MUNASTERIO ‘E SANTA CHIARA (Ciccio Capasso)

Nel 1880 una canzoncina allegra e spensierata apriva un’epoca. Era “Funiculì funiculà” che, inneggiando al “modernismo” dell’epoca (che nel caso era rappresentato dall’inaugurazione di un’audace funicolare sul Vesuvio), divenne il simbolo canoro di un’epoca felice e proiettata verso un futuro migliore.
Sessant’anni dopo un’altra canzone doveva inaugurare un’epoca ben diversa. La Basilica di Santa Chiara è sempre stata uno dei luoghi sacri più cari al cuore dei napoletani e questa bellissima e tragica canzone ne ricorda la distruzione, avvenuta durante la Guerra, divenendo il simbolo stesso di un’epoca tragica e difficile per la città.
La musica appartiene a un giovane e brillante musicista, Alberto Barberis il quale, trasferitosi in Messico, perì, per ironia della sorte, proprio sotto le macerie di un terremoto.
La canzone fu uno dei primi successi di un ottimo e popolarissimo cantante del dopoguerra, Giacomo Rondinella.


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​Il poeta: MICHELE GALDIERI

(Napoli, 1902 – 1965)

E’ un nome, quello di Michele Galdieri, che, oltre a godere di una popolarità eccezionale, s’inserisce con peso determinante nella storia della musica leggera e della rivista italiana. Conscio dell’impegno che gli derivava dall’essere figlio di un illustre poeta, Rocco Galdieri, tra i più grandi che la poesia (e non soltanto quella napoletana) abbia mai avuto, Michele ben presto si rese delle difficoltà cui sarebbe andato incontro qualora avesse voluto seguire le orme paterne e allora decise di battere tutt’altra strada. 
Iscrittosi alla facoltà di Medicina, la frequenta per cinque anni, per poi passare a quella di Legge, che lo vede allievo per tre anni. Però né la medicina, né la legge lo soddisfano del tutto, e allora si rivolge, per altri due anni, alle Lettere. Fu l’impresario Eugenio Aulicino a distrarlo dagli studi, chiedendogli di aggiornare, per il teatro Nuovo, la rivista “Chiò, chiò, paparacchiò”, che il papà di Michele aveva scritto anni addietro.
Il lavoro ebbe un felice aggiornamento, con bagliori di estrose invenzioni, ed Aulicino insistette affinché Galdieri ne scrivesse una originale. Nacque così, nel 1925, la rivista “L’Italia senza sole”. Da quella data il nostro autore prese l’abitudine di scrivere una e anche più riviste ogni anno. Ottiene successi meritati su tutti i fronti, perché è anche il regista dei suoi lavori. Nel 1928, con la musica del M° Staffelli, scrive la sua prima canzone: La più semplice storia. 
L’anno successivo ne scrive una in dialetto, Soirée” napulitane. Poi, canzoni e riviste vanno di pari passo, mentre anche cinema e radio non tardano ad aprirgli le porte. Con Redi, ottiene un formidabile successo con la canzone italiana Non dimenticar, successo rinnovato, alcuni anni fa, dal cantante americano Nat King Cole; con Barberis crea una delle più suggestive canzoni napoletane: Munastero ‘e Santa Chiara, e, con Bonavolontà, vince il Festival di Napoli del 1955 con ‘E stelle ‘e Napule. Un’attivita intensa, la sua, che non conobbe soste, fino al momento della morte, che lo colse durante la preparazione del copione per uno spettacolo televisivo dedicato a Napoli.


​Il musicista: ALBERTO BARBERIS
(Roma, 1920 – 1957)


Si diplomò a venti anni in pianoforte e composizione al Conservatorio di Santa Cecilia. Si dedicò in seguito alla rivista, collaborando con Michele Galdieri. E proprio in un quadro musicale della rivista “Imputato, alziamoci!” del 1945, con Totò, la Magnani, Peppino de Filippo e Alberto Sordi che nacque la celebre “Munasterio ‘e Santa Chiara”, poi tradotta e cantata in tutte le lingue. Nel 1952 accompagnò la cantante Tina de Mola in America e decise di restare in Messico, dove lavorò nei night fino alla morte, avvenuta per infarto dopo uno spaventoso terremoto.


