ZANZIBAR (1a parte)

Regia: Gigi Oliviero – Stefano Carbone


          


E’ un’isola dolce e fortunata, carezzata dai monsoni che le regalano un clima piacevole e profumato tutto l’anno, cullata e lavata da una marea imponente, che fa apparire e sparire in poche ore interi tratti di costa, mutando il suo già pittoresco aspetto, con una tavolozza di colori e forme sempre diverse. Stiamo parlando della mitica Zanzibar, l’isola che appartiene alla Tanzanìa, una delle nazioni più africane del Vecchio continente. Sembra che il nome con cui è conosciuta derivi da quello datale dal viaggiatore arabo Alì Mashudi, e cioè “Zinjibar“, che significa “Isola dei neri“. Anche se il vero nome (usato però solo dai locali) è Unguja. E non a caso. Se torniamo indietro nei secoli scopriamo le prime importanti testimonianze dell’isola già agli inizi dell’era cristiana.


          

Allora era nota come isola delle spezie, ed era regolarmente visitata da una miriade di popoli, provenienti da ogni angolo del mondo conosciuto. Vi passarono i cinesi, gli indiani, gli arabi e i persiani, ma anche gli Egizi e i Fenici. Tutti attratti dal clima meraviglioso e dalla ricchezza dei commerci: l’oro, l’avorio, le spezie, ma soprattutto quello macabro e redditizio del commercio di schiavi, di cui l’isola ha mantenuto il lugubre primato mondiale per secoli. Innumerevoli dominazioni, quindi, che, se pur saccheggiarono l’isola, vi trasferirono sempre parte della loro cultura. E’ il caso degli arabi, poi dei portoghesi, quindi degli inglesi, fino alla conquista, ai primi dell”800, da parte di un celebre sultano dell’Oman, Seyyid Said, che per quasi un secolo riuscì a farne un territorio dell’Oman, trasferendovi addirittura la sua residenza.


  

La città, suggestiva e colorata, è solo l’ombra dello splendido luogo che doveva apparire secoli fa, e la stessa popolazione risente del miscuglio di razze e dominazioni da cui deriva. Quello che però colpisce è l’assoluta serenità e tranquillità della vita, anche se quasi sempre condotta in mezzo a gravi difficoltà economiche. Tutta la città, quindi è un piccolo teatro vivente, di grande suggestione. 


    

La città moderna si è espansa attorno al vecchio nucleo storico, ogni angolo dl quale ci racconta una storia. Come il bar in cui gli inglesi trasferirono la loro sacra usanza del tè pomeridiano e che oggi i giovani utilizzano per l’aperitivo del tramonto.


I giardini sul lungomare, luogo immancabile di ritrovo in ogni ora del giorno e della notte, dove i bambini sembrano passare le loro giornate unicamente tuffandosi in mare dai moli.


    

E poi i tanti palazzi e monumenti, ognuno legato ad un’epoca o un personaggio. Uno dei più celebri è un elegante palazzo bianco circondato da alte colonne. E’ il Beit-el-Ajaib, costruita nel 1883 dal sultano Bargash come sua residenza, e più noto come la “Casa delle meraviglie“.


Ai suoi piedi gruppi di donne continuano pazienti a tessere i loro oggetti d’artigianato, semplici e suggestivi.


Altri palazzi storici si affacciano sul bel lungomare, alcuni dei quali conservano l’antica preziosa architettura, come questo, il cosiddetto “Dispensario Indiano”.


Poco distante l’antica palazzina in cui visse David Livingstone, il celebre prete esploratore che proprio qui si fermò a riposare prima del suo ultimo e tragico viaggio alla scoperta delle sorgenti del Nilo. Livingstone descrisse questo luogo come un paradiso, un luogo di illusioni, dove nulla è come sembra. E in effetti questa terra, prima che luogo reale, è un’immagine della mente, una fantasia da modellare a piacere. Come suggerisce il suo stesso, particolare nome, Zanzibar, al pari di altri luoghi reali (o immaginari, non importa), come l’Eldorado o Samarcanda, è uno di quei luoghi delle favole che travalicano sé stessi, si spogliano di qualsiasi riferimento geografico per trasformarsi in pura atmosfera. Come se vivessero nella memoria, inafferrabili e leggendari.


      

Ecco poi l’Arab Fort, eretto dai portoghesi per difendere il loro dominio. Una potente cinta di mura orlate di torri e merli, oggi sede di interessanti spettacoli e di un piccolo museo di batik.


  

Ma tutta la città è un vero museo all’aperto. Centinaia di bellissimi quadri naif sono infatti esposti e venduti dappertutto, in un dilagare di arte povera e suggestiva. Sono pitture coloratissime, create direttamente sulla strada da artisti semplici e geniali, e restano una testimonianza preziosa per comprendere le origini, i sogni e le tradizioni di questo simpatico e variegato popolo. Immagini che richiamano l’Africa vicina, o si rifanno a visioni più rarefatte e complesse, antichi sogni di una libertà conquistata con immensa fatica e dolore.


Girovagare per il centro storico è quindi un piacere continuo. Angoli suggestivi ricchi di vita locale, bancarelle turistiche e attività giornaliere, in un caleidoscopio di suoni e colori. Non mancano stupendi portoni in legno intarsiato e adorni di borchie e decorazioni, tipici dell’epoca di dominazione omanita.


