PIEMONTE: LANGHE ASTIGIANE

Una terra ampia e dura, formata di colline dolci e invitanti accanto a calanchi e scoscesi dirupi, che sembrano fratturare la visione complessiva, invitando, e nello stesso tempo frenando, quella che, per i nativi, può spesso sembrare un’intrusione.

Questa è la prima immagine dalla Langa astigiana che appare al visitatore ignaro della sua storia, delle sue tradizioni, della sua semplice, ma profondissima cultura.

Una terra mai identica a sé stessa, dove l’occhio del passeggero potrà cogliere infinite sfumature di colori, stabiliti dalle stagioni, ma anche dalla continua varietà del passaggio. Dai tipici territori collinari (come quelli di fondo valle, dove i vigneti si intrecciano ai prati e ai seminativi), all’ambiente tipicamente appenninico dei Comuni di maggior altitudine, dove i boschi regnano quasi sovrani.

In questo meraviglioso scenario naturale, 16 piccoli paesi formano il territorio che si estende tra Piemonte e Liguria, tra pianura e Appennino, tra Langa e mare. E qui ha sede l’unica Comunità Montana in provincia di Asti, che ha sede a Roccaverano, la “Langa Artigiana-Val Bormida”

La durezza del territorio sembra emergere già dal suo antico nome, “Landa”, che poteva intendersi come luogo disabitato e selvaggio. Eppure quest’angolo piemontese d’Italia è stato desiderato da millenni, e ha visto passare sulle sue alture invasori e colonizzatori, dai primi insediamenti gallo-celtici, fino alla colonizzazione romana, che garantisce dell’importanza strategica di questa antica terra di confine.

La storia appare prepotente dovunque, con l’apparire di torri di avvistamento, fortezze e castelli, spesso diroccati, ma più spesso ancora, possenti ed eleganti, recuperati, come tanti angoli e ricordi di questa terra, dalle abili e pazienti mani dei suoi abitanti.

Una popolazione semplice e contadina, legata visceralmente alla sua terra, che, pur se spesso dura e ostile, è stata con pazienza e amore rimodellata. E sempre  utilizzando tecniche semplici e ingegnose, raffinatesi sempre più nel tempo, che sono riuscite, pur valendosi di pochi mezzi a disposizione, ad esaltare quello che la natura metteva a disposizione di chi sapesse valersene.

A cominciare dalla pietra di Langa, un materiale di natura arenaria, che si presta benissimo, per le sue qualità di robustezza ed estetica, all’impiego edile:
Questo tipo di pietra non viene estratta da cave, ma è recuperata dalla demolizione di vecchie costruzioni o da bonifiche di terreni agricoli. E’ facilmente squadrabile ed esteticamente molto gradevole.

Oggi la maggior parte delle costruzioni, anche le più antiche, mostrano la maestria raggiunta nell’utilizzare questo semplice elemento.

Ecco allora muretti, casali, addirittura castelli, costruiti pietra su pietra, spesso con la tecnica a secco, senza alcuna malta, che impone un’attenzione costruttiva molto attenta e abile.

Ancor oggi, in Langa, possiamo imbatterci in personaggi di suggestione straordinaria, apparentemente senza età, sicuramente simili ai loro millenari progenitori. Uomini pazienti e tenaci, che hanno speso la vita ad estrarre, lavorare e, perché no, rendere bella la pietra delle loro terre. Pur lasciando, all’occhio del visitatore, uno spazio urbano gradevole ed uniforme, molto più di quel che non riescano a fare complicati, e spesso disattesi, piani regolatori in luoghi ben più ricchi.

Oggi gli infiniti, antichi muretti che ancora testimoniano di un’attività plurisecolare, sono ancora costruiti con l’antica tecnica della scalpellatura e sovrapposizione senza alcun collante. Un’attività che sta rifiorendo anche grazie alla crescente e inarrestabile domanda turistica, controbilanciata dall’espandersi di un’offerta agrituristica che, sfruttando un territorio particolarmente adatto, contribuisce al prezioso recupero di un’identità culturale ed estetica da tutelare e divulgare.

Una spinta naturale che permette sempre più di mantenere il filo della memoria con il passato, conservando, per quanto è possibile, un contesto ambientale vivibile ed armonico.

Un altro elemento contraddistingue l’antica vocazione artigianale del luogo: il legno.

Gli artigiani (che spesso potremmo definire “artisti”) dediti oggi alla lavorazione del legno, devono tutta la loro abilità ai loro predecessori che, sfruttando le meraviglie dei loro boschi, ricchi di legni pregiati (come querce, ciliegi, faggi, castagni), impararono a modellarlo e scolpirlo, con tecniche sempre più raffinate e tramandate con amore di padre in figlio.

