MODENA

                 

Sono ormai mille anni che Piazza Grande è il cuore della città, ritrovo obbligato per ogni modenese. Volenti o no, ci si ritrova ad attraversarla quasi giornalmente, come un rito. Un rapido sguardo alla bianca mole del Duomo, un’occhiata più in alto alla torre campanaria, che proprio dritta non appare da nessuna parte. Anche lei pende un po’ come la Torre di Pisa. Eppure era stata progettata ben dritta da Arrigo da Campione, nel 1261, e così era stata eretta nei cinquant’anni che ci vollero a tirarla su. La parte iniziale nacque massiccia e squadrata, per adattarsi al gusto romanico che impregna tutta la cultura antica della città. Col crescere, però, divenne più leggera, acquisì un’innegabile leggiadria gotica, con quelle due ringhiere a colonnine che somigliano davvero a due ghirlande, e giustificano pienamente l’appellativo che i modenesi le hanno attribuito da sempre, “Ghirlandina.

Oggi Piazza grande, il Duomo, la Ghirlandina sono uno dei 500 luoghi della Terra che l’Unesco ha dichiarato patrimonio dell’Umanità e meritano davvero questo onore.

La Cattedrale, a saperla ben ammirare, rappresenta un insieme architettonico di spettacolare unitarietà e bellezza formale e si pone ancor oggi come uno dei capisaldi dell’arte romanica di ogni tempo.

La prima pietra della sua lunga costruzione fu posta il 9 giugno dell’anno 1099, sul luogo che già ospitava un’antichissima chiesa del V secolo. Il compito di erigerla fu affidato a un architetto di nome Lanfranco, neanche troppo celebre al tempo, il quale la progettò con genio, ma non riuscì mai a vederla finita, dal momento che ci vollero duecento anni per completarla.

Contribuisce a questa particolarissima immagine estetica e stilistica la stretta connessione che esiste fra la parte puramente architettonica e il meraviglioso ciclo scultoreo che la avvolge da ogni lato. Anche questo è opera di un altro grandissimo artista, Wiligelmo, il quale seppe arricchire il Duomo con un’infinita serie di rilievi e decorazioni che, con primitiva ma potente espressività, sintetizzano la visione del mondo spirituale dell’uomo del suo tempo, mostrandone le paure, le speranze, le certezze, la fede.

Le scene scultoree si sviluppano su tutti i lati della Basilica e furono ampliate e arricchite nel corso di innumerevoli secoli. Dalla fine del 1100 al 1300, infatti, a Lanfranco e Wiligelmo successero i Maestri Campionesi, una famiglia di architetti e scultori provenienti da Campione, sul lago di Lugano, che si tramandarono di padre in figlio il compito di completare la cattedrale.

Particolarmente affascinanti e simbolici i rilievi della facciata, la straordinaria Genesi, che fanno del Duomo un vero e proprio libro scolpito per la sua semplice, ma ricchissima antologia di quadri, personaggi, simbolismi. Ecco allora apparire in ogni capitello, in ogni mensola, un intricato viluppo vegetale, che evoca la mitica “selva oscura” dantesca, simbolo di un bosco temibile e insidioso, popolato di esseri animaleschi e mostruosi che minacciano costantemente il cammino spirituale dell’uomo. Da qui l’inevitabile lotta fra i simboli del bene e quelli del male, alla fine della quale appare la meta agognata della Salvezza, descritta con liete scene di vendemmia (la “vigna del Signore”), che ispira finalmente pace e redenzione.

E’ ancora opera di un maestro campionese, Anselmo da Campione, la superba Porta Regia, edificata a cavallo fra il XII e il XIII secolo. La porta è circondata da quattro colonne annodate col nodo di Salomone e sorrette da due splendidi leoni stilofori in marmo rosa.

Sempre dei maestri campionesi è il bellissimo rosone della facciata, che ci introduce in un interno semplice e solenne. L’ambiente è a tre navate, di una bellezza e suggestione profonda.

