POMPEYA, L’ULTIMO DIA (Versión en español)

Un espléndido documental dedicado a la visita completa de Pompeya

drección: Gigi Oliviero – Durata: 57′


   


Il 24 agosto del 79 d.C. una fertile montagna della Campania, il Vesuvio, esplose all’improvviso, con una potenza devastante, cancellando dalla faccia della terra una città ricca e splendida. Oggi, dopo 2000 anni,  quella città è tornata alla luce, per raccontarci la vita e lo splendore di un mondo che sembrava sparito per sempre: Pompei…

Ma perché milioni di turisti continuano a visitare un luogo morto da venti secoli? Forse perché esso rappresenta un crocevia della storia unico, dove due civiltà, lontane migliaia di anni, possono confrontarsi, vincendo, una volta tanto, la spietata clessidra del tempo.

All’epoca della sua fine, Pompei era uno dei più fiorenti centri della Campania. Non era una città giovanissima, anzi… Era nata 800 anni prima, e vi erano passati gli Etruschi, i Greci, i Sanniti, fino all’inarrestabile ciclone di Roma, che, con Silla, nell’89 a.C., l’aveva trasformata in colonia romana. Era iniziato il suo ultimo secolo di vita. Un secolo in cui la città aumentò le sue vocazioni commerciali, diventando un ricercato luogo di vacanza per ricchi personaggi romani (da Cicerone a Poppea), che vi costruirono favolose ville, arricchite con splendide opere se

Il primo segnale della fine arrivò nel 62 d.C., quando l’area vesuviana fu scossa da un terremoto terribile, che anche a Pompei causò vittime e distruzioni. Il resto è storia nota. I lavori di ricostruzione erano ancora in corso quando, 17 anni dopo, il Vesuvio scoppiò all’improvviso, trasformando quel meraviglioso golfo in un buio teatro di morte. Era un giovedì, il giorno dedicato a Giove. Ma il padre degli dei non fu generoso con la città che pure lo venerava come suo protettore. Una massa immensa di cenere e lapilli fu scagliata fino a 30 km d’altezza, per poi ricadere, come un mantello di morte, su tutta la regione. Gli effetti furono catastrofici. Milioni di pietre di pomice infuocate caddero sulla città, e alla fine, una coltre velenosa di vapori di zolfo calò su uomini e cose, uccidendo ogni forma di vita sotto sei metri di cenere e lapilli. In meno di 48 ore, una città meravigliosa e i suoi 9 secoli di vita erano stati cancellati dalla storia. Il suo ricordo svanì lentamente, e solo 17 secoli dopo la città tornò alla luce, grazie a Carlo di Borbone e a grandi archeologi, che la risvegliarono dal suo lungo sonno col più straordinario restauro di tutti i tempi. E con lei sono tornate le forme dei suoi antichi abitanti,  macabre, ma affascinanti fotografie della storia, che ci accompagneranno alla scoperta della loro città e dei misteri che ancora l’avvolgono.


PORTA MARINA: Il principale ingresso a Pompei è Porta Marina, la più celebre delle sette porte della città. Si apre nelle antiche mura, ed è composta di due fornici: uno per i pedoni, l’altro, più grande, per i carriaggi, che portavano pesce e sale dal porto fluviale posto alla foce del fiume Sarno.


TERME SUBURBANE: Ai piedi di Porta Marina si aprono le Terme Suburbane, risalenti al I sec. d.C. Il mondo romano adorava le terme, luoghi adatti alla cura del corpo, ma in cui si andava anche per perfezionare incontri e amicizie, favoriti dalla gradevolezza e dall’intimità del luogo. Nello spogliatoio (detto apoditèrium) appaiono varie scene erotiche, una vista che incontreremo più volte nella visita alla città. Si tratta di un campionario di posizioni amorose particolarmente audaci, in cui, caso forse unico nella pittura romana, appaiono due donne contemporaneamente. Più avanti troviamo il frigidarium, la sala per i bagni freddi, decorata con stucchi e paesaggi marini, e sullo sfondo una cascata d’acqua. Tutt’intorno,  splendidi affreschi decoravano le pareti. Seguono poi il tepidarium e il calidarium, la sala per i bagni caldi, affacciata sul panorama tramite tre finestre.


TEMPIO DI APOLLO: Entrati in città, raggiungiamo il suo cuore sociale e religioso. Qui siamo nel tempio di Apollo, il più antico di Pompei, eretto in epoca sannitica, intorno alla prima metà del VI sec. a. C. Ai piedi della scala d’accesso c’è un altare in travertino, una cui iscrizione attribuisce la costruzione del tempio ai quattuòrviri (cioè i governanti della città). Troveremo spesso, nella nostra visita, dediche simili, fatte su grandi monumenti cittadini da uomini potenti e ambiziosi, che, nell’intento di dimostrare il loro potere, hanno lasciato in città notevoli testimonianze architettoniche. Un’altra di queste autocelebrazioni la troviamo sulla sommità di una colonna, dove appare una meridiana, cui è accostata una dedica, che attribuisce la costruzione ai duòviri Lucio Sepurnio e Marco Erennio.


