UZBEKISTAN: la Valle di Fergana

Regia: Gigi Oliviero – Stefano Carbone


               


La Valle di Fergana è la regione più popolata e industrializzata dell’Uzbekistan, e non a caso. Invaso da un deserto molto poco accogliente, il paese sfoga il suo desiderio di verde in questa celebre zona, considerata una delle più salubri di tutta l’Asia centrale. E, in effetti, si tratta di una bellissima terra, attraversata dal corso superiore del fiume Syr-Darya, famosa per le coltivazioni di frutta e del cotone. Da sempre la zona, per la sua posizione e il clima gradevole, ha influenzato la politica e l’economia non solo dell’Uzbekistan.

Qui nacquero numerose rivolte contro gli zar e i bolscevichi, e qui, negli anni ’90, nacque l’estremismo islamico dell’Asia centrale (proprio ad Adijon, nel 2005, ci fu una celebre rivolta soffocata in un bagno di sangue dal presidente Karimov). Oggi la popolazione della valle resta la più cordiale e ospitale del paese, anche se questa è la zona dove è più sentita l’influenza religiosa. Sono anche celebri, nella zona, un raffinato artigianato e la mitica lavorazione della seta.


Fergana è la città più moderna e meno uzbeka della valle. Con i suoi grandi viali alberati e gli edifici zaristi color pastello sembra una piccola Tashkent. Fu  fondata nel 1877 con il nome di Novy Margelan e rappresenta una gradevole passeggiata. Particolarmente suggestivo il suo grande bazar, dove si può trovare di tutto, anche specialità russe e coreane.


 

 Kokand è la prima città che si incontra quando si entra nella valle che, ripetiamo, per il suo aspetto lussureggiante, è una gradevolissima visione dopo centinaia di Km di nulla. La città fu la capitale dell’omonimo khanato nel XVIII e XIX secolo, diventando all’epoca il punto nevralgico della valle, anche nel campo religioso. Con le sue 35 medrasse, infatti, e centinaia di moschee era seconda solo a Bukhara. La città subì un grave colpo nel gennaio del 1918 quando i nazionalisti, stanchi delle inutili promesse rivoluzionarie, proclamarono un’amministrazione alternativa, il governo provinciale musulmano del Turkestan autonomo. La reazione del Soviet di Tashkent fu immediata e brutale. La città fu messa a ferro e fuoco, gli edifici religiosi distrutti e circa 14.000 abitanti massacrati ferocemente. La città fu dimenticata e solo negli ultimi anni i suoi antichi monumenti sono tornati alla luce.


   

La moschea più imponente della città, la Moschea Djuma, fu costruita agli inizi del 1.800 e ha, nel centro, un minareto alto 22 metri. Presenta un imponente aivan, cioè un portico con archi sostenuto da 98 colonne di legno rosso provenienti dall’India. Una sala ospita un museo in cui spicca una bella collezione di ceramiche.


Il Palazzo del Khan, con sette cortili e 114 stanze, fu ultimato nel 1873, per l’ultimo khan, Khudoyar, appena tre anni prima l’arrivo dell’esercito zarista, che fece saltare le fortificazioni e abolì la figura del khan. Khudoyar fuggì, ma dai propri sudditi. Si rifugiò, infatti, in un dorato esilio a Oremburg. Finì, però, ugualmente ucciso da alcuni banditi mentre tornava da un pellegrinaggio alla Mecca. Circa metà del palazzo era occupata dall’harem, occupato da ben 43 concubine. Per superare il limite di quattro mogli concesse dall’Islam, il monarca teneva sempre a disposizione un mullah per celebrare di volta in volta un matrimonio destinato a essere sciolto la mattina dopo.

La parte che rimane del palazzo ospita il Museo di Studi Regionali di Kokand, mentre nella camera da letto del khan è allestito un museo d’arte.


Una visita interessante è quella alla Medressa di Harbutabey, fondata nel 1799, che fu chiusa dai bolscevichi ma oggi è di nuovo operante. Nell’adiacente cimitero si trovano importanti mausolei collegati a un altro khan, Umar. All’interno spicca l’azzurra cupola del Mausoleo di Modari Khan, costruito nel 1825 A sinistra, si trova la Dekhma-i-Shokhon, cioè Tomba del Re, che comprende le tombe di Umar e della sua famiglia.


Andijon è la città più grande della valle di Fergana e la mecca spirituale della regione. E’ forse la città uzbeka più pura, sia dal punto di vista culturale, sia da quello linguistico. La città è tristemente noma per un altro, terribile fatto di sangue, avvenuto il 13 maggio 2005, quando una protesta da parte dei sostenitori di un gruppo di potenti uomini d’affari locali, arrestati con l’accusa di far parte del movimento di estremisti islamici Akramiya, scatenò una violentissima repressione da parte della polizia, che portò a un vero bagno di sangue, con centinaia di morti. Il fatto provocò naturalmente la sdegnosa reazione del mondo occidentale, cui però il presidente Karimov rispose con un giro di vite senza precedenti contro gli attivisti politici di opposizione e i giornalisti. Solo dopo un severissimo embargo da parte dell’Unione Europea, Karimov destituì il governatore della provincia di Adijon. Ciò non toglie che da allora lo stesso nome della città ricorda un fatto drammatico che blocca qualsiasi conversazione con i turisti occidentali, e che ha portato a una presenza ossessiva della polizia in tutta la valle. Sono infiniti, infatti, i posto di blocco nelle città e lungo le strade, che obbligano a soste spesso snervanti, anche se ai turisti (soprattutto se accompagnati da guide locali) non è normalmente chiesto nulla di più che un normale controllo di passaporti.


Fra i monumenti da visitare c’è la Juma Mosque & Madrassah, che sorge di fronte al bazar, sembra sia l’unico edificio sopravvissuto al terremoto del 1902. Negli anni ’90 la medressa era stata riaperta, ma, chiusa di nuovo dalla polizia, è oggi stata trasformata in un museo di etnografia locale. Accanto vi è un altro Museo Regionale con numerosi reperti storici e molti animali impagliati.


 

Un altro piccolo centro della Valle, Margilon, è diventato molto famoso per la lavorazione della seta, un’attività che sembra risalire addirittura al I secolo.


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