      

La città mostra il suo forte carattere multietnico anche nelle testimonianze religiose: alte moschee convivono senza difficoltà accanto a campanili e crocefissi cristiani, in un altro caleidoscopio architettonico. Ecco allora la splendida cattedrale cattolica, dedicata a San Giuseppe, adornata da una splendida facciata e due slanciati campanili.


      

E poi la possente Chiesa di Cristo, la cattedrale anglicana. Ha una storia suggestiva, questa grande chiesa, che oggi si erge maestosa e solenne su uno dei luoghi più terribili del continente africano, il mitico e spaventoso mercato degli schiavi di Zanzibar.

Il mercato della schiavitù fu abolito solo nel 1873 dal sultano e in quell’anno iniziarono i lavori di costruzione della cattedrale, voluta dal Vescovo di Canterbury. Le colonne all’ingresso furono poste, per la temporanea assenza dell’architetto, sottosopra, con i capitelli come base, e così, naturalmente sono rimaste. Le belle vetrate ricordano i grandi esploratori che passarono per Zanzibar, a cominciare dal grande Livingtone che, morto in Zambia proprio nel 1873 fu sepolto qui. L’altare centrale, ricco di preziosi mosaici, fu eretto sul luogo dove era situato il palo di punizione per gli schiavi ribelli.


  

Era proprio accanto alla cattedrale che sorgeva, come dicevamo, il più importante e spietato mercato di schiavi del mondo. Qui furono venduti centinaia di esseri umani al giorno, i cui terribili destini, ricordati da queste semplici sculture, sono una piaga e un ricordo profondi della storia del popolo negro. Oggi bambini neri molto più sereni giocano su questo prato, all’uscita da scuola. Sono il futuro di un popolo semplice e bello, che non riuscirà mai a dimenticare la sua antica tragedia.


      

Un altro popolo, curioso e rumoroso, ci accoglie in uno dei luoghi più tipici della città, il grande mercato. Un labirinto di stradine tappezzate di negozi e bancarelle, dove il solo girovagare equivale ad un’immensa lezione di storia. Quello che colpisce il visitatore è la quasi totale assenza di turisti, intesi come immagine inquinante di luoghi particolarmente suggestivi. Esiste naturalmente un turismo di buon livello sull’isola, ma è quasi tutto rivolto alla costa est, ricca di alberghi e splendidi villaggi turistici, molti dei quali italiani.


La capitale, viceversa è ancora abitata da contadini, pescatori, commercianti, e la pressoché mancanza di qualsiasi delinquenza favorisce una convivenza tranquilla e sostanzialmente serena. Le antiche canne da zucchero, altra ricchezza del paese, vengono ancora pulite e spremute a mano, come un tempo, in azioni che al turista appaiono spesso come rappresentazioni ricostruite di vita antica. Le spezie sono naturalmente una delle merci più comuni. Fu il sultano Sayid Said (spezzando il monopolio che allora era in mano agli olandesi) ad introdurre nell’isola la coltivazione dei chiodi di garofano, e in breve Zanzibar fu in grado di produrne addirittura i tre quarti di quelli prodotti al mondo. Ancor oggi l’isola ne produce annualmente 40.000 tonnellate, e di una qualità assolutamente unica. Dicevamo che la maggior parte delle strutture turistiche è situata sulla bellissima costa orientale dell’isola.


Ciò non toglie che la stessa capitale offra alberghi splendidi e di grande tradizione. Alcuni, come quello che stiamo visitando, sono situati ai bordi della città ed offrono ogni genere di confort: piscine, spiaggia, ristorante internazionale e tanto verde. Altri sono situati nel cuore di Stone Town e vantano anch’essi tradizioni e storie illustri.


    

Questo è il Serena, un hotel mitico a Zanzibar, costruito addirittura dall’Aga Khan per festeggiare le sue nozze con Ava Gardner. Un luogo di lusso discreto e fascino a non finire. Accanto al Serena un altro hotel illustre, il Tembo, dove soggiornarono re e avventurieri e dove è possibile rivivere atmosfere di leggende e pirati antichi. La notte la città sembra risvegliarsi dal torpore tranquillo che avvolge la vita di giorno.


Innumerevoli locali per tutti i gusti accolgono un’umanità quanto mai variegata, offrendo spesso spettacoli e musica di ogni tipo. Celebri, naturalmente, i grandi nomi dell’Italian Style, che hanno ispirato le insegne di bar e ristoranti, dove giovani di ogni nazionalità si scambiano esperienze e ricordi. Non può mancare, per i più amanti del folclore locale, uno spettacolo di musica a ballo, eseguito, secondo i più classici stili africani, da coppie sfrenate e coreografiche. Anche se la religione musulmana domina buona parte della popolazione, l’antica indole tribale del luogo ha prevalso sulla rigida dottrina religiosa, ed almeno nei momenti di ballo, l’antica sensualità viene riscoperta e riproposta senza imbarazzo, anzi con gioiosa provocazione.


Per vivere infine una serata meno chiassosa e mondana, nulla di meglio che provare a cenare sul lungomare, dove innumerevoli bancarelle propongono senza sosta invitanti piatti di carne e pesce. Il tutto è offerto a prezzi ridicoli per i costi occidentali e per di più e esaltato da una freschezza e bontà dei prodotti che farà ricordare a lungo momenti come questo.


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