    

BASILICA: Di fronte al tempio di Apollo si apre la Basilica, un ampio edificio rettangolare, che si affacciava sul Foro civile. Il luogo era destinato alle contrattazioni d’affari e all’amministrazione della giustizia. Era quindi il Tribunale dell’epoca. La basilica è l’edificio pubblico più importante e antico della città. Risale al II sec a.C., ed è divisa in tre navate da 28 immense colonne, alte più di dieci metri. Sullo sfondo ci sono i resti del tribunal, a cui i giudici accedevano da scale di legno. La sua altezza indicava una posizione gerarchica di superiorità, ma serviva anche a proteggere i magistrati stessi dalle frequenti ire dei condannati. I processi si svolgevano secondo criteri simili ai nostri, con l’accusa, la difesa, gli avvocati e un’ottima tutela per gli imputati. Testimonianza della grande modernità raggiunta dal diritto romano, che tanto ha contribuito a formare quello moderno.


     

FORO GRANDE. Il Foro Grande era il centro della vita politica, amministrativa e religiosa di Pompei, e spesso era utilizzato per spettacoli offerti da privati. Era circondato da un colonnato a due piani, e il suo accesso era vietato ai carri. Abbellita con archi, statue e fontane, la piazza poteva accogliere tutta la popolazione della città, che si presume abbia raggiunto i 20.000 abitanti. Sullo sfondo sorgeva il Tempio di Giove, il principale edificio religioso della città, risalente al II sec. a.C. All’interno era custodita la statua del dio, e nei suoi sotterranei, oltre al tesoro pubblico (l’”aerarium”), si conservavano i doni votivi. Solo all’inizio del I sec. il tempio fu trasformato in Capitolium e dedicato al culto della Triade Capitolina, cioè Giove, Giunone e Minerva.


 

EDIFICI MUNICIPALI: Sul lato sud del Foro, tre sale erano destinate agli uffici amministrativi della città, dove operavano i suoi governanti. La Curia, destinata al Consiglio Municipale… la sede dei due “Edìli”, che avevano potere esecutivo sugli edifici pubblici, i templi, i teatri e i mercati… e infine la sala dei “Duùmviri”, che avevano poteri esecutivi, amministravano la giustizia e gestivano l’erario pubblico. Le elezioni avvenivano ogni anno, nel mese di marzo, e da esse erano escluse le donne, che però, partecipavano molto attivamente alla campagna elettorale.


 

EDIFICIO DI EUMACHIA: L“Edificio di Eumàchia” era stato ereditato, alla morte del marito, da una sacerdotessa di Venere, che apparteneva ad una ricca famiglia di agricoltori e industriali, e che doveva la sua fortuna al commercio della lana. La dedica alla sacerdotessa è incisa su una lastra di marmo, situata sulla facciata sinistra. L’ingresso era circondato da un elegantissimo fregio in marmo, con motivi del mondo vegetale e animale. Era diviso in due piani e nel tempo era diventato un luogo di culto, destinato ad esaltare il prestigio della famiglia. In una nicchia è conservata una copia della statua della sacerdotessa, dedicatale dalla corporazione del fullones, cioè i tessitori, tintori e lavandai, che costituivano la più importante industria pompeiana.


  

TEMPIO DI VESPASIANO. Il tempio del Genio di Augusto era il luogo destinato a celebrare gli imperatori. Sembra logico pensare che, nel tempo, dovesse essere “aggiornato”, dedicandolo a quello in carica. All’epoca dell’eruzione, quindi, il tempio era dedicato a Vespasiano. Davanti si trova ancora un altare in marmo bianco, circondato da un bassorilievo che mostra la scena del sacrificio di un toro.


MACELLUM: Il Macellum era l’area destinata al mercato della carne e del pesce, ed era circondata da innumerevoli negozi. Al centro vi era una rotonda di 12 colonne, coperta con una cupola, con al centro una vasca destinata a vivaio di pesci, dove furono ritrovate lische, resti di frutta e cereali. Sulla facciata, infine, si pensa si aprissero le botteghe dei cambiavalute, gli “argentarii”.


MENSA PONDERARIA: Il commercio, in città, si svolgeva con norme molto severe. Ne è una dimostrazione la Mensa Ponderarla, che consiste in una lastra di calcare contenente 9 cavità, corrispondenti ad altrettante misure di capacità, cui dovevano attenersi tutti i commercianti di Pompei, che erano forate alla base per recuperare i prodotti misurati.