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Con Leo e Perla, Ciccio Capasso lavora al Teatro Regio di Parma, al Carignano di Torino, al San Ferdinando di Napoli, al Verdi di Salerno, al Morlacchi di Perugia, al Giacosa di Ivrea, al Comunale di Città di Castello ed ancora in moltissimi teatri d’Italia ed in Europa. 
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Ciccio Capasso è stato anche compositore di canzoni, con versi quasi sempre in dialetto, forma a lui più congeniale ed espressiva.
Nel 1988 è stato uno dei maggiori protagonisti nelle “Serate allo storico Caffè Gambrinus di Napoli”, ideate e condotte da Giuliana Cesarini.
Nei suoi concerti-recital ha interpretato i brani di autori ignoti che hanno segnato nell’Ottocento l’epoca d’oro della canzone napoletana. Il suo repertorio è stato vastissimo. Gli autori che ha presentato sono, tra gli altri, Mercadante, Di Lasso, Vinci, F. P. Tosti, Di Giacomo, Viviani, Bovio, Nicolardi, Russo E.A. Mario, Murolo, Gambardella, Staffelli, Cannio, Denza, G.B. De Curtis, Galdieri, Falvo, Totò.
​E’ scomparso, dopo una lunga malattia, nel 2014.

MUNASTERIO ‘E SANTA CHIARA
(Barberis-Galdieri, 1945)
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Dimane? Ma vurría partí stasera.
Luntano, no, nun ce resisto cchiù.
Dice che c’è rimasto sulo ‘o mare,
che è ‘o stesso ‘e primma, chillu mare blu.
Domani? Ma vorrei partire stasera.
Lontano, no, non resisto più.
Dicono che c’è rimasto solo il mare,
che è lo stesso di prima, quel mare blu.

 Munasterio ‘e Santa Chiara,
tengo ‘o core scuro scuro.
Ma pecché, pecché ogne sera,
penzo a Napule comm’era,
penzo a Napule comm’è?
Monastero di Santa Chiara
ho il cuore scuro scuro.
Ma perché, ogni sera
penso a Napoli com’era,

penso a Napoli com’è?

 Funtanella ‘e Capemonte,
chistu core mme se schianta,
quanno sento ‘e dí da ‘a gente
ca s’è fatto malamente
stu paese, ma pecché?
No, nun è overo.
No, nun ce créro.
E moro cu ‘sta smania ‘e turnà a Napule.
Ma ch’aggi’ ‘a fà?

Mme fa paura ‘e ce turnà.

 Fontanella di Capodimonte,
questo cuore si schianta,
quando sento dire dalla gente
che è diventato malvagio
questo paese, ma perché?
No, non è vero
no, non ci credo
E muoio per la voglia di tornare a Napoli
Ma cosa ci posso fare?
Mi fa paura ritornarci.

Paura? Sí, si fosse tutto overo?
Si ‘a gente avesse ditto ‘a verità?
Tutt’ ‘a ricchezza ‘e Napule era ‘o core.
Dice ch’ha perzo pure chillu llà.
Paura? Sì, se fosse tutto vero?
Se la gente avesse detto la verità?
Tutta la ricchezza di Napoli era il cuore.
Dicono che ha perduto anche quello.

 Munasterio ‘e Santa Chiara.
‘Nchiuse dint’a quatto mura,
quanta femmene sincere,
si perdévano ll’ammore,
se spusavano a Gesù.
Monastero di Santa Chiara.
Chiuse dentro quattro mura,
quante donne sincere,
rinunciavano all’amore,
si sposavano Gesù.

 Funtanella ‘e Capemonte,
mo, si pèrdono n’amante,
giá ne tènono ati ciento.
Ca, na femmena ‘nnucente,
dice ‘a gente, nun c’è cchiù.
No, nun è overo.
No, nun ce crero.
E moro pe’ ‘sta smania ‘e turnà a Napule.
Ma ch’aggi’ ‘a fà.
Mme fa paura ‘e ce turnà.

 Fontanella di Capodimonte
ora, se perdono un’amante,
già ne hanno altri cento.
Perché, una donna innocente,
dice la gente, non c’è più.
No, non è vero.
No, non ci credo
E muoio per la voglia di tornare a Napoli.
Ma cosa ci posso fare?
Mi fa paura ritornarci.

 Munasterio ‘e Santa Chiara,
tengo ‘o core scuro scuro.
Ma pecché, pecché ogne sera,
penzo a Napule comm’era,
penzo a Napule comm’è?

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