IRAN: Persepolis

Regia: Gigi Oliviero – Stefano Carbone


    

La testimonianza più spettacolare e suggestiva di cosa intendessero gli imperatori persiani per luogo di dimora e rappresentanza la scopriamo a poca distanza da Shiraz, ed è un luogo che evoca ancora la leggenda e la grande storia. Siamo a Persepolis, la prima mitica capitale dei re achemenidi, voluta, sempre nella metà del VI sec. A.C: da Dario I il Grande. La città, all’epoca, era di uno splendore senza pari. Posta su un altopiano, la città era circondata da mura alte dieci metri ed era raggiungibile tramite un’immensa scalinata, ancor oggi perfettamente conservata.


  

La prima immagine che ci accoglie è quella della maestosa Porta delle Nazioni, la prima ad immettere nella città, le cui colossali dimensioni danno subito l’idea della straordinaria grandezza che doveva colpire chiunque la visitasse. I resti della città ci raccontano che essa era arredata di palazzi, sale, archi e colonne senza fine, il tutto in una grandiosità di dimensioni e colori da lasciare senza fiato. Ecco allora le grandi porte, gli infiniti rilievi murari che descrivono la vita del palazzo e del re, con accuratezze di dettagli che ci li fanno apparire come un grande libro fotografico sul passato.


L’immensa Apadana, dove il re teneva le udienze imperiali, e poi il Palazzo di Dario, quello di Serse, la Sala delle 100 colonne, un’immensa tomba reale scolpita nella montagna, e decine e decine di altri reperti che fanno di questo luogo uno dei siti archeologici più importanti e spettacolari del mondo. La città era di una ricchezza senza pari. Colonne e capitelli erano dipinti in colori vivaci. Dappertutto legno, tappeti, pesanti tende tessute in oro, vesti sontuose, profumi sparsi in ogni ambiente. Tutto fa pensare che questa favolosa residenza fosse destinata a cerimonie incentrate sulla venerazione dell’imperatore da parte di nobili e funzionari che, pur governando paesi lontani, non esitavano a mostrare la loro lealtà verso l’imperatore centrale.


  

Possiamo quindi immaginare la vita che doveva scorrere dentro queste mura, i sontuosi ricevimenti, le grandi udienze, soprattutto all’arrivo dei delegati delle 28 nazioni vassalle della Persia, che portavano periodicamente tributi e offerte al sovrano. Purtroppo tutto questo splendore terminò in un triste giorno del 331 a.C:, quando il grande Alessandro Magno riuscì a conquistarla, demolendo in pochi mesi un impero che da secoli sembrava indistruttibile. La città, si dice, possedeva la più grande biblioteca del mondo antico orientale, che fu per fortuna salvata dallo stesso conquistatore, che fece tradurre in greco tutti i suoi volumi. Poi iniziò la sistematica depredazione: secondo Plutarco Alessandro utilizzò 10.000 muli e 5.000 cammelli per trasportare le immense ricchezze trovate. Quindi, con un atto che sconcerta ancor oggi gli storiografi, il grande condottiero ordinò di distruggere la città col fuoco, appiccando, sembra per primo le fiamme. La motivazione ufficiale fu la vendetta, voluta per punire la profanazione di Serse, che proprio col fuoco aveva distrutto l’acropoli di Atene molti anni prima. Diodoro Siculo, però, uno storico contemporaneo di Augusto, ci racconta che il condottiero, ubriaco, fu istigato al folle gesto dal desiderio di una donna dai costumi non proprio irreprensibili, Taide, ricordata persino da Dante nella sua Commedia. Triste fine per la città dei Re dei Re, fatta scomparire dal capriccio di una cortigiana.


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