    

ARCO DI TIBERIO, L’Arco di Tiberio rappresentava l’ingresso nel cuore della città. Fa parte dei numerosi archi eretti solitamente per glorificare gli imperatori. All’epoca dovevano essere molto spettacolari, ed erano rivestiti di marmi e adornati di statue e decorazioni.


ARCO DI CALIGOLA. Un altro bell’arco lo troviamo più avanti, all’inizio di Via di Mercurio. E’ quello dedicato all’imperatore Caligola, che, all’epoca, era sormontato da una grande statua equestre.


  

TEMPIO DELLA FORTUNA AUGUSTA. Accanto all’Arco di Caligola sorgono i resti del Tempio della Fortuna Augusta, costruito in epoca augustea su di un alto podio, e accessibile tramite due scalinate. Anche questo monumento era stato edificato a spese di un cittadino privato, un certo Marco Tullio che, eletto ripetutamente negli anni, desiderò celebrare i suoi successi con una grande opera pubblica.


 

     

CASA DEL POETA TRAGICO. Poco oltre troviamo la Casa del Poeta Tragico, che deve il suo nome ad uno splendido mosaico, raffigurante una scena teatrale, anche se è più nota per un altro mosaico posto all’ingresso, con la scritta “Cave canem”, cioè “Attenti al cane!”. Proviamo a ricostruirla come doveva essere al momento dell’eruzione. Un atrio con l’impluvium… le stanze di servizio… un piccolo giardino.  Nel triclinium, la sala da pranzo, si possono ammirare due affreschi: una Venere con amorini…. e Arianna abbandonata. Un altro bell’affresco è conservato al Museo Archeologico di Napoli e rappresenta il Sacrificio di Ifigenia.


          

CASA DEL FAUNO: La dimora più celebre della città è la Casa del Fauno, una delle più grandi e ricche di Pompei. Fu costruita intorno al II sec. a.C., su una superficie di oltre 3000 mq., e sembra appartenesse a Publio Silla, nipote del dittatore che conquistò la città, e che proprio qui dimorò per un periodo. Il luogo è notissimo per la bellissima statuetta di un fauno danzante, la cui copia spicca ancora nella fontana dell’impluvium, all’ingresso della casa.

La dimora era adornata da straordinarie opere d’arte, come un celebre mosaico, che occupava un intero pavimento e rappresentava la battaglia di Isso, dove Alessandro Magno sbaragliò il re persiano Dario. Un vero capolavoro, eseguito con un milione e mezzo di piccole tessere colorate. Altri, deliziosi mosaici raffiguravano animali, fauna marina, divinità pagane. Bellissimi anche i giardini della villa, circondati da porticati a colonne, che danno una buona idea dello splendore e della ricchezza che doveva possedere all’epoca.


 

          

CASA DEL CENTENARIO. La Casa del Centenario è così detta per essere stata scavata nel 1879, quindi nel XVIII centenario dell’eruzione. Il centro del giardino è occupato da una piscina, vicino alla quale si rinvenne una splendida statua bronzea, raffigurante un satiro che stringe una brocca che versa vino. Sul fondo dello stesso peristilio, si trova un ninfeo, dalla cui nicchia rivestita  a mosaico, l’acqua si riversava nella vasca sottostante. Varie stanze della casa sono decorate con pregevoli affreschi, compresi alcuni di contenuto erotico.


        

CASA DI LUCREZIO FRONTONE. Il nome di Lucrezio Frontone appare in numerosi graffiti, all’interno e all’esterno di questa sontuosa dimora, che apparteneva ad un importante uomo politico. Tutta la sua ricchezza, comunque, non servì ad evitare la morte a sette degli abitanti, fra cui alcuni bambini, che furono ritrovati in un unico ambiente, dove avevano invano cercato scampo alla tragedia. Tutta la casa è affrescata con splendidi quadri mitologici, realizzati, forse, dall’unico pittore pompeiano che ci ha lasciato la firma: Lucio.

Ecco allora gli Amori di Marte e Venere… il Trionfo di Dioniso e Arianna… Narciso che si ammira, specchiandosi in una fonte… gli Amori di Marte e Venere… il Mito di Teseo che riceve da Arianna il filo che lo aiuterà ad uscire dal Labirinto… e infine, sul fondo del giardino, un grande paesaggio africano, con piante e animali.


