‘O MARE ‘E MERGELLINA (dal musical “Ritorna Piedigrotta”)


Un altro successo di Aniello Califano,  una straordinaria figura di poeta che animò le notti napoletane nei primi anni del ‘900. Era ricco il giovane Aniello. era nato a Sorrento da una famiglia di ricchi possidenti terrieri. Figlio unico, una volta mandato a Napoli, iniziò a frequentare  la bella vita e le donne, senza mai  lasciarsi sfuggire l’occasione di riempire la sua vita con avventure sempre nuove. Prese a scrivere canzoni sia per una naturale inclinazione, sia per le moine interessate che gli facevano le tante ballerine e attricette che conquistava a suon di soldi.

Questa canzone fu scritta dopo la morte del grande Salvatore Gambardella (l’autore di “‘O marenariello”), amico fraterno di Califano, del quale aveva musicato innumerevoli testi e porta la firma di Rodolfo Falvo, uno splendido musicista, autore, fra l’altro, di “Guapparia” e “Dicitincillo vuje”.


La canzone è tratta da uno splendido spettacolo musicale, “RITORNA PIEDIGROTTA”, interpretato da un gruppo di giovani artisti napoletani, “I Girovaghi dell’Arte“.
Il lavoro, scritto e diretto da un geniale autore napoletano,  Egidio del Giudice, ripropone, in chiave musicale, una delle più antiche e sentite feste di Napoli, quella, appunto, di “Piedigrotta”, che risale addirittura al 1200, anche se, da secoli, ha perso lentamente Il valore “popolare” da cui nasceva, per spegnersi inevitabilmente con l’avvento del progresso.
Un progresso che, nella rappresentazione, diventa il nemico di Pulcinella, la classica maschera napoletana, che si rifiuta di uscire dal suo sogno, nel nomo di un avanzare dei costumi e delle mode che non appartengono più all’anima vera della vecchia Napoli.


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Il poeta:   ANIELLO CALIFANO
(Sorrento, 1870 – 1919)

In tutti i fascicoli, in tutti i libretti, in tutti i giornali che pubblicarono canzoni, dal 1888 al primo ventennio del nostro secolo, si trovano versi del Califano. Perchè una montagna, un fiume, un diluvio ne produsse nella sua trentennale attività; ed è logico che, spesso, la quantità vada a discapito della qualità. Tuttavia, era tra i poeti che raccoglievano successi su successi a carattere internazionale, anche perché i suoi versi. facili e earbati. venivano musicati dai più geniali musicisti dell’epoca (Valente, Gambardella, Di Capua, Di Chiara, Falvo). Iscritto alla Facoltà d’ingegneria, abbandonò presto l’Università per dedicarsi alla canzone. Aveva una proprietà in San Lorenzo di Pagani dove morì colpito da vaiolo. Il suo paese natale, Sorrento, reclamò le spoglie del suo cantore e intitolò una strada al suo nome. Scrisse anche in dialetto poesie che pubblicò in tre libriccini: “Primma sbrasata” – Ediz. Fantasio – Napoli, 1894; “Scenette napoletane” – Tip. Angora – Nocera Inf., 1898; “Spine, frunnelle e sciure” – Ediz. Nobile – Napoli, 1900.

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Il musicista
RODOLFO FALVO 
(Napoli. 1873 – 1937)

