TAMMURRIATA NERA (dal musical “Piedigrotta”)

E’ diventata mitica questa canzone, nata dagli straordinari versi di Eduardo Nicolardi (l’indimenticabile autore di “Voce ‘e notte”) e uno dei più grandi artisti napoletani di ogni tempo, E. A. Mario (che erano, fra l’altro consuoceri). Nicolardi fu per quarant’anni direttore amministrativo dell’ospedale Loreto e la leggenda vuole che egli scrivesse di getto questo celebre testo dopo aver assistito alla nascita di un bambino mulatto.

Anche in questo caso l’argomento, al di là dell’allegra gradevolezza della musica, è assolutamente tragico e si ricollega alla terribile situazione del dopoguerra quando, partiti gli americani da Napoli, nacquero una miriade di bambini di colore. Di chi la colpa? Si chiede l’autore: di nessuno, rispondono in coro amici e parenti della ragazza “disonorata”, e adducono in prova le spiegazioni più assurde. Una forte emozione, forse uno sguardo a qualcosa di terribile che ha lasciato “impressionata” la fanciulla…

Ma la saggezza popolare prende il sopravvento e, sia pur bonariamente, impone l’ovvia verità. Ma che guardata, ma che impressione! Dove semini grano cresce grano e quello il “fatto” (cioè il bambino) è nero, ma proprio nero!

La canzone è tratta da uno splendido spettacolo musicale, “PIEDIGROTTA”, interpretato da un gruppo di giovani artisti napoletani, “I Girovaghi dell’Arte”.

Il lavoro, scritto e diretto da un geniale autore napoletano,  Egidio del Giudice, ripropone, in chiave musicale, una delle più antiche e sentite feste di Napoli, quella, appunto, di “Piedigrotta”, che risale addirittura al 1200, anche se, da secoli, ha perso lentamente Il valore “popolare” da cui nasceva, per spegnersi inevitabilmente con l’avvento del progresso.

Il musicista: E. A. MARIO
(Napoli, 1884 – 1961)

Pseudonimo di Giovanni Ermete Gaeta (Napoli, 1884-1961), E. A. Mario è una delle figure fondamentali della moderna musica napoletana.
Nacque in un classico “vico” di Napoli, nella zona più poplare della città, in una modesta famiglia. I padre era barbiere e la madre casalinga. Tutti vivevano nel retrobottega del barberia del padre.
In giovinezza frequentò un personaggio mitico della cultura di Napoli, il commediografo e poeta Eduardo Scarpetta, genitore di Eduardo de Filippo e dei suoi fratelli.
Si legò in seguito al celebre editore milanese Bideri, al quale dovette cedere per necessità (una grave malattia della moglie) i diritti delle sue opere, dalle quali ricavò ben poco rispetto alla loro fama e diffusione.
Malgrado fosse musicalmente autodidatta e strimpellasse solo il mandolino, è’ autore di innumerevoli successi, dalla celebre “Tammurriata nera” alla mitica “Canzone del Piave”.
Agli esordi, troviamo che il poeta si firmava,  in chiare lettere, con nome e cagnome vero: Giovanni Ermete Gaeta. Egli si sentiva, ed aspirava, ad essere poeta in lingua e dedicava i suoi versi a Carducci, a Mazzini. Poi ci fu, come dire, un piccolo incidente. La sua “Canzone a Mazzini” non piacque a Mario Rapisardi, acceso mazziniano, che gli dedicò una “dolce rampogna”. Il poeta, allora, prese a rivolgere la sua musa principalmente verso la poesia dialettale e adottò, nel 1905, lo pseudonimo che doveva diventare famoso in tutto il mondo: E. A. Mario.
A proposito di questa decisione, scriveva al suo fraterno amico, Alessandro Sacheri, giornalista a Genova: Ho cambiato nome, non mi chiamo più Ermete, mio buon Alessandro: mi chiamerò Mario, perché anche diventando un canzoniere, mi propongo di essere un cavaliere della canzone come il grande mazziniano fu cavaliere della democrazia: e di quello che fui serberò le iniziali dei nostri due nomi: mi chiamerò dunque E. A. Mario. In lui si nascondevano non uno, ma dieci artisti, alimentati dallo stesso cervello e dallo stesso cuore, e tutti presenti in una più che unica esuberante individualità fisica. Artisti che poi cedevano, ciascuno a sua volta, parte di sè all’animatore numero Uno: E. A. Mario.
L’attività di questo poeta-musicista è stata vulcanica. L’arte del poeta fu davvero fiamma e fuoco: fuoco che bruciava sempre più dentro, fiamma ch’era sempre più viva, a dispetto degli anni che si accavalla-vano l’uno sull’altro. Fin dai primi passi fu segnato dal tocco inconfondibile del Genio che gli fu compagno assiduo per tutta la vita, e più gli diventava fedele quanto più gli anni passavano, quasi come se il Poeta non se ne avvedesse nemmeno, preso nella euforia di una intramontabile giovinezza. E fu solo negli ultimi mesi della sua vita che, – per le troppe sofferenze sfociate in una pietosa immobilità – la sua attività si fermò.
Ma i suoi occhi vivi e intelligenti esprimevano tutto, la sua mente lucida e serena intuiva tutto! Fino a pochi mesi prima, però, la versatilità del Nostro erompeva ed aveva propaggini estese e profonde in tutti i campi ove l’arte detta il Suo verbo. Un articolo di analisi storica o di esegèsi letteraria? E v’era la sua firma. Una novella di colore o di pura fantasia? Ed era firmata E. A. Mano. Una polemica ove occorreva spezza-re una lancia in difesa del nostro dialetto? Ed a piè di pagina la firma era sempre la stessa. Una lirica di squisita fattura od una canzone toccante o piena di brio? E la sigla si ripeteva ancora, brillante: E. A. Mario…
Per E. A. Mario la Poesia è stata un Vangelo, un atto di fede senza fine, una dedizione continua ed assoluta. L’artista è come un sacerdote a cui il sacrificio dà più passione e più fervore, a seconda della gravità ch’esso comporta. Per questo, nella storia della letteratura napoletana, il nome di E. A. Mario rimarrà un fenomeno di produttività feconda, una delle più grandi testimonianze artistiche mai prodotte dall’arte di Napoli.