Da sempre il legno fu usato in sostituzione della pietra quando occorresse una resistenza a sforzi di flessione, come, ad es., l’orditura dei solai e delle coperture delle abitazioni.

L’evolversi delle tecniche e l’avvento delle moderne tecnologie hanno naturalmente reso più celere e complesso il lavoro, ma, accanto alle consuete lavorazioni industriali (taglio, squadrature ecc.) l’abile mano dell’uomo resta assolutamente insostituibile per trarre dalla materia grezza la forma e l’eleganza volute dalla fantasia e dall’estro dell’artigiano.

Un’importante e celebre applicazione dell’arte di lavorare il legno è poi costituita dalla “sedia piemontese” e ai mobili e tavoli ispirati allo stile “Vecchio Piemonte”. Oggetti costruiti spesso con tecniche industriali modernissime, ma realizzati anche da laboratori artigianali, che riescono a fare di ogni esemplare un piccolo oggetto d’arte, unico per forma ed eleganza.

Ma anche nei sempre più numerosi stabilimenti industriali, che, al passo coi tempi, stanno contribuendo alla rinascita dell’economia locale, la lavorazione in serie è sempre accostata alla mano dell’uomo, insostituibile per garantire un’anima a prodotti pure così diffusi.

Racconta una leggenda che un giorno di tanti anni fa, un pastore errante, accingendosi ad attraversare una zona desertica, per nutrirsi mise del latte

in una sacca ricavata dallo stomaco di un agnello. Il caglio, presente naturalmente nella sacca, unito al calore del sole, separò il latte in cagliata e siero. Nacque così, in forma assolutamente naturale il formaggio, uno degli alimenti più saporiti e antichi.

Tracce della lavorazione del formaggio si trovano infatti già in testi sacri indiani, precedenti la Bibbia, e si sa per certo che persino il popolo degli Sciiti era un esperto conoscitore dell’arte casearia.

Plinio il Vecchio ci descrive ben 13 tipi di formaggi prodotti nel mondo romano e persino Omero, nell’Odissea racconta di come il gigante Poliremo cagliasse il latte delle sue greggi.

E ancor oggi, a Baghdad, si può ammirare un bassorilievo sumero, risalente al III millennio a.C., noto come “Fregio della latteria”, e dove sono raffigurati tutti i passaggi della trasformazione del latte in formaggio.

Nei millenni la storia di questo superbo alimento, vera gioia per il palato, non ha conosciuto confini, ed è testimoniata anche nel nostro territorio della Langa, dove si hanno riscontri della lavorazione casearia persino in graffiti risalenti al 5000 a.C.

Un tempo quest’alimento si diffuse soprattutto fra le popolazioni povere, dedite alla pastorizia, che lo utilizzavano come riserva di cibo, dal momento che, a differenza del latte, poteva essere conservato per lungo tempo.

Oggi il Piemonte vanta ben 9 formaggi DOP, cioè titolari del riconoscimento di Denominazione di Origine Protetta, ma uno solo di questi può essere prodotto con tre diversi tipi di latte: vaccino, caprino e ovino, la Robiola di Roccaverano.

Si tratta di un formaggio squisito, a pasta fresca, ottenuto con due mungiture giornaliere di bestiame, alimentato con foraggio verde o conservato, e una maturazione molto breve, mediamente 7-10 giorni.

Un formaggio straordinario, quindi, che deve la propria particolarità ai fermenti lattici vivi che rimangono presenti nella pasta fino al momento del consumo e che presenta una particolare fragranza e un delicato sapore.

Quando viene stagionata, la Robiola di Roccaverano assume un sapore lievemente piccante, e può anche essere conservata sott’olio, o immersa in latte di pecora o in salse particolari.

Sono una sessantina le aziende della Langa astigiana, piccole e grandi, che producono questo straordinario alimento, tutte operanti con modalità di produzione assolutamente genuina e garantita, in grado di offrire un prodotto oramai conosciutissimo anche all’estero.

Per la lavorazione, tradizionalmente, si impiega il latte crudo, che garantisce migliori qualità organoelettriche. Il latte viene portato alla temperatura di 18° e trattato con caglio liquido naturale. Quindi viene lasciato riposare per 24 ore e inserito in fascere di plastica per riposare un’altra giornata. Dopo la salatura, completa la sua maturazione in 3 giorni, oppure viene stagionato fino a 20 giorni.

Un ennesimo esempio di splendida tradizione storica, rinnovata dall’amore della gente astigiana per la sua terra e i suoi infiniti e preziosi prodotti naturali.

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