TARANTO

   


Abbandonata l’autostrada che da Bari punta diritta a Taranto, ecco innestarsi strade consolari e provinciali, scorrevolissime, tra filari di querce e ulivi, che, con regolari geometrie, sembrano aprirsi e offrire spazi di largo respiro. Una silenziosa riverenza accompagna il passaggio fino a scoprire, lontano, il profilo della città, adagiata sull’orizzonte azzurro del mare.

Due grandi triangoli di terra convergono. Li unisce un’isola: ecco la topografia di Taranto, capitale della Magna Grecia, faro dell’antichità, testarda custode del mare Ionio, e così gelosa al punto di averne riservato per sé un suggestivo tratto: imprigionato da coste, cantieri, giardini, architetture e porti rassicuranti, ove lenta e attenta scorre la quotidianità.

Siamo qui, in questo tratto di mare chiamato “piccolo”, particolarmente docile. Da sempre qui si allevano “cozze”, ma oggi, una moderna attività produttiva e commerciale si è insediata in questo spicchio di mare.

Si tratta di un allevamento di mitili, che trova qui le condizioni ideali anche sotto il profilo sanitario. Questa “miticoltura” richiede particolari controlli e un’attenzione costante. Addetti alle coltivazioni sono specialisti del settore “biologico-alimentare” i quali seguono l’andamento della produzione in ogni sua fase.

Apparentemente semplice, questo lavoro comporta grande responsabilità: quintali di mitili si riversano ogni giorno sulle cucine dei ristoranti d’Italia e nelle nostre dispense, e arricchiscono di “valore nutritivo” e di “sapore” i nostri piatti più gustosi, marinareschi e profondamente mediterranei.

Il silenzio di quaggiù espande la sua benefica influenza anche in città. I nuovi centri abitativi non soffocano il nucleo cittadino principale.

Il mare lambisce delicatamente le mura protettive, mentre filari di alberi ombreggiano, ordinati, la lunga “passeggiata” tarantina a fianco di palazzi di un recente passato, adibiti a servizi pubblici e amministrativi, sotto lo sguardo dei cittadini, qui rappresentati da marinai dal gesto scultoreo di largo ottimismo.

Ovattate anche le piazze, racchiuse da realizzazioni architettoniche che segnano il tempo e testimoniano l’ingegno del passato. Come piazza Garibaldi, con i suoi verdi giardini, il Palazzo degli Uffici vestito di rosso, la chiesa bianca di S.Pasquale.

Un insieme gradevole e visibile non distante da Villa Peripàto, il grande parco della città, polmone verde che incornicia l’abitato e lo confina col “mare piccolo” a ridosso delle grandi navi militari che qui trovano la loro dimora più stabile.

Severe e ordinate queste nostre unità navali hanno mutato il loro “assetto di guerra” per imporsi come strumenti di vigilanza e di pace.

Il Parco si apre in tutta la sua fresca bellezza e chiama a testimoniare di sé sculture ispirate a uomini insigni, giardini e balaustre artistiche, gruppi arborei, fontane e laghetti.

Ricco di palme e di pini, questo Parco fu donato alla città dai proprietari di Villa Beaumont che chiesero di non modificarne l’uso. Così è stato, e il rispetto dei tarantini per questo luogo è forte, consapevoli che il Parco è un bene prezioso per la città di oggi e negli anni a venire.

E a suggellare questo patto tra la vita cittadina e l’ambiente ecco ergersi esemplarmente la Concattedrale Gran Madre di Dio, un esempio unico, per bellezza ed eleganza, dello stile neogotico, propugnato dal suo architetto Giò Ponti, il quale ha ideato una grande vela, protesa verso la città, col chiaro intento di riaffermare la vocazione marinara delle genti di quaggiù.

L’ingegnoso meccanismo che aziona il ponte girevole e collega l’Isola al resto della città, bene si appaia all’ingegnosa architettura del fortilizio adagiato sul mare a guardia dell’intero territorio tarantino.

Castel Sant’Angelo – che dà il nome anche alla piazza –  risale al X secolo, ma così come lo vediamo oggi, data 1492, quando per volere di Ferdinando d’Aragona, e successivamente di Francesco di Giorgio Martini e Ciro Ciri, a seguito della terribile invasione turca, fu trasformato per una migliore difesa sul versante marino.

Nel 1700 il Castello di Taranto fu utilizzato come carcere e, dal 1887, è sede del Comando della Marina Militare.