         

CASA DEI VETTII. Una delle più celebri case di Pompei è la Casa dei Vettii, che apparteneva a due ricchissimi commercianti. All’ingresso colpisce la nota figura di un Priapo, nell’atto di pesare il suo enorme fallo profilattico (cioè contro il malocchio), sul piatto di una bilancia. Sull’altro è posta una borsa di monete, forse il simbolo del prezzo della protezione. Si passa quindi nell’atrio principale, con al centro la piscina dell’impluvium, mentre, a destra, si scopre un larario, dove è raffigurato un serpente, al di sopra del quale appare il Genio del Pater Familias, tra due Lari. Alle spalle, dopo una piccola cucina, troviamo un cubicolo, dove appare un’altra statuetta di Priapo (col grosso fallo traforato che era usato come fontana in giardino) e alcuni piccoli affreschi erotici. Il giardino era il cuore della casa, ed era addobbato di fiori, fontane e statue. E’ interessante notare i resti dei tubi in piombo che portavano l’acqua dovunque, ricreando giochi e scenari. Due piccole sale d’intrattenimento, affrescate con splendide scene, permettevano di riposare, godendo della visione del giardino. Nella prima ci appaiono il Prodigio di Ercole Fanciullo… il Supplizio di Penteo, dilaniato dalle Baccanti.. e il supplizio di Dirce, legata a un toro. Nel secondo, ammiriamo la Passione di Pasife… il Supplizio di Issione… e l’Abbandono di Arianna.

Ma le meraviglie di questa dimora non finiscono qui. Su un altro lato del peristilio si apre il grande triclinio, uno dei più raffinati ambienti che l’antichità ci abbia tramandato. Le pareti sono dominate dal classico rosso cinabro, conosciuto proprio come “pompeiano”, e sono attraversate da fasce nere che creano vari piani di interesse. Il più importante è la cornice inferiore, dove si snoda il celebre fregio degli amorini dediti al lavoro e allo sport: ci sono gli amorini fiorai… quelli profumieri… quelli che corrono su bighe tirate da antilopi… poi gli amorini orefici… i fullones, cioè tessitori, tintori e lavandai… i mugnai, i panettieri, i vendemmiatori e tanti altri, che compongono una scena di incredibile perizia artistica e di straordinario buon gusto.


        

CASA DEL LABIRINTO: Contigua alla Casa dei Vettii, la Casa del Labirinto rappresenta un altro bell’esempio di casa sannitica del II sec. a.C. ed è così chiamata per un mosaico, rappresentante appunto un labirinto, che si può anche ammirare, dal vero, al centro del grande peristilio.


         

CASA DEGLI AMORINI DORATI. A due passi entriamo poi nella Casa degli Amorini Dorati, che deve il suo nome ad una serie di Amorini incisi su laminette d’oro, che ornavano un ambiente del peristilio. La casa conserva innumerevoli testimonianze artistiche che, unite alla sua posizione scenografica, ne dovevano fare una delle dimore più splendide della città. Le aiole del giardino accoglievano busti di dei, rilievi con soggetti dionisiaci, maschere sospese tra le colonne, sculture incastonate nelle pareti, in un insieme che più che ispirarsi alla vita quotidiana, sembra rappresentare un mondo artistico provvisorio e irreale. Nei pressi del giardino scopriamo poi un sacello, dedicato alla triade divina egizia di Arpocrate, Iside e Serapide, con il dio Anubi, a testa canina, che li affianca.


          

NECROPOLI. All’estremo angolo di nord-ovest della cinta muraria, sorge Porta Ercolano, una delle sette porte della città. Era a tre fornici, coperti con volte a botte e chiusa da una porta lignea a due battenti. Da qui si imbocca la Via dei Sepolcri, uno dei cimiteri della città. Come gli altri, era posto, per ragioni igieniche, al di fuori delle mura, e comprende un complesso di tombe appartenenti quasi tutte al periodo romano. Si tratta per lo più di sepolcri di famiglia, destinati a raccogliere le ceneri dei defunti, le cui salme venivano solitamente cremate con un apposito rito.

L’altra, grande necropoli della città è quella di Porta Nocera. Anche qui ritroviamo monumenti funerari che rappresentavano l’ultima occasione per evidenziare l’importanza e la ricchezza di una famiglia. Le tombe di Porta Nocera vanno dal I sec. a.C. alla seconda metà del I sec. d.C., e rappresentano una bella visita per ammirare l’architettura e l’arte applicata ai monumenti funebri romani.


