TODI

   


Una terra dolce e fertile, nel cuore di una regione speciale, dove tutto, i colori, la storia, il cibo, le tradizioni, invita alla pace e al benessere del corpo e della mente. Siamo in Umbria, un angolo di mondo che sembra essere sfuggito al lento, inevitabile inquinamento ambientale che l’uomo ha apportato alla natura nella sua lunga storia.

Narra la leggenda che, tanto, tanto tempo fa, un’aquila, apparsa d’improvviso dal cielo, rubò la tovaglia che un gruppo di contadini aveva apparecchiato sull’erba per la colazione, portandola in volo con sé e lasciandola cadere sulla cima di un dolce e verde colle, nel cuore della campagna umbra. Un inequivocabile segno del destino che avrebbe segnato la nascita, proprio in quel luogo, di una delle più eleganti e splendide città d’arte italiane: Todi.

Il modo migliore per visitare la città di oggi è naturalmente a piedi. Si potrà comodamente lasciare la macchina negli ampi parcheggi di Porta Orvietana, e lasciarsi condurre nel suo cuore, in pochi minuti, da una moderna e comoda funicolare, che ci permetterà il primo, emozionante sguardo sui meravigliosi panorami che circondano le sue mura.

Oggi la città è solare e invitante, e conserva ancora quell’aspetto schivo e riservato che, pur nella variegata storia che l’ha accompagnata nei secoli, è riuscito a preservarla da distruzioni e stravolgimenti urbani selvaggi.

Un luogo straordinariamente integro, dove la natura è ancora splendida e lo stile di vita simile a quello di un tempo.

“Piccola città solitaria”, fu definita, mentre il celebre viaggiatore Gregorovius, che tanto amò l’Italia, la ricordava “come assopita nei sogni del suo passato, in una placida tranquillità, che però non è morte”.

L’unicità della sua meravigliosa posizione, la qualità della vita, il giusto equilibrio tra città e campagna hanno fatto sì che Todi venisse designata da una Università statunitense, nel 1989, la “Città più vivibile del mondo”. Non è un caso quindi che moltissimi stranieri l’abbiano scelta come patria putativa decidendo di andare a vivere nelle campagne circostanti.

Come ogni luogo italiano di antiche tradizioni, la città è ricca di storia. Per conoscerla meglio si potrebbe iniziare la sua visita dal sottosuolo: un dedalo di cunicoli infatti si snoda sotto tutta la superficie del colle convogliando in parte le acque raccolte all’interno delle due cisterne, costituite da dodici ambienti ciascuna, che si trovano sotto Piazza del Popolo, antico foro romano. I grandi vani comunicanti, risalenti al 1° secolo a.C. garantivano il perfetto approvvigionamento idrico della città e, opera di altissima ingegneria idraulica, potrebbero ancora funzionare.

E allora lasciamoci cullare dalla storia e andare indietro nel tempo, ai secoli XII e XIII, epoca in cui viene edificata l’ultima cinta di mura, che espande l’abitato racchiuso nelle vecchie mura etrusche. E’ il periodo in cui sorgono i tre palazzi pubblici, il tempio di San Fortunato, quella in cui i maestri comacini vengono chiamati per rinnovare il Duomo, ma è anche l’epoca in cui il Comune si espande a sud, sottomettendo Amelia e Terni, e in cui il suo figlio più celebre, Jacopone, diffonde con le sue laude la fama della città in tutta l’Italia.

Eppure la vera Todi era nata millenni prima, ai tempi degli Umbri, al confine (“tuder”, appunto) con il mondo etrusco, e continuerà a fiorire anche quando cadrà sotto il dominio pontificio, come testimonia uno dei suoi monumenti più importanti: S. Maria della Consolazione.

Il Tempio, una delle più insigni opere del Rinascimento Umbro, fu edificato fuori delle mura alto medievali, che oramai (siamo agli inizi del ‘500) avevano perso la loro struttura difensiva.

La tradizione lo attribuisce addirittura al Bramante, ma è certo che alla sua costruzione contribuirono grandi maestri del tempo, Baldassarre Peruzzi, Antonio da Sangallo il Giovane, Vignola e Michele Sanmicheli.

La chiesa, a croce greca, campeggia maestosa e solenne ai piedi dell’abitato. Il luminoso interno, di architettura semplice e nobile, è dominato da un grandioso altare risalente al 1643, che conserva il venerato affresco del sec. XIV della Madonna della Consolazione, che dette origine, con i suoi miracoli, al tempio. Tutt’intorno spiccano grandi statue degli apostoli, rendendo il grande ambiente elegante e solenne.

Ma entriamo finalmente nel cuore vero della città, Piazza del Popolo.  Erede di un grande Foro Romano e splendida nella sua irregolarità, è una delle più originali e suggestive realizzazioni comunali, ed è dominata, su un lato, dall’imponente facciata del Duomo, e, sui lati opposti, dai tre palazzi pubblici sede del potere civile: il Palazzo  del Capitano, quello del Popolo e quello dei Priori.