La pianta quadrangolare si imposta su quattro torrioni cilindrici intitolati a San Cristofalo, S. Lorenzo, la Bandiera, la Vergine Annunziata. I primi tre immersi nel mare, l’ultimo su terra ferma fronte piazza, unitamente ad un piccolo giardino.

All’interno del castello si trova la cappella di San Leonardo e un vasto salone di rappresentanza. Fanno testo alcuni stemmi araldici scolpiti nella pietra e incastonati sulle possenti mura, sulle quali si appoggia un’antica e preziosa scultura, lastra tombale di “armato”.

Sulla piazza antistante il Castello, due superstiti colonne doriche, probabilmente le ultime di fila di 38, appartenenti ad un tempio esastile del VI sec. A.C., considerato il più antico della Magna Grecia.

Le colonne, ciascuna alta circa 8 metri e mezzo, con un diametro di 2 metri, godono di grande attenzione da parte delle autorità preposte alla conservazione delle antichità cittadine, mentre ampi studi valorizzano le ipotesi storiche fin qui note, suscitando di volta in volta interessanti aggiornamenti.

Diametralmente opposta al Castello e alle Colonne doriche, nell’altro estremo dell’Isola, ecco Piazza Fontana, al centro della quale campeggia la struttura della fontana realizzata dall’architetto Nicola Carrino, terminata nel 1992 nell’ambito di un ardito programma di mantenimento e di risanamento di tutto il Centro Storico, coincidente, appunto, con il territorio di “Isola”. La sua forma è emblematica e rappresenta l’incontro di due strutture: l’una riferita al tempo di CarloV, quando si imponeva come terminale dell’acquedotto medievale; l’altra, moderna, che fa uso di acciaio, in linea con l’industria siderurgica che ha avuto a Taranto larga e recente influenza.

E’ volgendo lo sguardo d’intorno che si scorge la torre dell’orologio, e proprio da qui inizia quel “ risanamento “ del Borgo che, nel 1975 ad Amsterdam, in occasione de l’Anno Europeo del Patrimonio Architettonico, si è guadagnato il premio per l’”impegno progettuale nella conservazione”.

L’orologio scandisce dall’alto i suoi “tocchi” e batte il lento ritmo della vita dei vicoli. Qui antiche strutture evidenziano sovrapposizioni e contaminazioni. Palazzi un tempo alteri e testimoni di una condizione di agiatezza e di potenza, mostrano oggi la dignità di chi ha ceduto il passo e si allinea a strutture popolari, alcune delle quali ripristinate con sapienza, altre in attesa di una possibile destinazione civica.

Una delle tante grotte ospita un improbabile circolo per pescatori. Il dopopesca ha le carte da gioco per amiche, mentre le reti riposano in attesa di riannodare il sottile filo della poesia che unisce la fatica degli uomini, le loro barche, il mare, il pescato.

Utili, civettuoli balconi confondono il loro servizio e il loro essere protagonisti dell’incontro e della conversazione: il vicino è più vicino, e barocche “polene” ascoltano confidenze e confessioni e vegliano lo sciogliersi lento della vita dei vicoli, delle piazzette, degli archi e dei portoni, testimoni di intelligenti soluzioni strutturali capaci di accogliere e soddisfare le esigenze che nel tempo modificano la vita degli uomini.

E’ la dimensione del “Borgo” la struttura che oggi viene , qui all’Isola, rivalutata, per dare nuova vita e nuovo assetto ad un luogo un

Poco importa citare i nomi di piazze, vie, vicoli, palazzi; è l’insieme del “Borgo” che va osservato e interiorizzato per gustarne tutta l’essenza etica e spirituale.

Una sorta di esercizio di “rigenerazione” di quella somma di intuizioni e di sentimenti che inconsciamente ognuno “rivive” dentro sé stesso, in rapporto alle lunghe radici che ci uniscono alla storia e alla vita dei secoli passati.

La barocca chiesa “Madonna della Salute” ha una lunga storia alle spalle.

La Congregazione degli Olivetani si insediò nel 1725, sostituendosi ai Gesuiti, che fin dal 1600 erano titolari della chiesa, allora chiamata “del Gesù”. Gli Olivetani furono allontanati sotto il vento napoleonico, e subentrarono i Domenicani, ma nel 1924 tornarono i Gesuiti su invito dell’arcivescovo Mazzella.

