TORNA MAGGIO (dal musical “Ritorna Piedigrotta)

LA CANZONE

Era povero e semianalfabeta, Vincenzo Russo, uno dei più grandi poeti che l’anima di Napoli abbia avuto (autore, fra l’altro, di “Maria Marì” e “I’ te vurria vasà”) eppure riuscì a farsi stimare al punto che un giorno, avendo chiamato “maestro” a una riunione il famoso poeta Ernesto Murolo, si vide trarre in disparte da questi che lo rimproverò bonariamente, dicendogli: “Russo, chi ha scritto canzoni come le vostre non deve chiammà Maestro nessuno!”. E non aveva torto. Vincenzo Russo, infatti, un umile e modesto guantaio, pur se semianalfabeta e gracilissimo di salute (morirà di tisi a soli 28 anni!) è sicuramente una delle voci più spontanee e pure della poesia di Napoli, un talento istintivo e profondissimo a cui di debbono liriche di grande valore e sentimento.
Ma anche l’autore della stupenda musica non scherzava in quanto a talento, trattandosi del grande Eduardo Di Capua, che appena un anno prima aveva composto addirittura “‘O sole mio”! Ebbene Di Capua, malgrado gli strepitosi successi, non riusciva proprio a sbarcare il lunario (i diritti d’autore ero lontani da venire…) e così, per tirare avanti la baracca, si era gettato nella napoletanissima arte della cabala, cioè tentava sempre la fortuna al lotto. Un giorno un amico gli indicò un nuovo “assistito”, cioè una di quelle persone che la gente riteneva in grado di “dare i numeri”, cioè predire terni e quaterne. Così il musicista si trovò a casa di Vincenzo Russo, smunto e pallido, che naturalmente non gli azzeccò alcun numero, ma gli fornì testi straordinari per bellissime canzoni.


La canzone è tratta da uno splendido spettacolo musicale, “RITORNA PIEDIGROTTA”, interpretato da un gruppo di giovani artisti napoletani, “I Girovaghi dell’Arte“.
Il lavoro, scritto e diretto da un geniale autore napoletano,  Egidio del Giudice, ripropone, in chiave musicale, una delle più antiche e sentite feste di Napoli, quella, appunto, di “Piedigrotta”, che risale addirittura al 1200, anche se, da secoli, ha perso lentamente Il valore “popolare” da cui nasceva, per spegnersi inevitabilmente con l’avvento del progresso.
Un progresso che, nella rappresentazione, diventa il nemico di Pulcinella, la classica maschera napoletana, che si rifiuta di uscire dal suo sogno, nel nomo di un avanzare dei costumi e delle mode che non appartengono più all’anima vera della vecchia Napoli.


Il Poeta
VINCENZO RUSSO

(Napoli, 1876 – 1904)

Una vita troppo breve la sua, per le grandi cose cui era destinato. Era un poeta sommo, dal limpido sentimento immaginativo ed efficacia lirica di rappresentazione. Le sue canzoni sono     tra quanto di più bello sia mai stato scritto per essere musicato. Si prova a leggere i suoi versi e già si annunzia una cascata di melodie che ad essere fissate in note, non è poi cosa difficile. I suoi brevi anni di vita (soltanto 28) sono un continuo stato di grazia che va ad     innalzare la canzone napoletana verso cime impensate. Anzi, è lo stesso dialetto ad avere una maggiore, se non nuova, dimensione lirica.
Chi era mai Vincenzo Russo? Se non proprio un analfabeta, poco ci mancava. Qualche anno di scuola elementare, e poi la strada; fa il guantaio, lavora a giornate, presso piccoli artigiani. Una vita grama e anonima tra i terranei angusti e umidi della Sanità e del Mercato, mentre i miasmi delle pelli vanno a minare sempre più la sua gracile costituzione. In questi ambienti, prende a lievitare la poesia del Russo; si pensi a una roccia scarna e brulla, che suggerisce unicamente squallore, aridità. E poi da questa roccia ecco venir fuori un getto d’acqua purissimo, dal suono argentino nel suo precipitare lungo le balze. Il giovane, sprovveduto guantaio, fissa sulla carta, con scrittura incerta. versi stupendi nella loro animazione lirica.
La gente comincia a farci caso; i compositori più apprezzati rivesto di note i suoi versi. Tra questi, il più fedele, diciamo pure il più convinto, è Eduardo Di Capua, l’indimenticabile autore de ‘O sole mio. Adesso la vita di Vincenzo Russo non è racchiusa soltanto tra pelli e guanti, poiché la sera frequenta i teatri, il varietà e non tra le quinte e neppure fra gli echeggianti ridotti. Lui, ch’era l’autore di I’ te vurria vasà!, fa soltanto la maschera al Circo delle Varietà.
​Gli anni fanno presto a passare, anche se gli stenti e i patimenti segnano lo sgranare dei giorni con ricordi che restano nello spirito e nella carne. Tisico, divorato dalla febbre, Vincenzo Russo resiste ancora per qualche anno, perché dentro di sé si porta uno struggente bisogno d’amore. Muore mentre intorno a lui mille e mille altre parole d’amore attendono, dalla sua voce, di essere tramutate in poesia.
Il Musicista
EDURDO DI CAPUA 
(Napoli, 1865 – 1917)