I primi due, nonostante il collegamento realizzato con materiali recenti, creano un armonioso insieme, simbolo del rigore e della simmetria medievale. Ecco quindi il grande scalone esterno d’accesso, le trifore gotiche, le merlature posticce, le decorazioni. Fino alle logge a terra, ricordo degli spazi classici riservati ai mercati.

L’immagine dell’aquila, che sembra seguirci, paziente e solenne nella nostra passeggiata, ci accoglie di nuovo all’ingresso del Museo, allestito agli ultimi piani del Palazzo del Capitano e del Palazzo del Popolo.

Affiancato da un’importante Pinacoteca, che conserva tele, tavole e stendardi processionali databili tra il XVI e il XVII secolo, comprende, all’interno delle splendide sale che lo ospitano, materiale archeologico, ceramiche, una ricca collezione di monete e tessuti, testimonianza della lunghissima ed importante storia cittadina. Tra i pezzi più interessanti, una lastra di marmo proveniente da San Fortunato, raffigurante Cristo e SS. Fortunato e Cassiano, risalente al XII secolo, il modello della Consolazione coevo alla costruzione del tempio stesso e rarissimi vetri graffiti con immagini sacre.

Sul lato più alto della piazza, in spavalda contrapposizione ai Palazzi Pubblici (rappresentanti il potere temporale), spicca il maestoso Duomo, iniziato a costruire nel XII sec. Monumentale e dominante dall’alto della sua ampia scalinata, la facciata della chiesa è impreziosita da tre rosoni e tre portali gotici. Il centrale è riccamente decorato con bassorilievi lignei risalenti al XVI sec.

L’interno in stile romanico, ampio e solenne, diviso a tre navate con l’aggiunta di una navatella laterale gotica, è arricchito da numerose opere d’arte. Spettacolare la controfacciata, completamente affrescata nel 1596, in piena epoca controriformata, con il Giudizio Universale di Ferraù da Faenza.

Una vetrata policroma a destra, rappresenta il Battesimo di Cristo, ed è una copia di un dipinto del Perugino.

Sempre del ‘500 il dipinto che arreda la Cappella Cesi, raffigurante S. Michele Arcangelo che vince il demonio.

Di finissima fattura ancora la Trinità dello Spagna, due bellissime pale d’altare e il Crocefisso sopra l’altare centrale, opera di scuola umbra del XIII secolo.

La città può essere visitata quasi senza un itinerario definito: ogni suo angolo sarà una scoperta. A cominciare dalle celebri mura, divise in varie cerchie, che delimitano, come un orologio di pietra, l’espansione avuta dal comune nel tempo. Dalle prime due cinte murarie romane realizzate, più che per scopi difensivi, per ampliare la superficie costruttiva, a quelle medievali, perfettamente conservate, nonostante siano state spettatrici di innumerevoli guerriglie interne tra guelfi, ghibellini e con le città vicine.

Infinite poi le testimonianze di ogni epoca: i Nicchioni Romani, risalenti al I sec. A.C., ennesima opera di contenimento strutturale per una città tormentata dalle frane, la Fontana Scarnabecco, fatta costruire nel 1241 dal podestà di Todi per l’approvvigionamento idrico, l’antichissima chiesa di S. Ilario (oggi ribattezzata S. Carlo), dalla semplice facciata lombarda con lo svettante campanile a vela.

Un dedalo di stradine che percorrono ogni angolo del colle e che invitano ad una passeggiata piacevole e silenziosa.

Fino ai resti della maestosa Rocca trecentesca, oggi trasformata in un bellissimo giardino pubblico, situata sul punto più alto del colle, e che fa ancora immaginare la potenza difensiva di una città che non è stata mai veramente conquistata.

Dalla Rocca lo sguardo spazia lontano, nell’ammirazione della splendida campagna umbra. E’ però dal chiostro del Monastero delle Lucrezie, raggiungibile con una bella passeggiata partendo dal Duomo, che si potrà godere del panorama più spettacolare della città.

Il complesso nacque come convento di terziarie francescane nel 1389, per volere di Lucrezia della Genga e di alcune consorelle , decise a vivere secondo le regole francescane. Fulcro del complesso è il magnifico chiostro, dal quale si può godere di uno dei più straordinari panorami sulla vallata del Tevere.

Più in basso si trova il cosiddetto Nido dell’Aquila: un ampio terrazzo sormontato da imponenti mura che richiama alla leggendaria fondazione della città.

La chiesa della Nunziatina, a due passi dal Duomo, costruita agli inizi del ‘600, prende il nome dalla Compagnia della Ss Annunziata, che si occupava di dare accoglienza ai pellegrini, soprattutto in occasioni di calamità e pestilenze.