Sulla stessa piazza Monte Oliveto si affaccia, oltre alla chiesa di S.Andrea degli Armeni, anche la casa ove nacque Giovanni Paisiello, indimenticabile autore di numerose opere musicali fortemente caratterizzate.

Costruita nel 1302 sulla struttura bizantina della chiesa di S.Pietro Imperiale, a sua volta sorta ai tempi di Nicefero Foca, su un tempio antico, la chiesa di San Domenico si presenta in tutta la sua maestà gotico e romanica insieme.

Il suo portale ogivale con baldacchino esprime fattezze eleganti e il rosone manifesta una raffinata fierezza.

Siamo al centro dell’antica acropoli tarantina e la scalinata barocca variamente snodata, permette l’accesso alla chiesa, la quale, nonostante audaci ristrutturazioni, conserva ancora altari barocchi nelle cinquecentesche cappelle decorate di marmi policromi.

San Domenico custodisce inoltre un interessante chiostro ove persistono tracce fondamentali per la ricostruzione storica dell’intero complesso. Si deve a talune presenze visibili come sarcofagi, pavimenti di mattoni a spina di pesce, iscrizioni e decorazioni, la certezza che la presenza umana più antica risale al neolitico, VI – IV secolo a.C. e che, nel territorio della Magna Grecia, nell’ambito dell’evoluzione della storia italica, Taranto si impone nei secoli come culla di civiltà, dando i natali a filosofi come Archita e letterari come Livio Andronico, e offrendo più tardi, nell’Età Augustea, “buon rifugio” al pensiero di Orazio, Virgilio, Properzio, Tibullo.

La Cattedrale, dedicata a San Cataldo, patrono della città, è una delle più antiche chiese romaniche della Puglia. La sua costruzione risale agli anni a cavallo del primo millennio, 967-1072, ed ha subito un’infinita serie di rimaneggiamenti che ne hanno modificato la fisionomia.

La facciata, riedificata nel 1713, presenta caratteri estranei all’originale: statue di santi, angeli e strutture architettoniche non conservano traccia del primitivo edificio, che sono invece presenti sui fianchi esterni del complesso, al quale si unisce un campanile, anch’esso opera di rifacimento, in sostituzione dell’originale quattrocentesco.

L’interno presenta tre navate, divise da 16 colonne con capitelli bizantini e romanici di varia provenienza, ma che presentano un bell’equilibrio collettivo.

Il vestibolo ha probabilmente inglobato l’antica cappella di San Giovanni in Galilea dove si riteneva fosse stato sepolto il santo. Qui, il fonte battesimale del X secolo è trasformato da inserzioni di marmi policromi barocchi ed è sovrastato da un baldacchino del 1500.

Tutta la navata centrale è poi sovrastata da un soffitto ligneo a cassettoni, risalente al XVII secolo. Sul pavimento si notano i resti di un grande mosaico, molto simile a quello della Cattedrale di Otranto.

Attraverso una breve scalinata posta sotto l’altare maggiore si accede alla cripta basiliana della Cattedrale, risalente probabilmente all’XI secolo.

Ciò che colpisce sono le volte a crociera e il profilo ogivale, mentre resti di affreschi evidenziano figure di santi: San Cataldo, Santa Maria Maddalena e Santa Maria Egiziaca.

Un sarcofago tardo medievale raffigura l’anima della defunta, probabilmente una fanciulla, portata in cielo da due angeli.

Di grande significato religioso e di grande pregio artistico, è poi il “Cappellone di San Cataldo”, realizzato per desiderio dell’arcivescovo  Tommaso Caracciolo, e uno storico lo definì di una “ricchezza abbagliante” per le statue, gli affreschi, le tarsie marmoree che datano dal 1500 al 1700, e che videro impegnati artisti provenienti da diverse scuole e botteghe d’arte, in specie napoletane. Alle pareti, protette da nicchie, sculture in marmo bene esprimono l’estro artistico di Giuseppe Sanmichele, e rendono vitale l’insieme.

L’altare dietro il quale sono conservate le reliquie del santo, vescovo di Rachan in Irlanda, è incastonata di pietre preziose, mentre l’ambiente  è interamente rivestito di marmi policromi, elemento decorativo tipico delle chiese barocche.

Eccelle, infine, l’affresco di Paolo de Matteis sulla volta della cupola: un grande lavoro incentrato sull’esaltazione di S.Cataldo, ripresa anche attraverso una statua argentea a fianco della quale, in un antico sarcofago in marmo bianco, sono custoditi i resti del Santo.