 

TERME DEL FORO. Oltre a quelle suburbane, in città esistevano tre stabilimenti termali pubblici, molto frequentati dalla popolazione. Le terme più importanti erano quelle del Foro, che furono tra i primi edifici pubblici ad essere restaurati dopo il terremoto del 62. Una chiara dimostrazione dellìimportanza che i romani attribuivano a questi luoghi. Come sempre, anche queste erano organizzate in una sezione maschile e una femminile, alimentate dallo stesso impianto di riscaldamento, che inviava aria calda sotto i pavimenti e dietro le pareti. Dall’ampio spogliatoio si poteva passare nel “frigidarium”, un locale a forma circolare, dotato di una vasca sormontata da una cupola… e quindi nel “tepidarium”, un altro locale con volte a botte, riscaldato da un grande braciere. Lungo le pareti corre una serie di nicchie, adornate da statuine di terracotta, raffiguranti telamoni, cioè giganti, che sostengono un’architrave, sulla quale si ponevano bottigliette con unguenti e oli profumati. L’ultimo ambiente è il calidarium, destinato alle saune, arredato con una grande vasca comune e un bacino per l’acqua fredda. Su questo si legge ancora un’iscrizione dei magistrati che lo fecero costruire, questa volta, però, col denaro pubblico.


  

CASTELLUM AQUAE. Una delle meraviglie di Pompei era la rete idrica, alimentata da immensi acquedotti, che garantivano un approvvigionamento idrico spesso superiore a quello ottenuto ai nostri giorni. Quello che alimentava Pompei era stato voluto da Augusto, ed era di un’imponenza senza pari. Lungo circa cento km, partiva dalle sorgenti del Serino, alle falde dell’Appennino, per aggirare il Vesuvio a nord e rifornire ben 9 città (Napoli compresa). Era un’opera straordinaria, che scavalcava valli e scavava montagne, mantenendo un pendenza costante di circa mezzo metro ogni Km. L’acqua giungeva in città nei pressi di Porta Vesuvio, nel suo punto più alto. Lì, un grande collettore, il “Castellum aquae”, la distribuiva in tre diramazioni, che alimentavano numerose fontane pubbliche, negozi, case e terme.


 

        

FULLONICA STEPHANI. Parecchia acqua doveva essere anche usata per alimentare questa “fullonica”, cioè una lavanderia. Questi locali erano molto numerosi, tanto che i “fullones” erano un’importante categoria di commercianti in città, anche se non particolarmente ben visti, dal momento che la percorrevano continuamente per raccogliere l’urina, indispensabile alle loro lavorazioni. Questa che visitiamo è chiamata “di Stefano” per una scritta elettorale presente sulla facciata, ed era insieme lavanderia e stireria. Al centro dell’impluvium era ricavata una prima, grande vasca per il lavaggio dei tessuti. Altre vasche le troviamo sul fondo del giardino, dove i tessuti erano lavati e pigiati con i piedi in una soluzione di acqua e urina, utilizzata in sostituzione della soda per il suo contenuto di ammoniaca. Dopo il trattamento, i tessuti erano ammorbiditi con argilla, poi battuti per essere puliti, quindi rilavati e cardati. Nell’ultima fase erano portati sulla terrazza per essere asciugati.


          

 LUPANARE. A Pompei, come in tutto il mondo romano antico, vigeva una grande tolleranza sessuale, dovuta alla predisposizione al piacere propria del mondo antico. Non è quindi un caso che una delle maggiori curiosità della città sia proprio il lupanare. “Lupa”, in latino, significa prostituta, e il lupanare era appunto il bordello. Questo è il più grande e organizzato dei circa 25 che esistevano in città. Era a due piani e comprendeva dieci piccole stanze, cinque su quello superiore, più ampie e comode, e altre cinque al pianterreno, piccole e dotate di pochissima privacy. Ognuna era provvista di un letto in muratura, su cui venivano posti dei sacchi, molto poco igienici. Una curiosità è il compenso che veniva generalmente richiesto, e che non superava i due assi, il prezzo medio, cioè, di due boccali di vino. Anche perché in questo luogo venivano per lo più schiavi e visitatori di passaggio, in quanto i ricchi della città incontravano le loro preferite nelle ben più comode dimore, o si divertivano (senza spendere neanche i pochi soldi richiesti) con la loro schiavitù.

Quello che attira soprattutto i turisti, sono le celebri raffigurazioni erotiche dipinte all’ingresso delle camere e che alludevano alle posizioni amorose promesse dalle ragazze della casa. Si tratta di rappresentazioni presenti un po’ dovunque in città, anche in dimore nobili e ricche e persino, come abbiamo visto, nelle terme suburbane. Una particolare collezione di queste immagini (nascosta per molti anni agli occhi del grande pubblico) è oggi conservata al Museo Archeologico di Napoli e, a parte l’argomento piccante, è un’ennesima, affascinante testimonianza di arte e costume antichi.