Gli affreschi alle pareti, realizzati da Andrea Polinori riproducono temi legati alla vita della Madonna. La volta, in origine a cassettoni, con rosoni intagliati e dorati, venne distrutta da un terribile incendio nel 1699 e, ricostruita in muratura, venne affrescata da Paolo Barca.

Particolarmente interessanti l’affresco nella controfacciata raffigurante l’Adorazione dei Pastori e la tela con il ritratto del Beato Jacopone.

Ma un altro, grande tempio della città ci permetterà di conoscere meglio la vita e il messaggio del suo figlio più illustre, Jacopone.

Jacopo dei Benedetti nacque a Todi nel 1230. Divenne notaio e nella sua gioventù condusse una vita spavalda e spensierata. Fu un avvenimento drammatico, la morte della moglie Vanna, avvenuta per il crollo di un soffitto durante una festa, a cambiare per sempre la sua vita. Dopo un decennio di vita solitaria, ispirata alla più profonda meditazione, entrò nell’ordine dei frati minori, facendosi rigido custode della regola francescana. Per questo si scontrò duramente con la curia romana e il pontefice Bonifacio VIII, tanto da subire la scomunica e il carcere, che però non fermarono mai la sua profonda spiritualità.

Jacopone lasciò testimonianza della sua profonda fede in un’opera magistrale, una collana di 90 Laude, che, pur nella loro dura e intransigente difesa di un rigido misticismo, rappresentano un originale e fondamentale contributo letterario alla prima poesia in volgare. Le spoglie del frate poeta riposano appunto nella cripta della chiesa di San Fortunato, dedicata al vescovo omonimo, patrono della città.

Il Tempio, situato in splendida posizione, nel punto più alto dell’abitato, fu iniziato a costruire nel 1292, grazie al contributo determinante del cardinale Matteo d’Acquasparta e proseguito grazie anche all’attaccamento di Papa Bonifacio VIII alla città che lo aveva a lungo ospitato da giovane.

La facciata, rimasta incompiuta, è dominata dal portale centrale ad arco acuto, decorato con colonnine tortili, tralci floreali, profeti e santi. I dodici apostoli scolpiti sulla destra del portale e le due edicole laterali si devono a Jacopo della Quercia, incaricato nel 1410, dai responsabili della Fabbrica di San Fortunato di portare avanti il progetto.

Lo splendore della chiesa prosegue all’interno, diviso in tre immense navate gotiche. Lo spazio è ampio e armonioso, scandito da pilastri e impreziosito da numerose opere d’arte.

La più suggestiva è forse un delizioso affresco quattrocentesco di Masolino da Panicale, raffigurante una Madonna in trono con Bambino ed Angeli.

Al di sotto dell’altare centrale si può visitare la cripta di fine ‘500 in cui è conservato il sarcofago con le spoglie di Jacopone.

L’ultima gemma di questo immenso patrimonio artistico è una delle più antiche chiese della città, S. Maria in Camuccia, nel rione omonimo, risalente addirittura al VII sec. Il complesso è strutturato in realtà come due chiese sovrapposte, e conserva un‘interessantissima raccolta di reperti archeologici e affreschi medievali. L’opera più significativa, però, è una meravigliosa statua medievale, conosciuta come “Sedes Sapientiae”, rappresentante una Madonna col Bambino, che risale al XII secolo. La statua ha avuto una vita travagliata, dal momento che fu addirittura trafugata anni fa, per essere poi ritrovata e venerata con particolare fede. Un’opera che conserva numerosi simbolismi legati al culto mariano e che dimostra ancora un volta la ricchezza storica e culturale della nostra “città d’autore”.

La città, dicevamo, possiede un fascino particolare, legato all’aver saputo mantenere intatto l’antico, sereno aspetto di un tempo, evitando violente degradazioni urbane e sociali che ne avrebbero distrutto l’antica e fiera nobiltà. Eppure trabocca di manifestazioni ed eventi tutto l’anno, capaci di coinvolgere artisti e visitatori di ogni angolo del mondo.

Splendido, ad es. il teatro comunale ottocentesco, sede, fra l’altro, di una interessante stagione invernale di prosa e di molti spettacoli di TodiArtefestival, un’importante manifestazione culturale che si svolge ogni anno nel mese di luglio con innumerevoli rappresentazioni di cinema, teatro, musica, danza ed arti visive che fanno affluire in città artisti  da tutto il mondo.

Fino alla celeberrima Mostra dell’Antiquariato, che si svolge ogni anno in primavera, e che ospita i nomi più prestigiosi dell’antiquariato italiano e ad Agrituirsmi a Porte Aperte, una significativa manifestazione dedicata all’enogastronomia alla fine del mese di ottobre.


 

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