Autore di celeberrime canzoni, le sue musiche si sono diffuse, e a buon diritto, in tuto il mondo. Egli fu, per dirla col Costagliola, “uno dei più amabili, geniali e perfetti cantori dell’anima partenopea”. Maestro nel più puro significato di questa parola, insieme con Giovanni Capurro, contribuì decisamente alla gloria della canzone napoletana, dando vita a quella gemma che s’intitola “‘O sole mio”, che, più che una canzone, è un vero inno a Napoli. E qui occorre fare una precisazione, che va a dissipare le fantasticherie sorte intorno ai luoghi e alle circostanze che dettero vita alla canzone. Di Capua si trovava in tournée col padre in Russia, e precisamente a Odessa. Aveva portato con sé dei versi di Capurro e un giorno, in aprile, prese a leggerli mentre un pallido sole stentava a farsi largo tra un cumulo di nubi scure. Leggerli e mettersi al pianoforte per fissare le note che gli venivano una dietro l’altra fu tutta una cosa.
Ritornato a Napoli, presentò la canzone ad un concorso bandito dalla “Tavola Rotonda”. Vinse soltanto il secondo premio, duecento lire, mentre il primo premio (di  cinquecento lire!) venne assegnato a “Napule bello!”, di Cinquegrana e De Gregorio. Sul numero del 1° settembre 1898 della stessa “Tavola Rotonda” si legge: “Egli (Di Capua) s’è ricordato, da lontano, del suo Sole”.
Era figlio del violinista Giacobbe, anche questi compositore di canzoni alquanto note e posteggiatore apprezzatissimo. Di Capua apprese dal padre le prime nozioni di musica. Frequentò il Conservatorio di Napoli ma soltanto per alcuni mesi. Cominciò a comporre canzoni nel 1883 e qualche anno dopo, nel 1887, con Margaretella e Capille d’oro, arrivarono i primi grossi successi.
Ebbe a collaboratori i poeti più famosi del tempo, da Cinquegrana a Capurro, da Di Giacomo a Ferdinando Russo, a Califano. Con Vincenzo Russo, diede vita a quelle che dovevano essere le sue più belle composizioni. Fu, il loro, un incontro felice per la canzone napoletana, perché Vincenzo Russo, anche se sprovvisto delle più elementari nozioni di grammatica, aveva nella sua anima di popolano una vena lirica che sorgeva impetuosa attraverso immagini che diventavano versi per virtù propria, senza l’ausilio di prosa e metrica. Di Capua era come contagiato da tale purezza e la sua musica sgorgava limpida, in piena rispondenza con l’impeto lirico dell’amico. Nacquero, così, ‘A serenata d”e  rrose, Maria Mar’, I’ te vurria vasà, Torna maggio. Fu un sodalizio d’arte che, purtroppo, non durò a lungo: Vincenzo Russo morì giovanissimo, a 28 anni, e con lui Di Capua perse il suo migliore e più fedele collaboratore.
Tanto fervore di opere, musiche così ispirate, successi che si rinnovavano, avrebbero dovuto assicurare a Di Capua un’esistenza tranquilla, se non agiata. Invece, egli fu sempre in lotta con un destino che aveva la grinta spietata di un nemico irriducibile. Dovette, perciò, adattarsi a insegnare canto e a ripassare canzoni alle stelline dell’epoca; a dirigere, al teatro Fiorentini, una striminzita orchestra per colmare i vuoti tra un atto e l’altro; a trarre dal pianoforte, per ore e ore, commenti musicali a film muti in cinematografi di secondo e anche terzo ordine. Una vita grama ravvivata soltanto dalla speranza di una vincita al lotto, alla quale si aggrappava tanto più disperatamente quanto più i numeri gli si mostravano ostili. Pianoforte e numeri punteggiarono gli ultimi anni della sua vita. Un giorno disse alla moglie che sarebbe morto quando gli avrebbero portato via finanche il suo strumento. Quando ciò accadde, il pianoforte fu venduto per impellente bisogno di danaro, e l’artista si ammalò gravemente. Senza mezzi, senza aiuto, fu ricoverato all’ospedale “Elena d’Aosta”. Ancora qualche giorno e, disperatamente solo, moriva l’autore di ‘O sole mio.

TORNA MAGGIO 
(di Russo – Di Capua – 1900)

Rose! Che belli rrose!…Torna maggio!
Sentite ‘addore ‘e chisti sciure belle!
Sentite, comme cantano ll’aucielle…
e vuje durmite ancora!?…
‘I’ che curaggio!

Aprite ‘sta fenesta, oje bella fata,
ché ll’aria mo s’è fatta ‘mbarzamata:
Ma vuje durmite ancora, ‘i’ che curaggio!
Rose! Che belli rrose!…
Torna maggio!

Rose che belli rrose!… ‘A n’anno sano,
stóngo strujenno ‘e pprete ‘e chesta via!
Ma vuje nun v’affacciate…uh, mamma mia!
I’ nun mme fido ‘e stá da vuje luntano…

E si ve stó’ luntano quacche ghiuorno,
pare ca vuje mme state sempe attuorno…
ca mme parlate e mm’astrignite ‘a mano…
Rose! Che belli rrose!
E’ n’anno sano…

Rose! Che belli rrose! E vuje durmite!…
Ma nun ve sceta stu prufumo doce?
‘E primmavera nun sentite ‘e vvoce?
Ma vuje, core ‘mpietto, ne tenite?!

Vocca addirosa comm’a na viola!
‘A primmavera mia site vuje sola!
Ma chesta voce vuje nun ‘a sentite?
Rose! Che belli rrose!
E vuje durmite!…


 

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