        

TEMPIO DI ISIDE. Al pari della libertà sessuale, il mondo romano era aperto e tollerante verso tutte le religioni. Ne è un esempio il Tempio di Iside. Fu il primo edificio religioso ad essere ricostruito dopo il terremoto del 62, e dimostra ancora una volta il grande influsso che aveva la cultura egiziana nel mondo romano. Al Museo Nazionale di Napoli sono conservati innumerevoli reperti e opere artistiche ritrovate nel tempio, all’epoca uno dei più frequentati della città. Come altri monumenti della città, anche questo fu costruito a spese di un privato, in questo caso un liberto, che, non potendo adire a cariche pubbliche, fece inserire su una lapide, come benefattore, il nome di un suo rampollo di soli sei anni. Il tempio originale risaliva al II sec. a.C. ed era posto su un alto podio, cui si accedeva da una scalinata.


    

FORO TRIANGOLARE. Il Foro Triangolare, l’altro, grande spazio della città destinata alla vita sociale e religiosa (oltre al Foro di Porta Marina), deve il suo nome alla sua particolare forma di triangolo. Si tratta di un’area sacra, su cui già sorgeva un tempio greco del VI sec., posizionata in una splendida posizione panoramica sul mare. Il settore meridionale era occupato da un tempio dorico, ed era preceduto da un edificio quadrangolare di epoca romana, l’”héroon”, cioè la mitica tomba del fondatore della città, Ercole. Più a sud, un pozzo scavato nel banco di lava preesistente, aveva assunto nel tempo una funzione monumentale, grazie al suo inserimento dentro un “thòlos”, cioè una costruzione circolare, ottenuta con colonne doriche di tufo.


   

TEATRI . Pompei disponeva di due teatri pubblici. Il più piccolo, in greco chiamato “Odeon”, fu realizzato intorno all’80 a.C., a spese degli stessi duoviri che avevano regalato alla città l’anfiteatro, ed era fornito di una copertura stabile, fondamentale per la sua perfetta acustica. L’insieme, che poteva contenere circa 1300 spettatori, è armonico ed elegantissimo e non esitiamo a credere che altrettanto raffinate dovessero essere le rappresentazioni, per lo più musicali e mimiche.

Il teatro Grande fu edificato nel II sec. a.C, sfruttando una cavità naturale della collina. In età augustea fu ampliato, fino a poter ospitare 5000 spettatori. Era perfettamente attrezzato per ogni genere di spettacolo teatrale, compresi complessi giochi d’acqua. Normalmente scoperta, l’intera cavea, in caso di sole o pioggia, poteva essere integralmente coperta da un immenso velarium di tela.


    

CASERMA DEI GLADIATORI. Alle spalle del Teatro Grande, un vasto spazio urbano ci ricorda la Caserma dei Gladiatori, il luogo, cioè, dove erano alloggiati e allenati i gladiatori destinati all’arena. Il luogo, prima dell’80 a.C., era una grande casa patrizia, che il proprietario decise di trasformare in caserma dopo l’inaugurazione dell’anfiteatro. Oggi tutta l’area è un prezioso museo di graffiti, che ci informano della vita e della sorte di uomini spesso sventurati, ma che, in qualche caso, raggiunsero una fama (anche amatoria…) pari ai più potenti regnanti della città.


    

CASA DEL MENANDRO. Sempre nei pressi dei teatri torniamo a visitare altre splendide dimore patrizie. Questa, nota come Casa del Menandro, apparteneva a Quinto Poppeo Sabino, ed era una delle più belle e grandi della città. Fu costruita intorno alla metà del III sec. a.C. e occupa una superficie di quasi 2000 mq. Il proprietario doveva davvero essere molto ricco, come dimostra un meraviglioso servizio di argenteria (118 pezzi per circa 24 chili!) che fu trovato (insieme a numerose monete preziose) nei sotterranei della casa. Delizioso è il tempietto dei Lari, le divinità protettrici della casa, mentre tutte le stanze erano decorate con splendidi affreschi. Questa è la nicchia dove è raffigurato Menandro, il poeta greco della “Commedia Nuova”, vissuto ad Atene alla fine del IV sec. a.C. Un’altra abside ci mostra Atteone trasformato in cervo e sbranato dai suoi cani per aver spiato Diana al bagno.

Qui invece ammiriamo un incontro d’amore fra un satiro e una menade, mentre in questo salone giallo, spiccano affreschi del IV stile. Nella stessa sala sono conservati gli scheletri delle persone che erano tornate in casa per recuperare i loro beni, ma che furono ugualmente uccisi dalle esalazioni gassose, mentre, in un altro ambiente, furono ritrovati i corpi dell’amministratore della casa e di una bimba, vicino ad una borsa di monete d’oro. In questa dimora non mancavano le comodità, compreso un complesso termale privato, riccamente decorato. Vi si accedeva tramite un atrio ad otto colonne, per passare a uno spogliatoio e a un calidarium, cioè l’ambiente destinato alle saune, decorato con un bellissimo mosaico sul pavimento, che illustra uno schiavo che porta unguenti al padrone, e una scena marina.