Sul fondo della navata, preceduta da splendide sculture a colonnine (sempre sempre dei maestri campionesi), ecco la bellissima cripta, in cui sono custodite le spoglie di San Geminiano, il patrono della città.

 

Torniamo in Piazza Grande per visitare un’altra, imponente costruzione che vi si affaccia e che ci richiama ad antiche e gloriose storie. E’ il Palazzo Comunale, anch’esso risultato di diversi edifici, costruiti in epoche diverse, dall’XI al XVII secolo.

Ogni angolo dell’interno è testimone dell’antico splendore della città. Qui siamo nella Sala del Fuoco, così denominata perché nel grande camino che la completa, si preparavano le braci che servivano a riscaldare i commercianti che operavano in piazza durante l’inverno. La grande sala è adornata da uno splendido soffitto a cassettoni in legno del 1500 e da pregevoli dipinti sulle pareti.

La Sala dei Matrimoni, dipinta da Francesco Vaccari nel 1767 con volute monocrome che contornano lo stemma di Modena, è adornata dalle opere di Adeodato Malatesta, il pittore della corte estense..

Splendida è la Sala del Consiglio Vecchio, la cui volta, decorata con dipinti seicenteschi che richiamano il buon governo e l’amore per la patria, domina gli scranni dei Conservatori, in pregevole legno intagliato, anch’essi risalenti al 1600. E ancora la piccola e suggestiva Sala degli Arazzi, così detta dai dipinti su tela a grossa trama che adornano le pareti e imitano le tappezzerie ad arazzo in voga in Francia nel ‘700.


Curiosità inevitabile nella visita al Palazzo è la leggendaria Secchia Rapita, che ricorda la battaglia di Zappolino, combattuta nel 1325, quando un manipolo di audaci modenesi, inseguiti i nemici fin dentro le mura di Bologna, ne riportò, come simbolico trofeo, una secchia tolta a un pozzo di Porta S. Felice.

Secchia che fece addirittura da protagonista ad un celebre poema eroicomico (“La secchia rapita”, appunto”), scritto da un ottimo letterato, Alessandro Tassoni, la cui statua troneggia sotto la Ghirlandina.

Non si può parlare di Modena senza ricordare una dinastia che ha segnato per molti secoli la vita della città: gli EsteGrande famiglia italiana, di origine longobarda, risalente ai primi dell’anno mille, aveva segnato, per quattro secoli, la vita di un’altra bella città italiana, Ferrara. Fu però alla fine del 1500 che l’allora duca Alfonso I, legittimo signore di Ferrara e grande mecenate (alla sua corte aveva vissuto, fra l’altro, Ludovico Ariosto), non riuscì ad avere figli da una moglie pure passata alla storia come grande esperta d’amore, Lucrezia Borgia. L’occasione fu sfruttata spietatamente dal papa Clemente VII, il quale, richiamando un’antica convenzione (che autorizzava la Chiesa a riconoscere i possedimenti nobiliari solo ai legittimi e diretti discendenti della casata), non esitò ad annettersi l’intero ducato di Ferrara, sfrattando letteralmente gli Estensi dalla città.

Il fatto, di per sé sconvolgente, costrinse una delle più ricche e celebrate dinastie del Rinascimento ad emigrare da Ferrara. La città prescelta per la nuova capitale del Ducato fu appunto Modena, verso la quale, con un trasloco che si può immaginare lunghissimo e molto complesso, furono trasferite la corte e le inestimabili opere artistiche che il ducato aveva accumulato in secoli di storia, un vero e proprio tesoro artistico fra i più importanti dell’Europa del tempo.

Fu quindi inevitabile, nella nuova capitale, prevedere la costruzione di una residenza che fosse all’altezza di accogliere una famiglia e una corte così ricca e potente. I lavori iniziarono nel 1634, per volontà del duca Francesco I, su progetto dell’architetto Bartolomeo Avanzini e si avvalsero della collaborazione dei più grandi artisti del tempo, dal Bernini al Borromini. L’opera che ammiriamo oggi è un palazzo sontuoso e solenne, da anni sede dell’Accademia Militare, dove sono formate le nuove leve di ufficiali dell’Esercito e dei Carabinieri.

