessuno dei lavoranti vi getta il minimo sguardo. Ognuno sa perfettamente da solo quale filo colorato andrà messo in un preciso punto e annodato con l’abilità di un giocoliere. La grandezza del filo, poi, determinerà il numero dei nodi, e quindi il tempo di lavorazione (che può variare da poche settimane addirittura a degli anni) e il conseguente valore finale. Una grande ricchezza del paese, che unisce la laboriosità degli abitanti alla manifestazione di un artigianato di straordinaria qualità tecnica e artistica.


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