      

CASA DEI CEII. Una bella visita, nei pressi della Casa del Menandro, è la Casa dei Ceii, che risale al periodo sannitico della storia di Pompei. Splendido è il grande affresco murale nella parete di fondo del giardino, che rappresenta una grandiosa scena di caccia.


       

CASA DEL LARARIO DI ACHILLE. Nella zona dei teatri sorge la Casa del Larario di Achille, che deve il suo  nome ad un sacello che si trova in un angolo dell’atrio. Si tratta di un tempietto con scene mitologiche e, nel fregio sottostante, gli ultimi episodi della guerra di Troia. Nel giardino della casa spicca un altro affresco, raffigurante scene con due grandi elefanti. Molto suggestivo è un piccolo mosaico nilotico, rappresentante navi e pigmei.


ANFITEATRO. Ci spostiamo All’estremo lato est della città, dove sorge un immenso anfiteatro, il più antico e meglio conservato fra quelli giunti sino a noi. I romani, è noto, avevano una passione sfrenata per gli spettacoli, soprattutto quelli gladiatori. E Pompei non sfuggiva certo a questa regola. Il monumento fu fatto costruire, a loro spese, intorno all’80 a.C. da Caio Quinzio Valgo e Marco Porcio, due magistrati che già, anni prima, avevano donato alla cittadinanza il Teatro Piccolo. Una dimostrazione di quanto influisse sull’opinione pubblica l’offerta di spettacolo, che doveva garantire proventi ben importanti, se si pensi alla spesa necessaria a costruire un anfiteatro simile, capace di contenere 20.000 spettatori, cioè l’intera popolazione della città. Tutta la cavea poteva essere completamente ricoperta da un immenso velarium, che proteggeva dal sole e dalla pioggia gli spettatori. Gli spettacoli consistevano soprattutto in scontri fra gladiatori, mentre la mancanza di sotterranei, fa pensare che avessero meno spazio i combattimenti con le belve feroci, che necessitavano di complicati apparati per il loro svolgimento. Belve che pure non mancavano mai negli spettacoli del tempo, e non solo tigri e leoni, ma anche elefanti, pantere, cammelli e persino struzzi e coccodrilli! I gladiatori erano scelti fra gli schiavi e i prigionieri di guerra, ed erano addestrati perfettamente alle piccole battaglie che dovevano sostenere, sotto l’incitamento eccitato di migliaia di spettatori, fra i quali numerosissime donne, che impazzivano per questi uomini rudi e che, per evitare pericolose promiscuità, erano solitamente fatte sedere negli ordini più alti della cavea. Il clima molto caldo che si creava durante gli spettacoli è testimoniato da un episodio, che ci tramanda Tacito nei suoi “Annales”, avvenuto nel 59 d.C., quando una furibonda rissa, scoppiata fra i pompeiani e i rivali di Nocera, causò un tal numero di morti da costringere Nerone e il Senato romano a ordinare la cessazione degli spettacoli per ben 10 anni!


   

CASA DI LOREIO TIBURTINO. E’ nei pressi dell’anfiteatro che visitiamo le ultime, ricche dimore presenti in città. Questa è la Casa di Loreio Tiburtino, costruita già in età sannitica, ma successivamente ampliata secondo i nuovi gusti artistici del I sec. a.C. Era un’abitazione molto signorile, com’è dimostrato dalle elegantissime decorazioni pittoriche che adornano le stanze e alcune pareti dello splendido giardino, che ne faceva una vera villa nella città. Parte di questo era destinato ai pranzi all’aperto, dove le pietanze erano offerte su vassoi galleggianti sulla lunga vasca che partiva dalla casa. Sul fondo ammiriamo un affresco di Piramo e Tisbe, suicidi per amore… e un altro di Narciso che si innamora della sua immagine. A proposito di questi dipinti, è interessante ricordare che alcuni di essi sono gli unici, a Pompei, ad essere stati firmati. In particolare da un tale Lucio, che aggiunse, appunto, alle sue opere la dicitura “Lucius pinxit”, cioè “L’ha dipinto Lucio”. Un altro canale, lungo 50 metri, si addentrava poi nel grande giardino, simulando il Nilo, dal momento che vi erano accostate numerose statuette dedicate al culto di Iside. Tutt’intorno porticati per le passeggiate degli ospiti, in un insieme che, all’epoca, doveva costituire un’immagine davvero splendida.