Il poeta:  EDUARDO NICOLARDI
(Napoli, 1878 – 1954)

Celebre sin da giovane con una delle sue prime canzoni: Voce ‘e notte; fu, per i più, il poeta indissolubilmente legato a quella toccante lirica che ancora avvince e commuove, intensa com’è di amore, di passione, di gelosia, di tormento, di rassegnata e dolente ironia. Forse pochi sanno che quella canzone Nicolardi non la scrisse per caso. Il poeta, infatti, era realmente innamorato di una giovanissima e bellissima fanciulla, Anna Rossi, figlia del commendator Gennaro Rossi, ricco commerciante di cavalli. Presentatosi a casa dell’amata, il nostro Eduardo, dopo aver confessato un’onestissima “povertà”, fu malamente scacciato dal padre della ragazza, che fu obbligata a sposare un tal Pompeo Corbera. Per i più romantici può essere simpatico sapere che, nella realtà, il finale della storia reale è molto meno struggente e pessimista della canzone. Il marito della fanciulla, infatti, venne a morire, poco dopo il matrimonio, per un colpo apoplettico e finalmente il poeta innamorato (a differenza dell’eroina della sua canzone) poté sposare la sua bella che gli diede ben otto figli. A parte “Voce ‘e notte”, però, Nicolardi, oltre a scrivere altre bellissime canzoni, fu autore di deliziose poesie in vernacolo (pubblicate in più volumi e ristampate dall’Editrice Bideri); dettò tanti e tanti versi in lingua densi di purezza ed eleganza; fu un brillantissimo umorista, scaltrito in una tecnica ammirevole ed a pochi nota. La sua “cifra”, insomma, fu inconfondibile, con balenii e iridescenze proprie, non seconda a nessun’altra. La sua arte fu verità, come la sua vita. Se nobile fu la sua vita, nobilissima fu la sua arte: delicata, fine, profonda. A diciassette anni fu reporter al “Don Marzio”, quindi collaborò al “Giorno” di Matilde Serao, ed al “Monsignor Perrelli”; fondò e diresse il settimanale umoristico “Re di danaro ” che, dopo diversi anni di vita, fu soppresso dal fascismo Scrisse riviste teatrali e fu direttore di alcune case editrici musicali. Ancora si ricordano le sue conversazioni radiofoniche “Tipi e costumi napoletani”, iniziate nel 1944 e durate fino a pochi mesi prima della sua morte. Nel 1905 entrò a far parte dell’Amministrazione degli Ospedali Riuniti e dal 1910 al 1950, fu Direttore amministrativo dell’Ospedale di Loreto. Un’attività poetica, la sua, davvero formidabile, che lo impegnò duramente per tutta la vita, e che gli consentì di raggiungere clamorosi e meritati traguardi.

TAMMURRIATA NERA
(di E. A. Mario-Nicolardi, 1944)

Io nun capisco ‘e vvote che succede
e chello ca se vede nun se crede!
È nato nu criaturo è nato niro
e ‘a mamma ‘o chiamma Ciro,
sissignore, ‘o chiamma Ciro

Seh gira e vota seh
seh gira e vota seh
ca tu ‘o chiamme Ciccio o ‘Ntuono
ca tu ‘o chiamme Peppe o Ciro
chillo ‘o fatto è niro niro,
​niro niro comm’a cche

Ne parlano ‘e commare chist’affare:
“Sti fatte nun so’ rare
se ne vedono a migliare!
‘E vvote basta sulo ‘na guardata
e ‘a femmena è rimasta
sott”a botta mpressiunata!”

Seh ‘na guardata seh
seh ‘na mprissiona seh
va truvanno mo’ chi è stato
c’ha cugliuto buono ‘o tiro
chillo ‘o fatto è niro niro,
niro niro comm’a cche

‘O ditto parularo: “Embè parlammo
pecché si raggiunammo
chistu fatto ce ‘o spiegammo!
Addó pastine ‘o grano, ‘o grano cresce,
riesce o nun riesce
semp’è grano chello ch’esce

Meh dillo a mamma meh
meh dillo pure a me
ca tu ‘o chiamme Ciccio o ‘Ntuono
ca tu ‘o chiamme Peppe o Ciro
chillo ‘o fatto è niro niro,
niro niro comm’a che

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