L’entusiasmante avventura di Rodolfo Falvo ha inizio nel 1898 quando, poco dopo la morte del padre, ufficiale superiore di artiglieria, decide di abbandonare l’ufficio alle Regie Poste per andare a raccogliere fama ed applausi fra le quinte e le ribalte dell’allora furoreggiante caffè concerto napoletano. Fa il cantante, qualche volta il duettista, nella ricerca di una propria personalità fra le tante stelle dell’epoca. Nel disegno della sua vita, però, la silhouette del cantante non è destinata a prendere corpo. Infatti, sullo sfondo, si nota una seconda figura che, sia pure ancora confusamente, suggerisce ben altre dimensioni. Il disegno, così abbozzato, prende a delinearsi nella sua definitiva stesura nel 1904, allorché Falvo ha occasione di musicare dei versi di Libero Bovio. E’ la sua prima vera canzone: “Napulitana”; ed è anche uno schietto successo che segna la data di nascita di autentico musicista. Ormai, non è più il caso di parlare di un’attitudine; c’è, invece, da prendere atto di una incontenibile vocazione. E Falvo, sempre con la collaborazione cordiale e affettuosa di Bovio, incomincia a comporre canzoni su canzoni. Così, ad ogni Piedigrotta il  pubblico aspetta impazientemente le novità di Falvo, sicuro com’è che la sua attesa non adrà delusa. Ecco allora splendidi pezzi: “Uocchie  c’arraggiunate”, su versi di Falconi Fieni, “Viato a me!” con Bovio, “Tarantelluccia”, con Murolo. Passa qualche anno e, nel 1911, accade che la Poliphon prenda l’iniziativa di riunire, sotto un’unica insegna, i maggiori poeti e musicisti di Napoli. Falvo, ovviamente, è tra i primi ad essere scritturato. Tra le sue mani passano versi di Di Giacomo, Russo, Bovio, Califano per trasformarsi in canzoni che sono altrettante stupende pagine musicali. C’è in quelle note tanta ricchezza e varietà di temi che potrebbero dare gloria non ad uno solo, ma a numerosi musicisti. La città, e con essa tutta Italia, canta: “Guapparia”, “‘O mare ‘e Margellina”, “Tammurriata palazzola”. Alla vigilia dello scoppio della prima guerra mondiale, Falvo e Bovio scrivono “Canzone Garibaldina”, un esaltante inno che affonda le radici direttamente nelle vicende passionali di quegli anni. La Poliphon, ch’è una casa editoriale tedesca, ritiene di scorgere nella canzone un’intenzionale presa di posizione a favore un conflitto tra la Germania e l’Italia, cosicchè i due autori, nella consapevolezza di non poter più continuare a lavorare in quell’organizzazione, decidono di passare tra le file della napoletanissima La Canzonetta. Intanto, l’attività di Falvo continua ad essere più che mai febbrile; motivi e melodie si susseguono senza interruzione, quasi a formare un arco luminoso che, se da una parte poggia sull’entusiasmo del pubblico, dall’altra si attesta riconoscimenti incondizionati della più severa esigente critica dell’epoca. Le case editrici se lo contendono, i cantanti, reclamano le sue canzoni, convinti come sono che con esse ci sarà sempre l’applauso, anche se l’interprete non è gradito alla platea. Si può dire che non ci sia cantante che non abbia in repertorio “Dicitencello vuie” oppure “Canzone a Chiarastella”. E’ un vero tripudio, e Falvo potrebbe continuare serenamente per la sua via se preoccupazioni economiche non venissero, di tanto in tanto a turbarlo. Eppure, per il dono ch’egli faceva della sua musica, avrebbe meritato non tranquillità, ma benessere pieno e duraturo. Falvo, ed è un segno di chiara notorietà, fu affettuosamente chiamato “Mascagnino”, perchè con il maestro livornese, aveva in comune molte cose: le pieghe dei capelli, la linea del naso il gran bisogno di fumare, e l’eterno sigaro tra i denti. Ma soprattutto, come Mascagni, aveva un’esuberanza, anzi un impeto musicale che, fissati su carta, facevano delle partiture un nobile documento d’anagrafe artistica, facilmente identificabile anche se privo di nome e cognome.

‘O MARE ‘E MERGELLINA (1914)
di Califano – Falvo

Chistu mare ‘e Margellina 
chi sa nfunno che nce tene 
ca, si ‘o guarde, nun te vene 
cchiù ‘o penziero d’ ‘o lassà! 
Nu prufumo d’erba ‘e mare 
saglie ‘a dint’a cchelli scoglie, 
e te sceta mille voglie.. 
e, scetato, fa sunnà.

Margellina, Margelllna, 
– calamita ‘e marenare! – 
si parlasse chistu mare 
quante cose avria cuntà… 
Scappatelle ‘e nnammurate… 
gelusie, tradimente…
vase e llacreme cucente…
quanta suonne ‘e giuventù!…

Quanno ‘a luna mmiez’ ‘o mare 
se fa ‘o ppoco ‘e sentimento, 
e d’ammore parla ‘o viento, 
‘e Ccanzone fa senti,..
E, c’ ‘o ffuoco a poppa ‘e vuzze, 
vanno a ppurpe’ ‘e marenare:
nc’è ‘na festa pe’ stu mare, 
ce nu quatro se po’ fà!

Margellina, Margellina, 
calamita ‘e marenare!
si parlasse chistu mare 
quante cose avria cuntà… 
Scappatelle ‘e nnammurate… 
gelusie, tradimente… 
vase e llacreme cucente… 
quanta suonne ‘e giuventù!…

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