SANTA LUCIA LUNTANA (dal musical “Ritorna Piedigrotta”)

E’ una delle più belle canzoni di un grande autore della musica italiana e napoletana, E. A.  Mario (indimenticabile autore di “Canzone appassionata”, “Duje paravise”, “Tammurriata nera” oltre che della mitica “La leggenda del Piave”). Fu composta nel 1920, l’anno della morte di Giovanni Capurro, l’autore de “‘O sole mio”, e rappresenta forse il più bel canto degli emigranti mai scritto. E. A. Mario soggiornò a lungo in America e la sua fama fu tale che, quando lasciò Napoli, un folto gruppo di chitarristi e mandolinisti, in un plebiscito di simpatia, lo accompagnò al porto al suono della sua canzone.
Prima interprete fu Fulvia Musette, una bellissima e apprezzata cantante dei primi del ‘900, che la eseguì al teatro Sacchini di Pozzuoli. In seguito la cantò a Napoli Gina De Chamery, cantante di origine lombarda che, approdata a Napoli, seppe trasformarsi al punto da essere considerata napoletana a tutti gli effetti e che già nel 1918 aveva cantato per la prima volta, al teatro Rossini, “La leggenda del Piave”, riscuotendo un successo travolgente.


La canzone tratta da uno splendido spettacolo musicale, “RITORNA PIEDIGROTTA”, interpretato da un gruppo di giovani artisti napoletani, “I Girovaghi dell’Arte“.
Il lavoro, scritto e diretto da un geniale autore napoletano,  Egidio del Giudice, ripropone, in chiave musicale, una delle più antiche e sentite feste di Napoli, quella, appunto, di “Piedigrotta”, che risale addirittura al 1200, anche se, da secoli, ha perso lentamente Il valore “popolare” da cui nasceva, per spegnersi inevitabilmente con l’avvento del progresso.
Un progresso che, nella rappresentazione, diventa il nemico di Pulcinella, la classica maschera napoletana, che si rifiuta di uscire dal suo sogno, nel nomo di un avanzare dei costumi e delle mode che non appartengono più all’anima vera della vecchia Napoli.


L’autore: E. A. MARIO
(Giovanni Ermete Gaeta)
(Parigi (1897 – 1947)

Il padre, Giuseppe, nobile francese, letterato e musicista, ricoprì alte cariche politiche a Parigi e, quando si trasferì a Napoli, durante i regni di Giuseppe Bonaparte e di Gioacchino Murat, fu, di volta in volta, Ministro degli Interni, dei Lavori Pubblici, Maresciallo di Campo, Vice Presidente della Giunta dei teatri, Presidente dell’Accademia di Belle Arti e della “Filarmonica”,. Guglielmo, che aveva soltanto qualche anno quando fu condotto a Napoli, compì gli studi letterari nell’Accademia di Marina e quelli musicali nel R. Collegio dove gli fu maestro il Crescentini. Al ritorno dei Borboni, padre e figlio ebbero la cittadinanza napoletana. Poco più che ventenne, Guglielmo si dedicò alla politica, ma, dopo un soggiorno a Parigi dove aveva accompagnato l’inviato napoletano Principe di Cariati (1821), abbandonò questo proponimento per dedicarsi alla musica, alla letteratura e alla poesia. Pubblicò due riviste in francese, una delle quali diffusa largamente tra i forestieri residenti a Napoli, non meno diffusa tra gli abitanti del Regno come pure all’estero, “Le Omnibus et Omnia”, apprezzata per l’originalità delle rubriche letterarie in cui si recensivano tutte le novità librarie stampate in Europa. Originali anche le rubriche artistiche, scientifiche ed aneddotiche. La seconda rivista invece, trattava di viaggi. Pubblicò un’Antologia di novelle francesi “Le Decameron moderne” ed una lunga serie di articoli. Dedicatosi, poi, alle canzoni napoletane, molte ne raccolse sulla bocca del popolo e molte ne scrisse, versi e musica, pubblicandole in raccolte, rimaste celebri, dal 1825 al 1845, periodo in cui diresse la Casa editrice musicale Girard Bernard e C.i, della quale, in seguito, divenne comproprietario. Nel 1825 sposò la nipote di Domenico Cirillo, Giovanna, eccellente pianista e cantante per diletto, con la quale dava dei concerti insieme al violinista Festa e al violoncellista Cialdelli. Fu amico di Rossini, Spontini, Donizetti, Bellini, Mercadante dei quali stampò molta musica, e intrattenne rapporti amichevoli, anche da lontano, con Maria Malibran, Luigi Lablache, Erminia Frezzolini, che sovente cantavano a Napoli e all’estero – in Francia specialmente – le sue canzoni. I successi che gli si possono accreditare sono innumerevoli, e in quantità maggiore quelli ottenuti dalle canzoni da lui raccolte e arrangiate.


SANTA LUCIA LUNTANA
(E. A. Mario, 1919)

Partono ’e bastimente
pe’ terre assaje luntane…
Càntano a buordo: sò napulitane…
Càntano pe’ tramente
’o golfo già scompare
e ’a luna, ’a miezo ’o mare,
nu poco ’e Napule
lle fa vedè…

Santa Lucia,
luntano ’a te
quanta malincunia!
Se gira ’o munno sano,
se va a cercà furtuna,
ma, quanno sponta ’a luna
luntano ’a Napule
nun se po’ sta!

E sònano… Ma ’e mmane
trèmmano ‘ncopp”e ccorde …
Quanta ricorde, ajemmè,
quanta ricorde…
E ’o core nun ’o sane
nemmeno cu ’e ccanzone:
Sentenno voce e suone,
se mette a chiàgnere
ca vò turnà…

Santa Lucia tu tiene
sulo nu poco ’e mare…
ma, cchiù luntana staje, cchiù bella pare…
E’ ’o canto d’’e Ssirene
ca tesse ancora ’e rrezze!
Core, nun vò ricchezze:
si è nato a Napule
ce vò murì!

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