Il grande cortile d’onore è maestoso e splendido ed è animato, alcune volte l’anno, dalla suggestiva cerimonia del giuramento dei cadetti e dai concerti del festival internazionale delle bande militari.

L’interno ricorda ancora gli antichi fasti. Questo è il salone d’onore, dal soffitto magnificamente affrescato, dove fu riconosciuta la bandiera tricolore scelta a Reggio Emilia il 7 gennaio 1797.

E questo è il salottino d’oro, un gioiello di gusto rococò perfettamente rispondente al clima ispirato allo stile francese della corte di Francesco III. La stanza fu il gabinetto di lavoro dei sovrani, e le splendide decorazioni rivestite d’oro zecchino, si ispirano a temi della mitologia classica.


Reggia di Sassuolo.

Ma un altro palazzo, altrettanto sontuoso, ci ricorda la dinastia estense. Qui siamo a Sassuolo, a pochi chilometri da Modena, una città oggi divenuta la capitale delle piastrelle, e dove i Duchi vollero una residenza estiva che non sfigurasse con quelle delle corti europee. Il preesistente castello fu quindi trasformato, a partire dal 1634, dall’architetto ducale Bartolomeo Avanzini per volontà del duca Francesco I, eccezionale mecenate, amante come nessun altro del bello e dell’arte.

Sontuosamente affrescata dal francese Jean Boulanger, pittore ufficiale della corte estense, ancor oggi il palazzo rappresenta uno straordinario gioiello della cultura barocca dell’Italia settentrionale

Ecco quindi gli appartamenti dei sovrani, le innumerevoli stanze affrescate e stuccate in ogni angolo, il loggiato d’ingresso, ricoperto da miriadi di abbaglianti affreschi, il maestoso Salone delle Guardie, i cui dipinti su pareti e soffitto ingrandiscono a dismisura, con ingegnosi effetti prospettici, la pur abbagliante maestosità e vastità dell’insieme.


       

Galleria Estense.

Ma tutta la città ricorda la grande cultura della casata d’Este. Uno straordinario museo, la Galleria Estense, ci accoglie per mostrarci una delle più ricche collezioni pittoriche del nostro paese. Già nella metà del ‘600 i duchi avevano fatto dimenticare l’oltraggio della cacciata papale da Ferrara. La famiglia aveva riaffermato un ruolo importante della cultura in Italia ed era miracolosamente riuscita a ricreare una corte più sfarzosa di prima.

Fu con Francesco I, nella metà del ‘600, appunto, che l’arte a Modena ebbe un fortissimo impulso. Il Duca, infatti, avvalendosi della collaborazione di consiglieri esperti, condusse un’incessante e sistematica ricerca di capolavori sul mercato e nei domini, assicurandosi innumerevoli opere di artisti famosissimi, da Correggio a Carracci, Guercino, Rubens, Veronese, Tiziano, Guido Reni.

La grande collezione di opere d’arte, di pitture, di sculture, di disegni e oggetti, malgrado la dispersione causata dalla vendita di decine e decine di quadri (la famosa vendita di capolavori di Dresda, effettuata per sanare le casse dissanguate del ducato), e le innumerevoli razzie compiute da eserciti di ogni bandiera (Napoleone in testa), fa ancor oggi della Galleria Estense uno dei musei più importanti d’Italia.

Accanto alla pinacoteca, un altro museo straordinario, la Biblioteca Estense, racchiude una straordinaria raccolta di libri e miniature antiche, fra cui la Bibbia di Borso d’Este, forse l’esemplare più ricco e importante della storia dell’arte nel campo della grande miniatura. Si tratta di due volumi, di oltre 1200 pagine, tutte incorniciate in una incalcolabile quantità di motivi decorativi. Almeno 5000 immagini miniate, dai colori e dai tratti superbi, che richiesero sei anni di lavoro da parte di molti fra i più rinomati artisti dell’epoca, fra i quali Taddeo Crivelli, Franco dei Russi e Giorgio d’Alemagna, tutti protagonisti della scuola ferrarese.

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