 

CASA DELLA VENERE IN CONCHIGLIA. Accanto alla Casa di Loreio Tiburtino, entriamo nella Casa della Venere in Conchiglia, riportata alla luce solo nel 1952, che apparteneva a un cittadino molto benestante. Il nome della casa è dovuto ad uno splendido affresco che ricopre la parete di fondo del grande peristilio, e rappresenta appunto una Venere, mollemente distesa su una conchiglia, trasportata dalle onde e accompagnata da due amorini. Lo splendido dipinto è accompagnato da due riquadri, uno raffigurante Marte… e l’altro una fontana immersa in una scena acquatica. Nella casa, fra i tanti oggetti, furono ritrovate molte anfore, 13 delle quali recavano iscrizioni greche, e una un supposto monogramma, che ha contribuito a far discutere sull’eventuale presenza di cristiani in città.


    

VILLA DI GIULIA FELICE. La Villa di Giulia Felice apparteneva ad una donna molto abile negli affari, che sfruttò la grandezza della sua proprietà e la crisi edilizia che colpì la città dopo il disastroso terremoto del 62 , per affittarne buona parte a una clientela molto benestante, e riservandosi, naturalmente, gli ambienti più belli. La parte più splendida della casa è quella affacciata sul grande giardino. Si tratta di un elegante portico, ottenuto con pilastri di marmo scanalato e capitelli corinzi, dove si apre un bellissimo triclinio estivo, rivestito di marmo, con una fontana a gradini. In un’edicola in fondo al giardino, che sembra fosse destinata al culto di Iside, fu rinvenuto uno splendido tripode bronzeo.


  

VILLA DEI MISTERI: Vogliamo concludere il nostro viaggio a Pompei in uno dei suoi angoli più famosi. Siamo nella Villa dei Misteri, una grande dimora suburbana, situata a nord della città, in una splendida posizione panoramica. All’epoca della catastrofe la villa era stata trasformata in una grande azienda agricola. Lo testimoniano le grandi cucine e il quartiere rustico, dove è stato ricostruito il “torcularium”, un grande palo in legno con una testa d’ariete in cima, che serviva per pigiare l’uva, mentre il mosto era incanalato verso gli otri in basso. Una curiosità è un piccolo graffito su una parete, la caricatura di un senatore, di cui conosciamo anche il nome, inciso come dedica: Rufo.

Quello che ha meritato fama universale alla villa sono i suoi affreschi, a cominciare da quelli di un cubicolo (una piccola stanza da letto), dipinti nel secondo stile in cui viene divisa la pittura pompeiana. La vera meraviglia del complesso, però, la troviamo nella camera attigua e consiste in uno dei più straordinari dipinti murali dell’antichità: un vero spettacolo, che copre tre pareti e rappresenta i momenti essenziali di una cerimonia sacra, relativa ai culti in onore di Dioniso. Autore sembra sia stato un grande pittore campano, intorno alla metà del I sec. a.C.. Committente, la proprietaria della villa che, evidentemente era lei stessa iniziata ai misteri dionisiaci, cerimonie che si diffusero a macchia d’olio, fino a provocare interventi del Senato, allo scopo di reprimere i fini orgiastici che esse comportavano. Il dipinto ci mostra un meraviglioso spettacolo, interpretato da ben 29 figure. Si comincia con la lettura del rituale, fatta da un fanciullo nudo (forse lo stesso Dioniso), assistito da due matrone. Accanto, una scena pastorale, con un vecchio sileno che suona la lira, e una Panisca che allatta un capretto. Nel frattempo un’ancella fugge via terrorizzata, sconvolta da quel che si vede nelle scene seguenti. Un Sileno abbevera un Satiro, mentre un altro cerca di spaventarlo, riflettendo l’immagine di una maschera tragica nel vino della brocca. Poco oltre, Dioniso, ebbro e seminudo, si abbandona in grembo ad Arianna, dopo aver toccato la felicità concessa agli iniziati. Proseguendo la lettura di questo vero film visivo, troviamo una fanciulla, che sta scoprendo la mistica cesta dei misteri, dove si nasconde il fallo, simbolo della forza generatrice della natura. La assiste un demone alato, pronto a flagellare una giovinetta che, terrorizzata, si rifugia nel grembo di una matrona. Accanto, una baccante nuda si abbandona, in una posa leggerissima, ad una danza orgiastica, dopo aver superato l’ultima prova. La conclusione del dipinto è più pacata, e vede la toletta di una vergine che si prepara all’iniziazione dei misteri, mentre un’ultima matrona osserva la scena, seduta in atteggiamento assorto. Il complesso fa dell’opera una delle più straordinarie rappresentazioni artistiche della storia dell’arte, un capolavoro assoluto di forma e contenuti, in un’immagine indimenticabile, che meriterebbe, da sola, una visita.


 

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