La storia dei popoli che vissero in questa città, è custodita gelosamente presso il Museo Archeologico Nazionale. Nella Sede di Palazzo Pantaleo, gli itinerari artistici,i gesti, le aspirazioni delle antiche genti autoctone, e degli invasori,si manifestano attraverso sculture, anfore, vasi, crateri, urne e arredi.

Un’infinita storia che si sviluppa dall’VIII secolo a.C. fino al IV secolo d.C. e che fa del tesoro museale di Taranto il maggiore del meridione subito dopo quello di Napoli.

Il museo presenta un’ampia raccolta di reperti dell’età del ferro, rinvenuti a Brindisi, Bari, Foggia oltre che a Taranto; e dell’età del bronzo rinvenuti nel villaggio di Scoglio del Lanna tra il XVIII e l’XI secolo a. C.

Importante è poi la raccolta dei primi vasi di produzione protocarinzia e carinzia, caratterizzate, da prima, da tecnica attica a figure nere, e in seguito con figure rosse e fondo chiaro.

Segue la ceramica laconica. L’idea di Sparta si fa strada attraverso contenitori legati alla pratica del banchetto. Il vaso laconico rappresenta il mondo degli dei, degli eroi, del banchetto, del mare, dell’atletismo.

La sovrapposizione delle produzioni greche e quelle del mondo indigeno mette in evidenza alcuni differenti stili. Il mondo ellenico, raffinato, si misura con l’aristocratico mondo Apulo, permettendo, in quest’area, lo sviluppo di una cultura aristocratica greca, riconoscibile in rappresentazioni di eroi e figure mitoligiche.

L’influenza romana si fa poi sentire a cavallo tra il III e il II secolo a.C., fino ad imporsi nel 209, quando Taranto è definitivamente conquistata da Quinto Fabio Massimo.

Infine, ecco gli “ori di Taranto”, gioielli di grande pregio artistico e valore inestimabile, rinvenuti nelle necropoli poiché facenti parte dei corredi funerari, ma sicuramente usati in vita dai defunti.

Qui l’arte orafa tarantina raggiunge vette artistiche eccezionali.

Siamo nel periodo ellenistico,IV e I secolo a. C. e il Museo offre un’abbagliante esposizione mentre sembra rivivere quella condizione raffinata e aristocratica che distingueva i tarantini del mondo Apulo.

Il brusio quotidiano smorza i toni, lentamente scende la sera.

Nei pittoreschi rifugi notturni i giovani sono impegnati in conversazioni gioiose, legate al divertimento e alla spensieratezza, ora che il lavoro, lo studio, i problemi sono per oggi accantonati.

La moderna musica delle nuove generazioni sembra dominare e avvolgere le parole, i comportamenti, i sentimenti tutti…ma qualcosa di diverso si impone ancora, seppure per una notte: E’ la festa di S.Cecilia, che si presenta con tutto il carico della tradizione.

Bande cittadine con il loro rumoroso e ilare seguito invadono di suono i vicoli e le piazze. Portoni e finestre espandono le loro risposte e l’intrecciarsi della musica echeggia per la città remote memorie.

Un grande improvvisato mercato è il centro dell’attenzione, e donne indaffarate  producono delizie da gustare per gola e un po’ per devozione. S.Cecilia vive così fino all’alba.

Nelle stesse ore i pescatori tornano a casa con il loro carico di abbondante e gustoso pesce.

E mentre carichi del prezioso prodotto mediterraneo sono già in viaggio per le più disparate destinazioni, c’è ancora da soddisfare l’esigenza dei buongustai locali, che si sono levati di buonora per concorrere all’acquisto della “cassa buona” , a buon prezzo, di quel pesce che arricchirà la tavola oggi e domani, …. Poiché si sa!… il pesce va gustato fresco e non mortificato dal surgelatore.

Ora le barche dei pescatori riposano adagiate nella battigia del porticciolo, e sono cullate lievemente dalle piccole onde azzurre… una accanto all’altra, composte e civettuole, testimoni della fedeltà del mare… legni che si raccontano infinite storie del passato e di ogni giorno, sempre uguali, sempre diverse, sempre cariche di umanità.

E a sera, quando il ponte girevole ha già chiuso le sue braccia ed invita il Mar Piccolo al meritato riposo, lentamente, silenziosamente, le “lampare” prendono il largo e il riflesso delle loro luci sono il preludio della nuova alba, quando stanche e felici faranno ritorno per dare significato ad un nuovo giorno.


 

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